Cashmere e filosofia, un artigiano sul tetto del mondo

Cashmere e filosofia, un artigiano sul tetto del mondo

RIMINI – «Sono pronto a scommettere che in tre anni il nostro tasso di disoccupazione sarà inferiore al 10 per cento». L’ottimismo e il sorriso sono farina del sacco di Brunello Cucinelli, il re del cashmere. Al Meeting di Cl lo ascoltano incuriositi, perchè tutti vogliono capirci qualcosa da quell’uomo elegante ma genuino, classe 1953, umbro pure nell’accento, che dopo un diploma da geometra e gli studi in Ingegneria mai completati, con 500mila lire aprì un laboratorio per produrre un campionario di cinque maglie in cashmere colorato. Oggi Cucinelli è un colosso mondiale del lusso, quotato in Borsa. Nel 2013 ha fatturato 322,5 milioni di euro (+15,5% rispetto al 2012), con un utile netto a 29,6 milioni (+10,9%) e i ricavi dai mercati internazionali in crescita del 21,4%. Stipendia 1.300 dipendenti che hanno un’età media di 35 anni e guadagnano il 30% in più degli impiegati nelle aziende concorrenti. Ma il dottor Brunello (laurea honoris causa in filosofia), oltre ad essere un paperone del made in Italy, è un cosiddetto imprenditore illuminato. Filantropo e mecenate del nuovo millennio.

Le formule giornalistiche rischiano di stereotipare il personaggio, tutt’altro che etichettabile. Perché coniuga pensiero e azione. Accarezza l’Empireo dei massimi sistemi e rivendica la comunità del bar. Il profitto non è tutto? Nel 2012 ha distribuito ai dipendenti gli utili derivati dalla quotazione in Borsa. Una supertredicesima da 6.385 euro per ogni lavoratore. Ma ha pure restaurato il borgo trecentesco di Solomeo, alle porte di Perugia, dove ha spostato la sede dell’azienda con uffici, laboratori e mensa. Da queste parti ha creato una fondazione per lo studio dell’artigianato e lo sviluppo delle arti. Ha aperto la scuola dei mestieri e messo un suo amico frate benedettino, Padre Cassiano, nel cda dell’azienda. A colloquio con Linkiesta, Cucinelli è un profluvio di citazioni colte, eloquio appassionato e fiducia nell’uomo. Le mani a sistemare la giacca beige, lo sguardo che immagina il domani. La sua visione del mondo rischia di suonare come una provocazione: «Questo è un momento magico per l’umanità, di declino del consumismo. Per consumismo intendo la parte oltre l’utilizzo e noi siamo tornati a utilizzare, ad avere un rapporto normale e bello con le cose. E forse siamo proprio noi italiani i primi ad aver concepito questa consapevolezza».

Un dettaglio del borgo di Solomeo (Fillippo Monteforte/Afp/Getty Images)

Cucinelli porta in dote un sondaggio interno: «Ho fatto una ricerca tra i miei amici in azienda e negli ultimi tre anni comprano meno a rate, fanno molta più attenzione, sono più sensibili al territorio. Si vedono a casa di uno, vanno in campagna, si riappropriano di certi valori. Con il ritorno ai grandi ideali c’è il declino del consumismo». Vulcanico nella narrazione, eppure garbato nei toni. Sul sito dell’azienda, gonfio di aforismi, campeggia l’adagio di Dostoevskij: «La bellezza salverà il mondo». E per Cucinelli non è solo una massima, ma un faro nel lavoro come nella vita. «Abbiamo avuto un trentennio di crisi di civiltà, oggi stiamo vivendo un rinascimento morale, civile, economico e spirituale. Siamo tornati a investire nei tre grandi ideali: la politica, la famiglia e la spiritualità. È partito più di un anno fa Papa Francesco ricordandoci di non giudicare e di non volgere le spalle alla povertà. Dobbiamo tornare a essere sostenitori dell’Italia, è l’Italia che ha bisogno di noi, soprattutto dei giovani. E non ci sono figure salvifiche, nemmeno gli imprenditori».

Tutto molto bello, poi però guardando in casa nostra la crisi non sembra offrire spiragli e lo stesso Renzi arranca nel rilancio dell’economia. «Ma non è una fatica del governo, l’Italia siamo noi. In difficoltà erano la politica, la famiglia, la religione. Abbiamo bisogno di persone garbate e capaci che siano in politica, in famiglia e nella religione». Su agenda politica e lista delle priorità Cucinelli non mette bocca, ma alza le mani con la stessa dose di garbo e decisione: «Io sono imprenditore e non mi permetto di giudicare il governo. Voglio lavorare e vivere in Italia. Le dico solo che mi piacerebbe che il dipendente potesse guadagnare 1.600 euro invece di 1.200». Anche Matteo Renzi, come lui, evoca spesso bellezza e dignità. E non è un caso che Cucinelli gli riconosca una leadership comunicativa. «Renzi ha fatto come Papa Francesco. Ha capito il valore di usare una terminologia contemporanea. Nella sua semplicità il Papa è facilissimo da comprendere, così anche Renzi. Lui ha capito che la politica aveva bisogno di un nuovo linguaggio e del valore della rapidità».

