L’arte del non perder tempo, utile ossessione della modernità

Come si sa, time is money, e se non si sfrutta bene il primo non si avrà il secondo. Ma quella che sembra una legge di natura è il riflesso, indiretto, della rivoluzione industriale

Il ritardo non è uguale in tutto il mondo. Negli Usa la soglia di tolleranza oltre l’ora fissata arriva fino a cinque minuti. Da quel momento in poi ci si dovrà scusare. Nel mondo arabo, invece, si arriva fino a un quarto d’ora. Solo da quel momento si è considerati “in ritardo”. A seconda dei casi, le situazioni cambiano. In Estonia, ad esempio, si ha una via di mezzo: l’unità minima è di 10 minuti, e ci si scuserà solo dall’undicesimo minuto in poi. In ogni caso, chi aspetta si lamenterà di aver perso tempo. O no?

In generale è utile sapere, come dimostra questo studio, che il concetto di ritardo è molto variabile: dipende dal contesto culturale, dal Paese di provenienza, dalla nazionalità e, come è ovvio, dalla personalità e dal carattere degli individui. Ma soprattutto, dipende dal concetto di tempo che – e questo forse è meno lampante – non è uguale in tutto il mondo.

La puntualità appartiene a una concezione temporale fondata sull’orologio, in cui i periodi del giorno e della notte (ma anche mesi e anni) sono divisi secondo unità dalla durata identica. Su questa griglia di divisione, cioè le ore e i minuti, si fissano gli eventi, che cominciano e finiscono secondo quanto viene previsto. La puntualità, in questo contesto, è premiata. La non puntualità è rimproverata. È un concetto che, come scrive Michael Minkow in Cultural Differences in a Globalized World (che altro non è che un libro che esamina gli stereotipi più banali delle diverse culture) diventa importante con l’arrivo della rivoluzione industriale, e non viene capito subito da tutti. «Nel 1860 a Lowell, nel Massachusetts, quando il proprietario di una fabbrica tessile disse ai suoi operai che dovevano tutti presentarsi alla stessa ora, si sollevò una protesta violenta». Era una richiesta incomprensibile. I garzoni, che provenivano da un mondo contadino, non erano abituati al mondo della precisione e, soprattutto, non ne capivano il valore.

Combattere gli sprechi di risorse significa, soprattutto, combattere lo spreco di tempo, perché – e qui c’è il salto di qualità – il tempo è, nel frattempo, diventato una risorsa tout court

Molto impegno fu messo nell’educare il lavoratore alla puntualità. Erano previsti sorveglianti, punizioni e (ogni tanto) qualche premio. Questo accadeva anche a Lowell, che non faceva eccezione rispetto al resto del mondo industrializzato. In una giornata standardizzata, cioè con orari di inizio e di fine fissati, era possibile quantificare la produzione di una fabbrica, decidere i salari associandoli alle ore, calcolare la produttività. Il tempo assume così un valore monetario. «La mente civilizzata», spiega Robert Levine, professore alla California State University, «ha ridotto il tempo, cioè la più oscura e amorfa tra tutte le cose intangibili, alla quantità più oggettiva di tutte: il denaro». Espressione discutibile – soprattutto per quanto riguarda l’oggettività del denaro – ma interessante. E si profila, in questo contesto, un’unica direzione possibile: l’efficienza.

Combattere gli sprechi di risorse significa, soprattutto, combattere lo spreco di tempo, perché – e qui c’è il salto di qualità – il tempo è, nel frattempo, diventato una risorsa tout court, «una commodity scarsa e preziosa». Nella società dei servizi è la “merce” che viene comprata, e pagata a peso d’oro, soprattutto se si tratta dei minuti in televisione di Yanis Varoufakis.

Il “tempo perso”, in quest’ottica, coincide con un profitto mancato, un’occasione di arricchimento fallita e, di conseguenza, una forma di cattiva gestione della propria esistenza. Secondo Minkow è quasi un vincolo morale, presente e sottostante in ogni impegno che ci si assume, dall’apprendimento di una disciplina fino alla decisione di fare sport. “Perdere tempo”, invece, implica non investire bene in una risorsa che tutti hanno a disposizione. Ed è, in una società tecnologica, il corrispettivo dell’inefficienza. Per Aldous Huxley, un “peccato contro lo Spirito Santo”.

Sarebbe una sorpresa, allora, scoprire che esistono diverse parti del mondo in cui il tempo non viene sprecato, o – almeno – non nello stesso modo in cui avviene nei Paesi occidentali

Evitando visioni così apocalittiche, basterà notare che il time management è diventato una competenza essenziale. Non è un caso che Amazon preveda una categoria apposita, con titoli come “15 segreti sul time management che conoscono le persone di successo”. Oppure Getting things done: the art of stress free productivity. Oppure ancora: Level up your day: how to maximize the essential areas of your daily routine”. E poi ci sono le app (qui se ne trova un lungo elenco), come ad esempio Remember the milk, che serve ad appuntarsi e ricordare tutti gli impegni quotidiani, o Focus Booster, che aiuta a concentrarsi per portare a termine un compito specifico.

Si pensa a come non perdere tempo, si cercano consigli e metodi per rendere più efficienti le giornate, far coincidere gli impegni e trovare un equilibrio. Tutto ciò che non contribuisce a questo obiettivo è spreco, è tempo perduto. È un paradosso, insomma, ma solo apparente: in rete, tra i vari milioni di liste di consigli per migliorare l’impiego del tempo, vengono suggerite attività all’apparenza improduttive come “fare una passeggiata”, o “meditare”, o “passare giornate con persone cui si vuole bene”. Il “perdere tempo” è stato inglobato dalla cultura dell’efficienza con il pretesto che, nel medio periodo, anche attività a prima vista inutili dimostrano di avere effetti benefici sulla salute, sull’equilibrio e, in ultima analisi, sulla produttività del lavoratore. Insomma, non sono più inutili. Nemmeno quelle. E tutto si tiene.

Sarebbe una sorpresa, allora, scoprire che esistono diverse parti del mondo in cui il tempo non viene sprecato, o – almeno – non nello stesso modo in cui avviene nei Paesi occidentali più industrializzati. Come racconta ancora il professore americano Robert Levine, una volta gli capitò di discutere con uno studente del Burkina Faso sulla questione. Si lamentava che il ragazzo passasse tutte le mattine al bar a chiacchierare, «perdendo tempo anziché lavorare». Lo studente era sorpreso: «Come si fa a “perdere tempo”? Se non si fa una cosa, vuol dire che, nel frattempo, se ne sta facendo un’altra. Anche se parli con un amico, o stai solo seduto, stai facendo qualcosa». Un altro mondo, un altro concetto di tempo.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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