«Napoli è l’unica città che lascia il segno. È impossibile dimenticarla»

«Napoli è l’unica città che lascia il segno. È impossibile dimenticarla»

«Mi sento male. Portatemi a Napoli», disse Toto’ in fin di vita. Le ultime parole della grande maschera di Napoli simbolizzavano il legame forte, ancestrale che unisce chi è nato all’ombra del Vesuvio alla propria terra. Per coloro che lasciano la città, queste radici possono diventare pesanti catene, difficili da sopportare, oppure sfumare in febbrile nostalgia, tra cartoline ingiallite del Vesuvio, scorci improvvisi di mare, panni stesi ad asciugare al sole e passeggiate ottocentesche lungo via Caracciolo. Oggi parlare di Napoli con uno scrittore napoletano che vive a Napoli è un privilegio. Maurizio De Giovanni è uno di questi. Autore di romanzi, racconti e gialli tradotti in diverse lingue, Maurizio De Giovanni è il creatore del personaggio del commissario Ricciardi, protagonista di storie e inchieste ambientate nella Napoli degli anni ’30. Il flusso ininterrotto tra l’abitante e la sua città in lui non si è spezzato e l’attività sulfurea della scrittura diventa quasi uno specchio d’acqua calmo che riflette i mille volti della città.

Qual è il suo rapporto con Napoli?
Il mio rapporto con Napoli è viscerale. Sono un napoletano che vive a Napoli e non ho intenzione di andare ad abitare altrove, nonostante sia frequente che i napoletani che in qualche modo cominciano a lavorare nel mondo dell’arte, dello spettacolo o della letteratura ad un certo punto vadano via. Io invece sono fortemente intrecciato alla città, non posso lasciarla, non posso andar via. Io vedo i difetti di Napoli, a volte terribili, però non sono me stesso da nessun’altra parte. Dico sempre che il mio rapporto con Napoli è come quello con una madre impicciona, un po’ volgare, di cui ci si vergogna anche un po’, però è sempre tua madre e non potresti cambiarla con nessun’altra. Con Napoli il mio rapporto è molto forte.

«Sono fortemente intrecciato alla città, non posso lasciarla, non posso andar via. Io vedo i difetti di Napoli, a volte terribili, però non sono me stesso da nessun’altra parte»

Quali sono le caratteristiche peculiari della città? 
Napoli, la cui area urbana non ha soluzione di continuità fino a Caserta, è una città con due milioni di abitanti che sono compressi, c’è tanta gente, sovrapposta che di fatto vive in un’area molto limitata. Questo numero enorme di persone implica un contatto sociale costante anche tra classi diverse il che comporta una certa contiguità di situazioni, nel bene e nel male, che in altre città non avviene. Napoli è stretta, ci sono molte strade piccole, è una città compressa dal punto di vista geografico: due colline, una montagna e il mare. Ma è anche sedimentaria, urbanisticamente complessa, difficile da qualificare. Ci sono singoli palazzi che hanno tre o quattro classi sociali diverse. Questo non accade da nessun’altra parte. Per questi ed altri motivi Napoli è una città molto difficile da analizzare e da comprendere. Ha la bellezza della costante vicinanza. Ci sono condomini interi che rappresentano come una grande famiglia e si comportano come tale. Per questo, da un altro punto di vista, è anche difficile pretendere il rispetto della propria privacy. Napoli è una città difficile da tenere insieme, è una città che si consuma facilmente perché le stesse strutture vengono usate da tantissima gente. Napoli è un fenomeno complesso. 

La città ha anche tante stratificazioni dovute alle tante e diverse dominazioni.
Napoli ha una storia diversa da ogni altra città ed ha quindi un presente che è diverso da ogni altra città. Culturalmente, geograficamente e storicamente la formazione di questa città è stata a fasi successive. Pensare a Napoli come ad un fenomeno semplice o come un fenomeno omologabile ad altri luoghi è un errore. 

