Jobs Act, le critiche a sinistra sono solo ideologiche

Jobs Act, le critiche a sinistra sono solo ideologiche

Il Jobs Act non è affatto perfetto. Ma le obiezioni ragionevoli – cioè quelle “non” ideologiche – riguardano per esempio l’opacità che ancora pesa sulle politiche attive del lavoro e sulla nuova Agenzia Nazionale per intermediare domanda e offerta di occupazione: perché finché non sarà chiaro come sarà e come funzionerà potrebbe rivelarsi un azzardo i 24 e poi 18 mesi del nuovo strumento di sostegno al reddito per i disoccupati involontari (anch’esso esteso per la prima volta, sia pur in forma ridotta, anche ai precari). Senza politiche attive di “svolta” – quelle per cui spendiamo 5 volte meno rispetto alle politiche passive nel bilancio pubblico, quasi solo per stipendiare chi vi è addetto e con risultati pessimi che testimoniano l’incapacità della PA di “capire” il mercato — la maggior flessibilità sui licenziamenti e il nuovo strumento di sostegno al reddito per i disoccupati involontari sono solo metà di quel che serve: NON affrontano infatti la rioccupabilità, che serve dannatamente per innalzare la partecipazione al mercato del lavoro in un paese a tre milioni e mezzo di disoccupati. Altre obiezioni fondamentali investono il limite delle nuove norme, che cambiano il lavoro privato ma non quello pubblico. E sarebbe stato decisamente meglio estendere la riforma a tutti i lavoratori privati di qualunque anzianità, invece di aprire un’asimmetria tra vecchie tutele e nuove che durerà decenni, e creerà inevitabilmente problemi rilevanti alle imprese. E ancora: troppo poco si fa ancora – per i diritti nel welfare– a favore del lavoro autonomo, dimenticato dal bonus 80 euro e graziato, dopo gravi errori  del governo, facendo retromarcia precipitosa sul massacro che era stato deliberato del regime dei minimi e con l’aumento di contribuzione alla Gestione Separata INPS.

Ma non è su questo – tranne che da pochissimi come ADAPT di Michele Tiraboschi – che viene attaccato il Jobs Act. Una beffa per la sinistra e per i gruppi parlamentari Pd. Un’opera di macelleria sociale. Un favore a Confindustria.  Un colossale furto di diritti. Così vengono bollati i primi decreti attuativi del Jobs Act non solo dalle forze dell’opposizione a cominciare dai pentastellati, ma dalla minoranza Pd e dai sindacati (la Cgil, ma pure Uil e Cisl).  La somma di un atto autocratico, e di una completa abiura alle idee fondanti della sinistra. C’è chi pensa per reazione a una legge di iniziativa popolare, chi già parla di referendum. Landini vuole farne motivo di impegno politico diretto. Si è aggiunta al coro anche la presidente della Camera Boldrini, che ha parlato di “un giorno non storico”, perché il parlamento è stato umiliato e in ogni caso il lavoro bisogna crearlo, non si fa riformandone le regole.

Com’è evidente, non sono critiche che si possano facilmente respingere con argomenti fattuali. Perché è l’ideologia a ispirarle. E usiamo questo termine senza alcuna sottovalutazione: l’ideologia è fondamentale in politica. Un liberale aggiunge: purtroppo. Ma si sa, qui non stiamo parlando di un campo che faccia riferimento al liberalismo. Mettiamola nel modo storicamente più corretto. A ispirare la repulsione non è il Jobs Act in quanto tale, ma l’aver modificato uno dei totem della sinistra e del sindacato nel dopoguerra: l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, le tutele al licenziamento. E’ questo il motivo, per cui nessuno mai era riuscito a sfiorare l’argomento senza incorrere in roventi anatemi (per prima la Fornero, che diede la prima energica spinta e dovette parecchio rivederla in parlamento).

