Quando volevamo credere agli Ufo

Quando volevamo credere agli Ufo

Quando cresci in campagna ti trovi circondato da spazi aperti ed erbosi che hanno la seccante abitudine di diventare piuttosto sinistri alla luce della luna e tanti, troppi, campi di grano. Ho passato parte della mia infanzia a esplorare piccole radure bluastre, circondate da macchie di bosco ben più scure ma stranamente più rassicuranti, per poi non riuscire a prendere sonno e ripetermi tra i denti: «Fa che non vengano stanotte, fa che non vengano stanotte, fa che non vengano stanotte». Pensavo agli alieni, naturalmente, e a quanto ormai dovesse essere imminente la conquista della Terra, visti i continui avvistamenti, le tracce inequivocabili e le prove marmoree fornite in gran parte dalla televisione sotto forma di filmati dalla grana opinabile ma incredibilmente nitidi agli occhi di un ragazzino. Era la metà degli anni Novanta, l’epoca di X-Files e del “grande complotto” che non ha nulla a che vedere con le assurdità grilline di questi tempi. Tanto per cominciare, era molto più radicato nella realtà rispetto all’esistenza delle scie chimiche, al Nuovo Ordine Mondiale e a tutti i video sgranati di YouTube che proverebbero una cospirazione multiculturale alle spalle dell’Undici Settembre. Sì, parliamo di extraterrestri.

Quando J. Allen Haynek nel 1972 ha classificato i primi tre tipi di incontro ravvicinato e catalogato i luoghi e i tempi in cui tali incontri dovessero avvenire, non sapeva che stava per mettere me, che sarei nato una decina di anni dopo, in condizione di nutrire un’attrazione morbosa per le radure nelle notti estive e di finirne terrorizzato, e nemmeno che avrebbe scoperchiato il vaso di Pandora della più grande — e contemporaneamente inoffensiva — teoria cospirazionista dell’Universo. Si limitava a guardare le stelle e a voler credere, come vent’anni dopo di lui avrebbe fatto il believer Fox Mulder indossando l’aspetto di David Duchovny. X-Files, in dieci anni di messa in onda, è stata la croce e la delizia di tutti i fifoni come me, ben più ingenui dei moderni complottisti e mossi semplicemente dalla curiosità attorno a una storia improbabile e dalla speranza di averci visto giusto. In gioco c’erano le nostre notti di sonno, non certo la stabilità politica del pianeta.

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La mythology — o mytharch, quella sorta di sottotrama che tra il 1992 e il 2003 ha collegato i momenti salienti dell’ufologia attraverso le vicende di Mulder e Scully — scorre lungo la serie come una corrente tiepida e cementa le teorie attorno al rapporto tra umani e alieni nella maniera più solida possibile: dandole in pasto alle masse. Tutto comincia, ovviamente, dallo schianto di Roxwell e dall’esistenza celata dell’Area 51, per poi evolversi tra momenti condivisi con quella che dovrebbe essere la realtà secondo chi ne è convinto e situazioni partorite esclusivamente dalla fantasia di Frank Spotnitz e Chris Carter, i due autori che più degli altri hanno lavorato alla costruzione della mythology. Gli episodi in cui le teorie complottiste aliene vengono esposte sono anche i più intimi della serie, quelli in cui il rapporto tra il believer Mulder e la scettica Scully viene esplorato più a fondo, e questo ha probabilmente contribuito a fissarli meglio nella memoria degli spettatori occasionali e a rendere più plausibili — non “credibili”, è questo il punto — gli elementi di supposta fantasia. La storia si evolve attraverso più o meno clamorosi insabbiamenti dei contatti con quelli che Mulder chiama “colonizzatori” e che ho da poco scoperto — o forse l’ho sempre saputo ma non ricordavo di saperlo — far parte della famiglia dei “Grigi”. Quegli alieni inquietanti e con gli occhioni che disegnerei se mi chiedessero di disegnare un alieno.

Le teorie del complotto extraterrestre hanno sempre avuto il vantaggio di vivere di una sorta di autoironia passiva, del genere: «Forse stiamo sbagliando tutto, ma preferiamo non saperlo», che pur sfociando in qualche occasione nella paranoia ha mantenuto intatta l’umanità dei simpatici pazzoidi che si proclamano credenti. Il fatto di essere poi rappresentati per la maggior parte come delle specie di hippie di mezza età, con il codino lungo e grigio che spunta da sotto il copricapo di alluminio e grucce di metallo, li ha posti tra le file degli innocui. Un po’ come la maggior parte dei colonizzatori che hanno popolato gli ultimi settant’anni di incontri ravvicinati: semplici osservatori pieni di speranze.

Il governo — quello statunitense, non ho mai capito perché il nostro governo non se ne preoccupasse ma immagino per via della mancanza di grandi spazi nei quali le navicelle potessero liberamente atterrare o schiantarsi — è coinvolto, va da sé. Ma soltanto per prevenire il panico delle masse incredule e al limite per porre il proprio sigillo sulla sapienza che i visitatori da altri mondi potrebbero impartire agli ingenui abitatori di questo. L’opera di X-Files riguardo alle teorie ufologiche è immensa e si potrebbe definire accademica. Riguardando con attenzione le dieci stagioni — o anche soltanto gli episodi della mythology, ma sarebbe un peccato — si possono individuare centinaia di riferimenti puntuali ai momenti storici che hanno caratterizzato gli sviluppi del nostro rapporto con gli abitatori dell’iperspazio, dall’inquietante esperienza di Travis Walton agli ormai sdoganati e un po’ noiosi cerchi nel grano. Inoltre è facile contare tutte le possibili confutazioni delle confutazioni scientifiche che andassero contro il principio che imbeve la serie, così come la fede di chi ancora oggi sta aspettando: “voglio credere”. Non “devo”, ma voglio. Perché non c’è alcun pericolo nel scegliere la propria realtà in questo caso e non c’è bisogno di scomodare nessuna ultrapotenza, per lo meno non di questo mondo. Certo, chi ha cercato di portare questa storia fuori dall’intercapedine che esiste tra la fantascienza e la parvenza di realtà e di buttarla in politica si è scontrato con il ruvido muro della logica, ma è così che certe cose sono destinate ad andare.

La teoria del complotto alieno è rassicurante, prima di tutto perché mi ha fatto compagnia in quel periodo della vita in cui chiunque ha bisogno di solidi dubbi esistenziali e una vaga sensazione di terrore diffuso, e poi perché è così facilmente smantellabile. Il complottismo attuale è un’attitudine pericolosa e ambigua, archiviabile alla voce “puttanate” ma contemporaneamente tanto radicata nella mente di chi ne è convinto da indurre comportamenti antisociali. Chi crede nella malvagità del Bilderberg così come crederebbe ai Cobra e allo strapotere di Destro, è pronto a reagire con la forza pur di sostenere le proprie idee, non tanto in nome del futuro dell’umanità, quanto in quello del cieco terrore di non aver assolutamente nulla da combattere e dell’egoismo di non sbagliare. Chi crede nell’avvento della luce extraterrestre è pronto a trasferirsi nel deserto del Mojave e osservare il cielo per il resto dei suoi giorni e se questo serve a dargli la pace, ben venga. X-Files resta la serie che ha segnato una generazione e dato una forma popolare a una credenza, niente di più, ma per fortuna niente di meno. La verità è — come dovrebbe — là fuori. Forse non siamo tutti spacciati.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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