È merito di Padoan se il Fiscal Compact fa meno paura

È merito di Padoan se il Fiscal Compact fa meno paura

I semestri europei di presidenza nazionale a rotazione hanno perso da tempo la loro importanza. A differenza di anni fa, ora il Consiglio europeo ha un presidente stabile che indirizza i dossier, la politica estera un suo Alto rappresentante, e anche l’Ecofin un coordinatore fisso. Detto questo, il semestre di presidenza europea di Renzi è giunto ieri al suo ultimo atto. Solo il tempo dirà se valesse la pena concentrare tante energie nella nomina della Mogherini a un coordinamento di politiche estere che restano nazionali. Per il resto, il bilancio politico è molto magro. Nemmeno la strage di Charlie Hebdo e tre milioni di parigini in piazza son riusciti a sbloccare l’Europa politica da un forte dissenso sulle nuove misure antiterrorismo. La crisi russo-ucraina è più che mai aperta. E il 25 gennaio con il voto in Grecia e Syriza in testa, con la richiesta di un nuovo abbattimento del debito ellenico detenuto dall’euroarea potrebbe ricominciare una nuova fase acuta di crisi.

Tuttavia, sarebbe sciocco e pregiudizialmente partigiano negare che un successo c’è stato. Sul punto centrale che il governo italiano aveva mirato, quello di nuovi criteri nel patto europeo di stabilità e crescita. Non per una sua modifica strutturale, col limite del 3% annuo di deficit e il percorso a tappe per rientrare sotto il limite del 60% di Pil di debito pubblico: questo non si tocca. Ma cambiano i criteri di interpretazione e applicazione del patto, e non è poco. La svolta è venuta con il nuovo documento che la Commissione Juncker ha fatto proprio e diramato il 13 gennaio. È un documento che rappresenta una vittoria per il ministro Padoan, che vi ha lavorato da aprile scorso senza mai scontrarsi di petto con tedeschi e rigoristi, e al contempo seminando con grande finezza tecnica il confronto con Commissione ed Ecofin.

Padoan ha puntato tre obiettivi. Il primo era non far mettere in dubbio dall’Europa che l’Italia restasse sotto il 3% di deficit nel 2014 e 2105, con la legge di stabilità appena approvata. Obiettivo di fatto raggiunto sulla fiducia, visto che al terzo trimestre 2014 il nostro deficit era al 3,7%, e che le stime della legge di stabilità appaiono ottimistiche.

Il secondo era di strappare, per i paesi sotto il 3% e ad alto avanzo primario come l’Italia, più tempo per la correzione aggiuntiva del deficit imposta dal fiscal compact, e necessaria ad abbassare nel tempo il debito pubblico, che nel nostro caso sale ancora verso il 135% del Pil invece di scendere verso un lontanissimo 60%: un tempo giustificato valutando da subito l’effetto futuro di maggior crescita determinato da importanti riforme strutturali che nel frattempo si adottano.

Il terzo obiettivo era ancor più impegnativo: convincere la Commissione europea a cambiare i criteri con i quali si misura l’ouput gap, cioè la differenza tra crescita reale e crescita potenziale. Un criterio solo apparentemente tecnico ma decisivo per l’Italia, che nei suoi 9 punti di Pil e 25 di produzione industriale persi dal 2008 segna un ouput gap superiore a 5 punti di Pil secondo l’Ocse e Padoan, molto meno invece secondo i criteri della Commissione.

Con i nuovi criteri adottati ieri dalla Commissione, si può oggettivamente dire che Padoan ha vinto in pieno anche sul secondo obiettivo. E se ha mancato il terzo – la Commissione per il momento non sposa la proposta italiana su come calcolare il Pil potenziale – il confronto resterà comunque aperto.

La sostanza però è che per la prima volta c’è una nuova precisa e graduata attenuazione degli sforzi di correzione del deficit annuale. È passato il principio che va esaminata in termini diversi la situazione paese per paese a seconda delle diverse riforme strutturali, del lavoro e delle pensioni. Per la prima volta si riconosce per tutti (negli ultimi due anni era già avvenuto per Romania e Bulgaria) che la parte di cofinanziamento nazionale di investimenti realizzati grazie ai fondi europei può non essere calcolata nello sfondamento del 3% di deficit, e che lo stesso avverrà per le quote nazionali di finanziamento del progetto straordinario triennale da 315 miliardi a cui Juncker ha legato la sua presidenza (e che personalmente non mi convince per niente, le risorse comunitarie sono solo 21 miliardi).

Soprattutto, si introduce infine una griglia (vedi Annex 1 qui) a 4 scalini di diversa intensità di crisi nazionale più 1 per quando le cose vanno bene, per la quale a chi ha crescita reale negativa come ancora è stato per l’Italia nel 2014 non si chiedono tagli ulteriori al deficit, neppure a chi ha il debito più che doppio del 60% di Pil come nel nostro caso. La condizione – ecco perché contava il primo obiettivo raggiunto da Padoan – è quella di restare sul filo del 3% di deficit. Una scommessa che sui conti pubblici del 2015 attualmente non ci sentiamo proprio per nulla di fare: ma nella sostanza, va riconosciuto che è quanto Padoan aveva chiesto.

È vero, non è la rivoluzione sognata da chi vuole semplicemente che il fiscal compact sia stracciato. Non risolve la deflazione, contro la quale l’attesa è per le misure che tra pochi giorni deciderà la Bce. E non disattiva la mina greca, la cui miccia ha ripreso a correre. Ma è anche vero che Padoan si è mostrato un osso duro. E che la sua competenza in guanti di velluto ha ottenuto in sei mesi più di quanto le frequenti rodomontate della politica italiana abbiano conseguito in 8 anni. Taglia la spesa improduttiva molto meno di Cottarelli ed è troppo incline a nuove tasse come la stangata retroattiva al risparmio previdenziale, ma ringraziamo Napolitano che ha voluto Padoan ministro, al posto di un ubbidente incompetente. Perché i risultati si sono visti, anche se ora il più resta da fare.

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