«Ma quale violenza, all’Olimpico niente di strano»

«Ma quale violenza, all’Olimpico niente di strano»

«Le immagini dell’Olimpico? Non ci vedo nulla di strano. Le istituzioni deputate a garantire l’ordine pubblico hanno il dovere di confrontarsi con i leader di una curva. Nelle manifestazioni No Tav non succede lo stesso?». L’avvocato Lorenzo Contucci non sembra stupirsi per la trattativa tra il capo ultras napoletano Gennaro ’a carogna e i dirigenti della Digos di Roma, prima della finale di Coppa Italia di sabato sera. Una posizione sicuramente controcorrente, ma non inedita. «La maglietta per Speziale? Anche io sono convinto che sia innocente. E la tessera del tifoso è una inutile buffonata». Penalista, esperto in legislazione antiviolenza, Contucci è un punto di riferimento per tante curve italiane. Da sempre in prima fila contro l’introduzione della tessera del tifoso, in tribunale difende spesso ragazzi accusati di reati da stadio. Come nel 2004, dopo il derby della Capitale sospeso per le presunte minacce ai giocatori. «Ma a dieci anni di distanza quasi tutti quei mostri sono stati assolti» ricorda. La sua visione del pallone l’ha raccontata, nero su bianco, in un libro uscito recentemente: “A porte chiuse, gli ultimi giorni del calcio italiano”. Comunque la si pensi, nel suo campo è una celebrità.

Avvocato, partiamo dall’immagine simbolo della serata di sabato. Gennaro ‘a carogna a cavalcioni sulla cancellata, mentre dialoga con i giocatori e le forze dell’ordine in campo. A qualcuno è sembrato quasi che la partita sia iniziata solo dopo l’ok dell’ultras napoletano.
Quando c’è una manifestazione politica in piazza, prendiamo ad esempio un corteo No Tav, chi è deputato a garantire l’ordine pubblico è tenuto a interfacciarsi con i leader della folla. È assolutamente normale che il prefetto o il questore si rivolgano a questi rappresentanti per dare informazioni – stando a quanto sostengono i tifosi del Napoli è questo il caso dell’Olimpico – ma anche per cercare di sondare l’umore della piazza. Uno Stato dittatoriale non si confronta con nessuno, uno Stato democratico deve confrontarsi.

Quindi è normale che le istituzioni si confrontino con personaggi spesso discutibili, con diversi precedenti penali.
Se è per questo anche le forze dell’ordine hanno avuto come ministro dell’Interno un pregiudicato.

Di chi parla?
Roberto Maroni. Mi sembra assolutamente normale confrontarsi con uno dei leader dei tifosi, che evidentemente aveva tutto il diritto di stare in curva. Certo, se vuole possiamo discutere se questo atteggiamento è corretto o meno. Ma in una situazione del genere è quella la folla con cui relazionarsi. Il questore non può mica scegliersi il pubblico a suo piacimento.

Tra le altre cose, ha fatto molto discutere la maglietta dell’ultras napoletano. “Speziale libero”, chiaro il riferimento al tifoso catanese condannato per l’omicidio dell’agente Raciti.
Ritenere che una persona sia innocente, non vuol dire disprezzare le forze dell’ordine. Io stesso ritengo che Speziale non sia colpevole. E lo dico sulla base degli atti processuali. Pensi che in tribunale sono stati dello stesso avviso anche i Ris dei carabinieri.

Ma Speziale è stato condannato dopo tre gradi di giudizio.
Rispetto quella sentenza, ma in questo Paese vige ancora la libertà di pensiero. Credo che Raciti sia morto dopo essere stato colpito da un Discovery della polizia, che lo ha urtato in retromarcia. Esattamente come è stato dichiarato nei primi momenti da un agente, salvo poi ritrattare tutto durante il processo.

Torniamo a sabato scorso. La causa scatenante di tutta la vicenda è stato l’agguato a colpi di arma da fuoco nei confronti di alcuni tifosi del Napoli. Una realtà inedita e sconvolgente.
È accaduto qualcosa sicuramente al di là degli schemi. Drammaticamente imprevedibile. Ma chi è accusato di aver sparato, lavora come custode nel luogo in cui è avvenuto lo scontro. Sarebbe sicuramente diverso se il fatto fosse avvenuto in un altro contesto, magari tra due gruppi di tifosi che si incontrano in autostrada…

Sta dicendo che le dinamiche legate al tifo non c’entrano?
Quello che è accaduto può anche nascere da una forma di rivalità estrema. Ma è sicuramente un atto isolato.

