
Più di 4 milioni e mezzo di italiani fumano spinelli, ma lo scorso anno nel nostro Paese solo 40 malati hanno avuto accesso a medicinali a base di cannabis. Intanto il numero degli spacciatori di strada è aumentato del 10 per cento. Mentre in Italia il mercato degli stupefacenti continua a fruttare quasi 25 miliardi di euro alla criminalità organizzata. Per tutti questi motivi, e non solo, i Radicali chiedono al governo di affrontare una discussione approfondita sul tema della droga. Un dibattito in Parlamento senza approcci ideologici, per prendere atto del fallimento delle politiche proibizioniste.
L’occasione non è casuale. In tutto il mondo si celebra oggi la giornata internazionale della lotta alla droga. Per ragionare sul fenomeno, il primo passo consiste nel comprenderne la diffusione. Anche per questo la professoressa Carla Rossi, rappresentante del Parlamento Europeo nel Consiglio di Amministrazione dell’Osservatorio Europeo sulle droghe e le tossicodipendenze, ha presentato ieri nella sede nazionale del Partito Radicale alcuni dati sulla realtà italiana. Nonostante l’approccio repressivo degli ultimi anni, nel nostro Paese i problemi sembrano tutt’altro che risolti. Negli ultimi tempi il numero degli spacciatori sarebbe aumentato del 10 per cento. Secondo le stime presentate da Carla Rossi, dagli oltre 350mila del 2005, si sarebbe arrivati, nel 2009, all’incredibile cifra di quasi 390mila spacciatori. Intanto, anche dopo l’entrata in vigore della legge Fini-Giovanardi, il consumo di sostanze stupefacenti non sembra essersi ridotto. E così solo considerando l’uso di cannabis, oppiacei e cocaina, oggi i dati presentati stimano la presenza in Italia di circa 6.200.000 consumatori attivi. Un mercato da 23 miliardi di euro l’anno (12 miliardi solo per la cocaina).
Le conseguenze finiscono inevitabilmente per interessare il nostro sistema carcerario. «Il proibizionismo genera tabù – scrivono alcuni deputati del Partito democratico in un’interrogazione parlamentare che riprende le istanze dei Radicali – impedisce di parlare liberamente ed è causa di tragedie. Non è secondario poi l’effetto drammatico che ha prodotto privando della libertà e sottoponendo a quella vera e propria tortura che sono le carceri italiane, persone che non hanno alcuna ragione di essere detenute: addirittura uno su quattro». Secondo i dati presentati nel V Libro Bianco sulla Legge Fini-Giovanardi, l’incidenza sarebbe addirittura più alta. Il documento, promosso tra gli altri da La Società della Ragione, il Forum Droghe e Antigone, denuncia come il 38,6 per cento dei detenuti sia in carcere per droga. «Nel 2013 – si legge – su un totale di 59.390 ingressi negli istituti penitenziari, il 30,56 per cento era per violazione dell’art.73 DPR 309/90 mentre quasi il 40 per cento delle presenze in carcere al 31/12/2013 sono dovute direttamente alla legge sulle droghe».
Tra gli effetti paradossali dell’approccio italiano al tema della droga, ce n’è uno particolarmente sorprendente. A fronte di un elevato numero di consumatori, riuscire ad accedere a cure mediche a base di cannabis è quasi impossibile. Filomena Gallo, segretaria dell’associazione Luca Coscioni, ha lanciato l’allarme durante la conferenza stampa nella sede dei Radicali. «Ogni settimana – il suo racconto – riceviamo almeno quaranta richieste di informazioni da parte di persone affette da malattie croniche». Eppure lo scorso anno in tutta Italia – nonostante la legge sia in vigore ormai dal 2007 – i pazienti che sono riusciti a ottenere questi farmaci sarebbero meno di cinquanta. Una cifra evidenziata dai dati forniti all’associazione dal ministero della Salute. Le cause? Mancanza di informazioni, troppo spesso. Ma anche procedure burocratiche farraginose e spese troppo elevate. «Sebbene i costi potrebbero essere abbattuti – ha spiegato Gallo – autorizzando per legge la produzione in Italia».
Ma i problemi legati al fenomeno superano i confini nazionali. Assumendo spesso un profilo particolarmente drammatico. Nell’incontro presso la sede dei Radicali, l’associazione Nessuno tocchi Caino ha presentato alcune inquietanti conseguenze dell’ideologia proibizionista. Stando al Rapporto 2014, nel mondo sono ancora 33 gli Stati che prevedono la pena di morte per reati legati alla droga. Solo nel 2013 si sono registrate 355 esecuzioni in almeno cinque paesi. Indonesia, Malesia, Arabia Saudita, ben 328 casi sono stati segnalati in Iran. E la cifra non tiene conto dei dati sulla Cina. «Qui stimiamo almeno 3mila esecuzioni» ha chiarito il segretario dell’associazione Sergio D’Elia. Un numero elevato, «ma in ogni caso inferiore del 50 per cento rispetto a quanto avveniva 4-5 anni fa». Nei primi mesi dell’anno in corso il fenomeno rimane diffuso. Dall’inizio del 2014 sono state effettuate almeno 167 esecuzioni per droga in almeno tre paesi (Arabia Saudita, Cina e Iran). Lo scorso gennaio un tribunale del Vietnam ha condannato per traffico di droga 30 persone. «Il maggior numero di condannati a morte in un solo processo – si legge nel rapporto – nella storia giudiziaria del Paese».