Un classico delle citazioni marxiste sul lavoro è tratto dai Manoscritti economico-filosofici del 1844: “ Il lavoro produce sicuramente meraviglie per i ricchi, ma spoglia l’operaio. Produce palazzi, ma antri per l’operaio.. respinge una parte dei lavoratori a occupazioni barbariche, e riduce a macchine l’altra parte”. Centosettant’anni di ideologie antagoniste del lavoro hanno continuato – nell’evoluzione dei tempi, dei modi di produrre, del welfare affermatosi e divenuto poi Stato dilapidatore – a ispirarsi a tale tesi. Sindacato e sinistra lottavano perciò per regole “rigide” a tutela del lavoro e dei lavoratori: servivano a ingabbiare la propensione all’incanaglimento considerata istintivamente connaturata agli imprenditori, all’economia di mercato. Senza rendersi conto di sommare due errori. Il primo è quello “antropologico”, per così dire, sulla disumanità di mercato e imprenditori. Il secondo è reso più grave dalla globalizzazione: in un mondo di capitali liberi, un lavoro “rigidamente vincolato” perde. Diventa obbligato – nei paesi avanzati ad alti costi – a deflazionare. La risposta illusoria della sinistra è: teniamo vincolato il lavoro e vincoliamo anche i capitali. La risposta giusta è: come son o liberi i capitali, deve essere libero anche il lavoro.

Un anno fa, nel suo commento alla riedizione di Destra e Sinistra di Norberto Bobbio, Matteo Renzi scrisse con chiarezza come la pensava. A quell’impostazione ne preferiva un’altra. Va bene considerare ancora fondamentale per la sinistra l’eguaglianza – “ma non l’egualitarismo”, chiosava – ma le categorie per descrivere sinistra e destra per lui erano altre: “innovazione/conservazione, movimento/stagnazione”.

Discutibile quanto volete ma, venendo al lavoro, che cosa deve rappresentare una priorità – in generale, ma innanzitutto per la sinistra – in un paese nelle condizioni dell’Italia? Con tre milioni e mezzo di disoccupati e uno sterminio di inoccupati giovani, difendere le tutele-rigidità di chi un lavoro a tempo indeterminato ce l’ha, o aprire alla flessibilità che consentirà più facilmente un lavoro a chi non ce l’ha, e di miglioralo a chi – i giovani – finora dal dualismo delle tutele sono stati costretti al precariato di massa? E’ questa, la questione fondamentale a sinistra. I dissidenti di sinistra di Renzi e il sindacato ripetono quel che hanno sempre pensato: bisogna estendere a tutti la rigidità delle tutele del tempo indeterminato anche a chi non ce l’ha. Al costo di rendere sempre più onerosi e – alla lunga – illegali ogni altro tipo di contratto. Alla fine le imprese avrebbero dovuto capire: o tutele rigide e tempo indeterminato per tutti, o niente.

Come tutte le impostazioni rigide, non è una posizione che ammetta alternative. E’ fondata sul disconoscimento che, in un Paese ad alto cuneo fiscale e altissime tasse, e in un mondo in cui le imprese devono essere in condizione di riorganizzarsi continuativamente per rispondere ad andamenti della domanda interna e internazionale sempre più erratici, i contratti a tempo servano davvero e non siano figli della malvagità dell’imprenditore.

Per questo disconosce che i licenziamenti economici – quelli che servono alle ristrutturazioni – siano soggetti solo a indennizzi. Per questo ha tentato in parlamento di stoppare che la nuova disciplina valesse anche per il più dei licenziamenti economici, non quelli individuali ma quelli che passano per le contrattazioni e procedure collettive. Per questo s’inalbera al fatto che dei contratti a tempo cesseranno essenzialmente solo i co.co.pro, mentre tutti gli altri resteranno col vincolo dei 36 mesi entro il massimo dei rinnovi legittimi.  Né l’obiezione può placarsi di fronte ai nuovi diritti estesi su materie come il congedo di maternità quello parentale, la sua estensione anche a lavoratori autonomi e precari,  il part time aperto finalmente a chi ha patologie gravi.

Ripeto: il Jobs Act non è perfetto, e manca sinora della svolta per la rioccupabilità. Ma Renzi sapeva benissimo che, toccando in profondità l’articolo 18, accendeva le polveri di uno scontro all’ultimo sangue. Per i suoi oppositori di sinistra fuori e dentro il Pd e per il sindacato, perdere questa battaglia comporta un obbligo a cambiare dalle fondamenta impostazione. O a diventare ancor più nostalgici di un passato che ai loro occhi non passa. Sarà, questo, un pezzo fondamentale della sfida elettorale di Renzi, quando mai andremo alle urne: convincere l’elettorato tradizionale della sinistra a riconoscersi nella sua nuova impostazione, nel mentre adottandola prova a convincere fasce smarrite di elettorato moderato. I liberali, purtroppo, possono solo commentare sugli spalti.

*articolo in collaborazione con Istituto Bruno Leoni