Cosa facevano davvero le donne durante la Seconda guerra mondiale

Cosa facevano davvero le donne durante la Seconda guerra mondiale

C’è chi crede, e non è solo la neo eletta miss Italia Alice Sabatini, che il ruolo delle donne durante la Seconda guerra mondiale fosse quello di badare alla casa e ai figli in attesa del marito partito per fare la guerra. Ma quella è una verità di parte. Dagli anni Quaranta fino alla fine del conflitto, la figura femminile ha svolto molte altre mansioni, tanto che gli studiosi parlano de “i lavori delle donne”, a indicare che pluralità e multiformità di aspetti sono stati, anche in quegli anni, le principali peculiarità dell’occupazione femminile.

A partire dalle campagne. Qui alle donne vennero assegnati due compiti: quelli relativi alla casa, dove quotidianamente sbrigavano le faccende domestiche, crescevano i figli e curavano i più anziani, ma anche quelli relativi alla coltivazione della terra. Nei campi le donne lavoravano sia per l’autosostentamento sia per conto dei proprietari terrieri come coadiuvanti nell’azienda contadina o braccianti stagionali. L’esempio più idealizzato, stereotipato (ma anche più presente nel sistema agricolo della Val Padana) fu quello delle mondine, le “sfruttate”, come esse stesse si definirono nell’omonimo canto, impegnate nella piantumazione e nella raccolta del riso.

Dagli anni Quaranta fino alla fine del conflitto, la figura femminile ha svolto molte altre mansioni, tanto che gli studiosi parlano de “i lavori delle donne”

Anche dai campi partì quell’ampia ondata di scioperi, maschili e femminili, che a partire dal 1944 portò le donne, a questo punto organizzate dai partiti e nei gruppi di difesa, a impegnarsi nella Resistenza. Iniziarono così a svolgere azioni di affiancamento alla lotta di liberazione: nacquero le figure delle “staffette partigiane”, giovani ragazze che portavano messaggi e armi da un battaglione di combattenti all’altro. Queste figure operavano anche in città, dove non mancavano le fabbriche che, proprio in quegli anni, aprirono le porte anche alle figure femminili per sostituire gli uomini chiamati a combattere e per sostenere la produzione bellica. Alle donne vennero così affidati ruoli lavorativi nelle industrie tessili e dell’abbigliamento, nelle industrie alimentari, fino a quelle chimiche per la lavorazione dei minerali, della carta, delle pelli, del legno e dei trasporti.

Pure nel terziario le donne ebbero il loro bel daffare. Nell’assistenza, ambito femminile per eccellenza, furono tanto rare le donne medico quanto diffuse le infermiere, le levatrici e le balie. A loro, nella retorica di regime, si affiancavano le maestre, donne in grado, così come le infermiere, di “esplicare quelle doti che ogni donna ha in sé anche inconsapevolmente. Ossia sacrificio, dedizione e rinuncia, dimenticanza di sé, abnegazione”, come si legge nel volume Donne e lavoro: un’identità difficile. Ma non facciamoci prendere dall’entusiasmo: le donne furono escluse dall’insegnamento superiore, mentre alle elementari venne sempre dato maggiore risalto alla la figura del maestro maschio.

Perché per la retorica fascista la donna era sì quella che, dedita al lavoro domestico, avrebbe dovuto provvedere esclusivamente alla riproduzione e all’amministrazione della casa. La famiglia, numerosa e fascista, era infatti al centro della propaganda e della costruzione del modello dittatoriale: al suo interno il ruolo che spettava alle donne era quello di moglie e madre, ma in una posizione subordinata all’uomo. Il loro corpo era nazionalizzato e la maternità si trasformava in un dovere nei confronti della patria. Ma anche questa è una verità di parte.

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