Dl Poletti, Renzi a rimorchio della sinistra sindacale

Dl Poletti, Renzi a rimorchio della sinistra sindacale

Inizia l’esame d’Aula alla Camera del decreto legge Poletti in materia di lavoro, tempo indeterminato e apprendistato. Il decreto va convertito entro il 19 maggio e manca ancora l’esame del Senato. Ma non è solo il tempo, il problema. Il decreto Poletti ha infatti reso evidente che esiste un problema serio tra l’impostazione dichiarata dal governo e ciò che pensa una parte troppo importante del Pd e dei suoi gruppi parlamentari, perché il governo possa pensare di risolvere la questione disinvoltamente a colpi di fiducia. Come subito è stato costretto a fare, per arginare le giuste obiezioni di Ncd e Scelta Civica.

La Commissione Lavoro di Montecitorio, presieduta da Cesare Damiano, ex ministro del Lavoro e fortemente critico verso la parola “flessibilità”, ha operato modifiche profonde rispetto all’impianto iniziale. Innanzitutto nel metodo, rispetto al governo Renzi che all’emanazione del decreto aveva chiarito di non voler più sottostare in materia economica e lavoristica alla “concertazione”, cioè al veto e alla trattativa preventiva con le parti sociali. Le audizioni predisposte da Damiano con rappresentanti di sindacati, imprese ed esperti hanno così fatto slittare i tempi. E si è subito capito che le audizioni erano volte a creare le premesse per pilotare meglio le modifiche al testo.

Che infatti ci sono state. E sono state profonde, rispetto al cambio radicale d’impostazione che il decreto Poletti rappresentava nei confronti dei limiti e vincoli pesanti ai contratti a tempo determinato e all’apprendistato introdotti nel 2012 con la riforma Fornero. Renzi e Poletti hanno fatto buon viso a cattivo gioco, sostenendo che le modifiche rispettano lo spirito di fondo del decreto iniziale. Ma è appunto la sin troppo realistica presa d’atto che, sotto elezioni europee, è meglio per il governo non aprire fronti polemici innanzitutto con la sensibilità prevalente nel Pd.

Sui contratti a termine, è stata confermata l’acausalità voluta da Poletti, cioè allungata dai 12 mesi della Fornero a tre anni, ma le proroghe sono scese dalle 8 inizialmente previste a 5, nell’arco dei 36 mesi di durata massima. Il tetto del 20% di utilizzo dei rapporti a tempo non è più calcolato sull’organico complessivo dell’azienda, come disponeva il testo Poletti, bensì è ristretto ai lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1° gennaio dell’anno di assunzione.

È stata introdotta la sanzione della trasformazione coatta a tempo indeterminato se non si rispetterà questa soglia. In più, si è previsto che il tetto del 20% del tempo determinato sui già occupati a tempo indeterminato delle imprese non valga se i contratti nazionali di lavoro vigenti ne prevedano uno diverso. E se entro fine 2014 nuovi contratti non si adegueranno al limite eventualmente più ampio posto dal decreto rispetto al contratto nazionale, le aziende non potranno fare riferimento alla facoltà più estesa, altrimenti saranno costrette ad assumere i lavoratori eccedenti con contratti a tempo indeterminato.

Quanto all’apprendistato, in Commissione Lavoro della Camera è tornata la quota rigida degli apprendisti da “stabilizzare”, nelle aziende con oltre 30 dipendenti, assumendoli in misura non inferiore al 20% degli apprendisti autorizzati. Resta un obbligo meno rigido di quello, durissimo, che era stato introdotto dalla riforma Fornero, visto che nel 2012 si dispose che per i primi tre anni le aziende avrebbero dovuto stabilizzare il 30% degli apprendisti, e poi almeno il 50 per cento. Tutti vincoli che il decreto Poletti aveva cancellato integralmente. Come aveva cancellato la formazione obbligatoria “pubblica”, aprendo a quella privata e aziendale. Che invece nel testo emendato dalla Commissione Damiano torna in vigore. Insieme all’obbligo per l’apprendista di un piano formativo individuale da inserire nel contratto di apprendistato.

Nel complesso di queste modifiche c’è un segno prevalente. È innanzitutto quello della sinistra sindacale, che difende con le unghie e con i denti l’idea che sia il contratto nazionale di categoria a dover disporre nella maniera più estesa e particolareggiata limiti e tipologie dei contratti a tempo e anche dell’apprendistato, ponendo un doppio ostacolo tanto a maggiore flessibilità proveniente da disposizioni di legge, quanto a una che venga invece “dal basso”, attraverso intese aziendali. Resta il pregiudizio di fondo secondo il quale consentire alle aziende maggiori margini di flessibilità significhi esclusivamente avvantaggiarle attraverso contratti a minor costo, rispetto a oneri e tutele previste per il tempo indeterminato. Meglio disoccupati che occupati a tempo determinato, in sintesi e di conseguenza.

L’idea che il contratto nazionale vada ridotto alle norme giuridiche e alla tutela dei diritti, demandando lavoro e salario a contratti aziendali con alcune garanzie universali poste per legge, resta lontana anni luce dalla sensibilità generale mostrata da sindacati – anche la Uil, non solo la Cgil, è stata contraria nelle audizioni al testo Poletti – e politica. Non sono mancati anche giuslavoristi tradizionalmente vicini al centrodestra, molto critici verso il decreto Poletti originario.

Tutto questo non lascia presagire molto di buono, quando si arriverà al cosiddetto Jobs Act, nel frattempo slittato verso l’autunno. È vero che si tratterà di una delega al governo, per unificare e semplificare le leggi sul lavoro, per introdurre un contratto generale d’inserimento triennale a tutele e oneri crescenti, per introdurre un sussidio universale di disoccupazione più esteso ancora dell’attuale Aspi, e per superare l’attuale disperante inefficienza dei centri per l’impiego provinciali, che danno occupazione solo a chi vi lavora invece di intermediare domanda e offerta di lavoro sul mercato. Ma è ovvio che l’iter e le modifiche al decreto Poletti mostrano che ci sarà battaglia per disciplinare molto rigidamente i vincoli delle novità, legando il più possibile le mani a chi dal governo pensasse a norme più flessibili.

È evidente che Renzi e Poletti hanno fatto buon viso a cattivo gioco pensando che, se alla Camera forzavano la mano al proprio partito, poi sarebbero stati dolori al Senato, dove i margini numerici per la maggioranza sono esigui, e dove peraltro Ncd e Scelta Civica ora giustamente a mio giudizio promettono di battersi per far tornare il decreto Poletti alla sua versione iniziale, ma si vedono contrapporre la fiducia del governo come ostacolo.

Tuttavia il decreto-lavoro dimostra un’altra cosa, ancor più pesante politicamente. Se dopo le europee Renzi non dovesse scuotere dalle fondamenta in senso riformista l’impostazione vincolista prevalente in larga parte del suo partito e nei suoi gruppi parlamentari, proprio questo potrebbe essere il terreno di una campagna elettorale anticipata, sfidando sinistra e destra a regole davvero diverse per un’Italia che voglia rilanciare produttività e occupazione senza più guardare alle vecchie guerre ideologiche del Novecento. Altrimenti, vinta la battaglia sul decreto Poletti, l’ala vincolista della sinistra Pd e sindacale ci riproverà ogni volta, inutile illudersi.