Nel 2004 viene sospeso il derby di Roma. Tra lo sconcerto generale, i tifosi chiedono ai giocatori di non scendere in campo. Una vicenda simile a quella di sabato.
Relativamente simile. Ricordo che fin da diverse ore prima della partita c’erano stati degli scontri furibondi tra tifoserie e le forze dell’ordine. Quella sera circolò la voce, non si è mai capito come è nata, che un bambino fosse morto. Una notizia ritenuta vera dalla tifoseria, perché lo scenario la rendeva verosimile. Ma quella sera non venne ascoltato nessuno, non ci fu dialogo con i tifosi. E come risultato la partita venne sospesa.

In realtà allo stadio qualcuno rassicurò gli spettatori.
Il prefetto prese il microfono e disse che non era morto alcun bambino. Ma siccome la credibilità delle nostre istituzioni è pari allo zero, i tifosi ritennero verosimile che fosse accaduto qualcosa di grave. Non è strano. Le faccio un paragone con Hillsborough (la più grave strage legata al calcio inglese, durante una partita tra Liverpool e Nottingham Forest del 1989, ndr). Per anni si è creduto che i colpevoli della morte di 96 persone fossero altri tifosi, ma solo recentemente si è scoperto che la responsabilità era della polizia. Per non parlare della vicenda di Spaccarotella (l’agente di polizia che nel 2011 colpì a morte il laziale Gabriele Sandri, ndr).

Lei ha difeso alcuni dei ragazzi arrestati dopo quel derby sospeso. Che condanne hanno ricevuto?
Scartata l’irrisoria ipotesi di minacce ai giocatori, sono stati accusati per l’invasione di campo. Reato prescritto. Ma dei quindici arrestati in seguito agli scontri, dieci sono stati assolti a distanza di dieci anni. I mostri sbattuti sulle prime pagine dei giornali in realtà erano innocenti.

Intanto il ministro dell’Interno Angelino Alfano promette un nuovo giro di vite per i reati da stadio. Allo studio c’è l’introduzione del Daspo a vita.
Siamo sotto elezioni. È normale che persone come Angelino Alfano, che per i suoi colleghi di partito propugna l’innocenza fino al terzo grado di giudizio, adesso cambino idea. Non si rendono conto che seguendo la stessa filosofia il Parlamento sarebbe vuoto.

Non crede che la tessera del tifoso abbia aiutato a combattere la violenza negli stadi italiani?
Il tempo ha dato ragione a chi ha sempre ritenuto la completa inutilità della tessera del tifoso. E rivendico di essere tra questi. È stata una buffonata. Adesso finalmente anche l’opinione pubblica l’ha capito.

Articoli le sue critiche.
Partiamo da un presupposto. A cosa serviva la tessera del tifoso? In Italia ci sono circa 4mila soggetti diffidati, che non possono più entrare allo stadio. Tremila di loro hanno l’obbligo di firma in commissariato. Ne restano fuori mille, di solito i meno pericolosi. Sono quelli che pagano per aver acceso una torcia o un fumone. Per esperienza professionale, posso assicurare che in media solo il 5 per cento dei daspati viola la disposizione. In sostanza, per controllare 50 persone si è deciso di tesserare tutti i tifosi italiani. Ma critico anche i criteri di rilascio. Con la tessera del tifoso chiunque ha ricevuto una condanna o un daspo, anche se regolamente scontati, è impossibilitato ad acquistare biglietti per qualsiasi evento sportivo. Insomma, se nel 1990 sono stato punito per aver acceso una torcia allo stadio, quando avrò 80 anni non potrò nemmeno portare i miei nipoti a una partita di basket.

Intanto però gli stadi italiani sono sempre più vuoti.
Quando la maggior parte dei tifosi può seguire le partite di calcio comodamente sul divano di casa, a prezzi più accessibili, evitando di frequentare impianti vecchi, dove tutto è proibito e si rischia una diffida per ogni cretinata…. Pensi, ho una figlia di 13 anni. Recentemente l’ho portata all’Olimpico per vedere Roma-Sassuolo. Tornando a casa mi ha raccontato quello che le era piaciuto di più: cantare con gli altri tifosi. Ecco, se si impedisce tutto questo negli stadi resisteremo davvero in pochi.

Quindi lei sostiene che la violenza non c’entra?
Ma quale violenza… La violenza vera c’era negli anni Ottanta. Eppure allo stadio per vedere un Roma-Ascoli al primo turno di coppa Italia ci andavano sempre ottantamila persone.

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