Better Call Saul, l’altra faccia di Breaking Bad

Better Call Saul, l’altra faccia di Breaking Bad

Disclaimer: ho cercato di fare del mio meglio per evitare spoiler, ma se siete di quelli che proprio non vogliono sapere niente di niente salvate in Pocket e leggete prossimamente.

Breaking Bad è sicuramente una delle serie di maggior successo degli ultimi tempi, quella che ha convinto anche gli scettici più indefessi che sì, anche le serie televisive hanno una dignità narrativa di assoluto rispetto. Non ha destato molto stupore dunque la scelta del creatore Vince Gilligan di dare vita a uno spin-off sfruttando la popolarità di uno dei comprimari più amati, l’avvocato della mala Saul Goodman (Bob Odenkirk). E anzi, la notizia è stata accolta con generale buon umore, tant’è che al suo debutto negli Stati Uniti, l’8 febbraio sulla AMC, l’episodio pilota ha registrato ascolti senza precedenti.

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Scelta felice dunque, ma non priva di rischi, come del resto sapeva bene Vince Gilligan quando, nel 2012, ha deciso di imbarcarsi in questo progetto insieme a Peter Gould, l’autore del primo episodio di Breaking Bad in cui compare Goodman.

Dicevamo dei rischi, perché gli spin-off sono di per sé insidiosi. Se da un lato infatti posso brillare di luce riflessa per qualche puntata, dall’altro subiscono meccanicamente il paragone con la serie madre, come un secondogenito obbligato a competere con un fratello maggiore che è un genio a scuola e un drago nello sport. A fronte di felici casi di successo come, diciamo… Xena (spin-off di Hercules), non mancano gliinsuccessi imbarazzanti: vi ricordate ad esempio Joey, lo spin-off di Friends? No? Ecco. 

In più, nel caso di Better Call Saul, al fattore spin-off si aggiunge il fattore prequel. Per quanto ci è dato sapere, almeno una gran parte della vicenda è ambientata in epoca precedente agli eventi di Breaking Bad, di conseguenza sappiamo già più o meno dove si andrà a parare.

Nel pilot infatti, dopo la sequenza di apertura in bianco e nero, che ci mostra un Saul contemporaneo, che vive in incognito a Omaha (Nebraska), gestisce un Cinnabon Bakery e la sera torna a casa a bere da solo e a guardare VHS dei suoi vecchi annunci di avvocato rampante, veniamo catapultati nel 2002. Qui il protagonista non è Saul Goodman (non ancora!), è Jimmy McGill, avvocatuccio mediocre e sfortunato con un passato da piccolo truffatore e una serie non trascurabile di problemi economici e familiari. 

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Sappiamo già cosa accadrà sul lungo periodo. Sappiamo che Jimmy smarrirà per strada i suoi propositi di redenzione e che diventerà un avvocato con pochi scrupoli, specializzato in criminalità organizzata (e non in diritto per gli anziani!). Sappiamo che incapperà in Walter White e Jesse Pinckman e che ciò causerà la sua rovina professionale. Di questi rischi però, per lo più legati alla suspence, i creatori, come dicevamo, sono ben consapevoli. «Ce ne preoccupiamo ogni giorno», spiega Peter Gould a “Vox”, «ma detto questo, ciò che ho sempre sentito dire – non so se a torto o a ragione – è che il modo in cui le cose accadono è più interessante dell’avvenimento in sé. Si può riassumere una grande storia in una frase. Si può riassumere Il Padrino in tre battute». Insomma, non è nella sinossi di una trama che risiede l’interesse per una storia, ma nel suo farsi, negli escamotage narrativi escogitati per dare un senso a ciò che spesso già sappiamo dovrà accadere. Sappiamo ad esempio che, per quanti rischi potrà correre, Jimmy McGill non morirà. «D’altra parte», osserva Vince Gilligan, «in ogni episodio di Star Trek sapevate bene nel vostro cuore che il Capitano Kirk non sarebbe stato ucciso!».

Questioni di suspence a parte, le somiglianze con la serie madre sono subito evidenti: in entrambe c’è la piccola tragedia individuale, la crisi di un uomo di mezza età alle prese con magagne più o meno grandi. In entrambe c’è una sceneggiatura brillante, una solida regiae sullo sfondo Albuquerque, squallida e assolata,  come abbiamo imparato a conoscerla.