Parliamo della Napoli di oggi. Com’è diventata rispetto alla Napoli del passato? 
Napoli ha avuto fasi successive. A mio avviso, per molti versi oggi è migliore. C’è un’attenzione che va formandosi riguardo al rispetto della cosa pubblica che prima non c’era. Si sta elevando il livello medio d’istruzione come un po’ ovunque. Su Napoli questo ha un effetto più positivo che altrove. In altre città c’era un innesto di civiltà laddove a Napoli non c’era. Oggi il formarsi di una coscienza civile e sociale aiuta la città a migliorare. Chiaramente c’è ancora molto da fare. In molte grandi parti Napoli è ancora molto misera e dunque questa miseria implica una rabbia, una sotterranea voglia sociale di combattere che poi puo’ sfociare fatalmente nella delinquenza. Questo tipo di mentalità va combattuta, si deve pensare a cercare di costruire qualcosa di diverso. 

«Napoli ha avuto fasi successive. A mio avviso, per molti versi oggi è migliore. C’è un’attenzione che va formandosi riguardo al rispetto della cosa pubblica che prima non c’era»

A Napoli ci sono tante energie creative ma spesso queste non hanno la possibilità di esprimersi, di avere strutture adeguate.
Verissimo. Però sarebbe anche ora che cominciassimo a rimboccarci le maniche e a fare da soli perché se si aspettano le provvidenze dall’alto queste non arriveranno mai e se arrivano arrivano in forma di clientele e quindi non premiano il merito ma premiano le amicizie, la vicinanza, la corrispondenza, l’utile. Così non si riuscirà mai a creare uno schema sociale meritocratico. Bisogna dunque rimboccarsi le maniche, le forze positive della città devono darsi da fare.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Quanta Napoli c’è nella sua letteratura? 
La mia letteratura non è altro che un raccontare le storie della città. Napoli raggruppa storie continuamente, è un’enorme fucina di storie, d’incontri, di confronti, di separazioni, di allontanamenti e di accostamenti. A Napoli c’è tutto ed il contrario di tutto quindi io direi che tutti noi che raccontiamo storie ambientate a Napoli, prendiamo dalla città stessa queste storie e le rendiamo in forma di suoni, di musica, di canzoni, di danze ma anche in forma di semplici rapporti sociali o di passioni. Tutti questi aspetti concorrono a rendere le storie napoletane quasi una fattispecie sudamericana, tra l’altro l’unica al di fuori dal Sudamerica.

«Tutti questi aspetti concorrono a rendere le storie napoletane quasi una fattispecie sudamericana, tra l’altro l’unica al di fuori dal Sudamerica»

A Napoli esiste un forte culto legato alla morte ma anche al magico, alla superstizione. Quanta c’è di questa tradizione nei suoi libri o ad esempio nel personaggio del commissario Ricciardi?
Il commissario Ricciardi percepisce delle emozioni, ha una sensibilità che altri non hanno. Ma Ricciardi in realtà vede i vivi e non i morti. Vede in i vivi che stanno morendo. Il suo non è un rapporto con l’aldilà. Si limita a percepire fortemente il dolore altrui. Quella di Ricciardi in realtà è una metafora. È qualcosa che dovremmo avere tutti e non abbiamo. Cioè la compassione. 

Quanto si rispecchia l’autore nel personaggio?
Di Ricciardi condivido la compassione. Per il resto ahimè sia fisicamente che come modo di fare penso di assomigliare più a Maione che a Ricciardi. Io sono estroverso mentre Ricciardi è introverso, lui è cilentano mentre io invece sono fortemente napoletano. In realtà racconto Ricciardi come se raccontassi un amico e Napoli ne è lo sfondo comune.

Ma Napoli, più che una città, è forse un luogo dell’anima? 
Lo è senz’altro come di certo esistono anche altri luoghi dell’anima. Napoli però, rispetto ad altre città, lascia il segno. È molto difficile passare per Napoli e dimenticarsene. Non rendersi conto cioè di aver riportato una cicatrice essendoci stato.

@marco_cesario

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