Il cashmere nei laboratori Cucinelli (Filippo Monteforte/Afp/Getty Images)

Nella narrazione di Cucinelli non c’è posto per la crisi nè per l’abbrutimento di situazioni imprenditoriali e sociali che affollano la cronaca. Quando gliele evochi si acciglia, e subito rilancia. «Se io fossi il padrone dell’umanità sarei contento, venticinque anni fa andai per la prima volta in Cina e ho visto esseri umani vivere quasi come gli animali. Oggi i pastori cinesi che allevano capre di cashmere vivono come quando io facevo il contadino. C’è un miglioramento dell’umanità, che è cambiata all’improvviso perché abbiamo ridisegnato “il mondo del lavoro nel mondo”». Così muta pure il Made in Italy, baluardo a cui si aggrappano in molti. «Nel caso dell’Italia – spiega Cucinelli – da noi il mercato globale vuole solo manufatti speciali, prodotti di alta gamma perché quelli medio-bassi li comprano in altri Paesi. Questo genera uno scompenso di lavoro, certo, ma sono pronto a scommettere che nel giro di tre anni il nostro tasso di disoccupazione sarà inferiore al 10% perché torneremo a investire nei manufatti. Protagonisti saranno i giovani, ma dovranno lavorare in aziende belle, cioè umane».

La persona al centro dell’impresa. Se altrove il concetto è un abito buono per retorica e dibattiti, nel caso di Cucinelli diventa perno dell’architettura imprenditoriale. «Non uso espressioni come risorse umane o capitale umano – dice a Linkiesta – perché l’essere umano è prima di tutto una persona. Se io ti do dignità, tu domani sei più responsabile e creativo. Dobbiamo trattarci in un modo leggermente diverso, perché tutti sanno tutto. Io so quanto guadagni e dove sei stato in vacanza. Per essere credibili bisogna essere veri». A proposito di compensi, Cucinelli è entrato nella lista dei miliardari mondiali di Forbes mentre nel primo semestre del 2014 la sua creatura vola con ricavi netti a quota 175,8 milioni, in crescita dell’11,6% rispetto a giugno 2013. I mercati internazionali fanno la parte del leone, in aumento del 15% con incidenza del 79,4% sul totale del fatturato (la Cina segna addirittura un +43,5%). Intanto continua l’avanzata delle boutiques monomarca in giro per il mondo (al momento sono 102) che si aggiungono ai 700 multibrand in 70 Paesi.

Una sfilata Cucinelli (Yves Forestier/ Getty Images Entertainment)

La parabola di Cucinelli è caso di studio e favola bella, ma reale. In Umbria tutto si compie: dai laboratori dell’azienda alla scuola dei Mestieri, nata per restituire «nobiltà» a un ventaglio di professioni che l’uomo qualunque bollerebbe come anacronistici. La struttura è aperta ai giovani e si avvale degli insegnamenti dei lavoratori Cucinelli. Quattro indirizzi: Rammendo e Riammaglio, Taglio e Confezione, Orticultura e Giardinaggio, Arti Murarie. I primi due riguardano l’attività imprenditoriale di Cucinelli, gli altri sono funzionali al restauro e alla riqualificazione del borgo di Solomeo. È il cerchio che si chiude perchè poi ci sono teatro, anfiteatro, biblioteca e giardino dei filosofi. Un paradiso terrestre a misura di lavoratore. Forse troppo “bello e impossibile” per l’italia, ma non per il cashmere di Brunello. Il suo «capitalismo umanistico» vuole essere prassi, non eccezione. «Come tutte le cose, anche il capitalismo dev’essere contemporaneo. Voltaire diceva che «se del tuo tempo non vuoi accettare cambiamenti forse prenderai la parte peggiore». Io credo che il capitalismo debba andare di pari passo con l’uomo». 

Tra una foto con un fan e diverse strette di mano a spasso per il Meeting, c’è spazio pure per un consiglio ai giornalisti: «Usate la poesia». Il futuro sembra a portata di mano. Quello dell’azienda innanzitutto. A giugno Cucinelli ha istituito un trust in favore delle figlie Camilla e Carolina per dare «giovinezza, continuità e contemporaneità» al gioiello imprenditoriale di famiglia, ma anche per «garantire l’unitarietà del patrimonio immobiliare del borgo di Solomeo e il sostentamento della Fondazione per la realizzazione di quelle opere che noi definiamo “abbellimento dell’umanità”». Ma ottimismo e fiducia vanno oltre il regno del cashmere. Cucinelli rifiuta l’idea di una «crisi infinita» e punta tutto sul protagonismo dei giovani e sulla riscoperta del territorio. «Noi siamo in difficoltà di ideali, ma entriamo in una nuova fase di moralizzazione e rinnovamento dell’umanità a partire dai giovani». La chiosa è una sorta di autografo: «Questo è un secolo d’oro e per l’Europa il meglio deve ancora venire». 

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