Anche le differenze però saltano all’occhio, e secondo “Vox” si possono riassumere in questa dicotomia: «Breaking Bad è una tragedia shakespeariana mentre Better Call Soul è una tragedia greca». Walter White è infatti un potenziale grand’uomo frustrato nelle sue ambizioni e ridotto a timido professore di provincia, il quale, scegliendo di imboccare la cattiva strada, riscatta in parte anche il suo orgoglio ferito (ed è proprio questa amoralità tanto umana che ha fatto grande la serie). Jimmy-Saul, invece, è piuttosto un individuo impotente, sballottato dal fato e dagli dei, che in questo caso sono proprio gli sceneggiatori, che lo guardano indaffararsi prima di traghettarlo forzosamente nello studio un po’ pacchiano dove lo incontriamo in Breaking Bad.

In sostanza, se Breaking Bad è (secondo un magnifico spunto drammatico) costruito interamente intorno a una singola scelta (per quanto ispirata da ragioni contingenti) e ogni singolo fatto che accade da lì in poi è l’immediata conseguenza di questa decisione, Better Call Saul, invece, mette in scena i tentativi di un uomo di ribellarsi a un passato e a un futuro di disonestà. Tentativi che sappiamo già essere vani. In un caso è la storia di un brav’uomo che scopre e asseconda il suo lato oscuro, nell’altro è l’esatto contrario. In entrambe le serie si porta avanti un discorso morale che interessa molto a Gilligan: «Mi piace questo personaggio che lotta per essere buono, ma perché vuole essere buono? Perché è ciò che vuole suo fratello? Perché è ciò che vogliono le persone vicine a lui? È davvero ciò che lui vuole? È questa partita di tennis morale che si gioca nella sua anima e nella sua testa che mi interessa».

Quando lo vediamo per la prima volta in Breaking Bad, Saul è perfettamente a suo agio nei propri panni di avvocato arrivista dalla parlantina facile. Come Jimmy, invece, ci appare più umano e sfaccettato. Se Saul era un personaggio vicino al cliché, Jimmy compie un’operazione più intima mostrandoci ciò che si nasconde dietro la facciata da azzeccagarbugli spaccone: un’operazione decisamente stuzzicante, che però può risultare pericolosa. Saul ci è piaciuto anche in virtù della sua non complessità, secondo una vecchie legge per cui spesso i comprimari macchiettistici battono in simpatia i protagonisti, sui quali, come dei figli, sono proiettate tutte le frustrazioni e le ambizioni degli scrittori. Ciò cui assistiamo è la costruzione della personalità che abbiamo amato in Breaking Bad e ciò accade in parallelo anche a un altro strepitoso personaggio che non poteva non essere riproposto: Mike Ehrmantraut (Jonathan Banks), per il momento relegato a fare il duro al casello di un parcheggio. 

Se il primo episodio ha lasciato tutti a bocca aperta, finora i successivi, per quanto ben scritti, risentono di alcuni momenti morti. Che la serie non potrà vantare la stessa tensione drammatica di Breaking Bad l’abbiamo detto e ridetto; quanto questo sia da considerarsi un problema insormontabile è ancora da capire: Saul potrebbe subire il destino di tanti spin-off e restare una serie carina e ben scritta, ma minore: una melodia piacevolmente familiare che non diventerà mai una hit. 

E a questo proposito, quando Gilligan sminuisce i rischi del prequel sono d’accordo con lui solo in parte. La tensione in Breaking Bad era fondamentale: i tocchi gangster-western hanno contribuito a conferirle lo status di tragedia contemporanea, ma soprattutto c’era l’ansia di scoprire fin a che punto Walter White si sarebbe spinto nella sua catàbasi verso il lato oscuro. E questo non può che mancarci terribilmente.

Better Call Saul, al contrario, è una tragedia greca e secondo i Greci non si può sfuggire al fato. Forse anche il destino di Walter White era scritto. Quel che è certo è che non importa ciò che Jimmy farà: sarà sempre destinato a diventare Saul Goodman. 

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