Si può ridere della morte?

Si può ridere della morte?

Negli ultimi giorni, in seguito alla morte del cantante Pino Mango, avvenuta domenica 7 dicembre e seguita poche ore dopo da quella di suo fratello maggiore Giovanni, sui social network abbiamo letto — e scritto — commenti di ogni tipo: dalle dichiarazioni di affranto dispiacere alle battute ironiche. Queste seconde hanno generato un mare di polemiche, come sempre accade quando si scherza sulla morte. Ma si può o non si può ridere della morte? Per cercare di rispondere a questa delicata domanda vorrei partire da due fatti.

Comincio dal primo, quello più personale: come molti anche io condivido con gli amici una chat su Whatsapp, una di quelle che hanno la duplice utilità di servire per organizzare cene, bevute e gite collettive, ma anche per scambiarsi video che vanno dal molto divertente al molto blasfemo, come se fosse il bancone del nostro bar di fiducia. In quell’immateriale bancone digitale dove ognuno di noi dà libero sfogo al proprio cinismo, lunedì sera la morte di Mango è stata commentata con molto sarcasmo, e leggendo le battute man mano che arrivavano, ho riso.

Nello stesso momento, su Twitter e Facebook, insieme ai messaggi di cordoglio più o meno sentiti (e più o meno giustificati), giravano tantissimi post molto simili a quelli che mi apparivano sul cellulare: battute irriverenti, giochi di parole sul nome di Mango e tutto il resto dell’ampio repertorio dell’umorismo nero. Siccome nel mondo dell’umorismo non si inventa niente — ma, al contrario, le cose si scoprono — per quel normale processo di poligenesi delle battute mi sono trovato a leggere alcune delle stesse battute che avevo già letto nella chat dei miei amici. Ma con una differenza: non ho riso.

In questa differenza sta la prima parte della risposta, la parte più banale, alla domanda di prima, ovvero: «Sì, si può scherzare sulla morte, ma dipende dal contesto in cui lo si fa».

In un contesto come quello della chat di Whatsapp tra amici si può scherzare su tutto; e lo si può fare perché, banalmente, tutti i partecipanti sono d’accordo e condividendo la stessa sensibilità verso l’argomento, non si scandalizzano. È un momento carnevalesco, in cui tutte le regole sono abolite e la morale viene ribaltata. Ed è un momento condiviso da tutti.

In un contesto pubblico come Facebook e Twitter, invece, non si può fare lo stesso discorso. Che lo vogliamo o meno Facebook e Twitter, come altri social network, sono diventati una parte della realtà e hanno per molti versi il ruolo che una volta potevano avere la piazza o, forse, meglio, il bar. Con almeno due sostanziali differenze però: una quantitativa, ovvero la dimensione della comunità, che non ci starebbe in una piazza, né tantomeno in un bar, e una qualitativa, ovvero non tutti quelli che leggono i nostri post sono nostri amici, spesso nemmeno ci conoscono. Per questo motivo, soprattutto quando parliamo di un argomento così delicato come la morte, abbiamo il dovere di presupporre che non tutti coloro che leggono ciò che scriviamo condividono la nostra sensibilità.

Se la prima parte della risposta riguarda il contesto, la seconda riguarda il contenuto e suonerebbe all’incirca così: «Sì, si può scherzare sulla morte, ma dipende da come lo si fa». Attenzione, però, perché dietro quel “dipende da come lo si fa” non c’è un problema di ordine morale, non c’è un limite del buongusto, perché l’umorismo nero, soprattutto nella sua variante macabra è un umorismo decisamente antiborghese e anticonformista, e il buon gusto — categoria primaria del mondo borghese e conformista — non si può applicare in questo contesto.

Quel “dipende da come lo si fa” riguarda l’intelligenza. Se nel 1729 Jonathan Swift poteva scrivere la sua Modesta proposta, un saggio satirico in cui proponeva come soluzione alla povertà delle classi subalterne irlandesi la macellazione e la vendita della carne dei loro figli, lo poteva fare, facendoci ridere ancora oggi ( vedi la rielaborazione dei Monty Python nel film Il senso della vita, del 1983 ), perché la carica satirica era innescata da una straordinaria e fine intelligenza critica.

Un amico, su Facebook, proprio in seguito alla valanga di battute sulla morte di Mango, ha sintetizzato molto bene il concetto in una battuta: «Con la morte si può scherzare, ma con intelligenza. Se non ne avete molta a disposizione, meglio lasciar perdere. Fareste ridere solo gente stupida.»

Si può ridere della morte, quindi, e non ci si deve sentire in colpa se lo si fa, basta farlo con eleganza e nel contesto giusto. Ridere della morte è un gesto nobile e l’approccio ironico alla morte, che è poi la madre di tutte le nostre paure, è per molti versi migliore dell’approccio drammatico.

L’approccio drammatico alle cose prevede che ci si ponga al di sotto, che quindi ci si faccia sormontare, ingigantendole e rendendole insormontabili. L’approccio ironico, al contrario, inverte il rapporto e ci permette di porci al di sopra delle cose, di ridimensionarle, di scrollarci di dosso un po’ di paura e di affrontarle, con un gran sorriso.

Un esempio, per chiudere: quando la sera del 29 novembre 2010 Mario Monicelli si suicidò lanciandosi dal quinto piano dell’Ospedale San Giovanni di Roma, Fabio Fazio, che era in diretta con il programma Vieni via con me, interruppe la trasmissione per fare un annuncio: «Non posso proprio andare avanti», disse, «perché poc’anzi è arrivata la notizia che è morto poco fa Mario Monicelli, una persona che avremmo tanto voluto avere in questa trasmissione, ma era malato, era ricoverato a Roma, e non c’è più».

Qualche giorno dopo, sul sito satirico Spinoza.it, vennero pubblicate le migliori battute di quei giorni. La migliore, almeno per me, fu questa: «Monicelli, 95 anni, sfugge alla morte buttandosi dalla finestra», una battuta che, con elegante e nerissima ironia, omaggiava la morte di un uomo che, tra l’altro, era grande amante dell’umorismo nero, sfuggendo al rischio di cadere nel patetico — quel «non c’è più» di Fazio — una cosa che Monicelli avrebbe apprezzato tantissimo.

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