TramontiSilvio, se ci sei batti un colpo

Un anno di errori politici. Nel rapporto con la Lega è passato da leader a gregario. Il primo a essersi stufato del ruolo di protagonista sembra proprio lui. Siamo ai titoli di coda per il Cav?

La fine di un’epoca è stata evocata tante volte, forse troppe. Sul tramonto del berlusconismo si sono sprecate pagine e inchiostro, ma anche le speranze di tanti commentatori e avversari. Stavolta, però, il dubbio si è fatto concreto. I segnali sembrano inequivocabili. L’anno che sta per concludersi è stato scandito da una lunga serie di errori politici. Dalla rottura del Patto del Nazareno all’elezione del presidente della Repubblica, passando per le ultime nomine dei giudici della Corte Costituzionale, Forza Italia è rimasta fuori da tutte le principali partite. I rapporti con gli alleati della Lega hanno trasformato Silvio Berlusconi da leader a gregario. Per non parlare del clima di smobilitazione che ormai caratterizza il partito. E non è tanto la continua fuoriuscita di parlamentari, che a livello elettorale ben poco preoccupa. Quanto la decisione di chiudere la sede romana di San Lorenzo in Lucina e di licenziare in blocco gli ottanta dipendenti. Conseguenza diretta della legge sul finanziamento ai partiti e segno evidente di un potere ormai in dissolvenza.

Intendiamoci, politicamente parlando Berlusconi è morto e risorto più volte. Anche per questo le difficoltà del presidente del Consiglio Renzi lasciano ancora qualche speranza ai fedelissimi del Cavaliere. Lo insegna la storia. Nel 2011 ci avevano detto che l’ex premier non avrebbe resistito alla caduta del suo governo e alla stagione dei tecnici. In molti avevano scommesso sull’ascesa del professor Mario Monti, pronto a guidare il centrodestra italiano. Come è andata a finire è noto a tutti. Silvio Berlusconi ha resistito all’avvento dei Cinque Stelle e del grillismo. Basta vedere l’incredibile risultato del centrodestra alle ultime Politiche. Ed è sopravvissuto alla cacciata dal Parlamento e alla scissione dell’ex delfino Angelino Alfano. Non lo hanno fermato le vicende giudiziarie, che pure proseguono.

La situazione politica non è facile. Se Matteo Renzi attraversa forse il momento più complicato da quando si è insediato al governo, nel centrodestra le cose non vanno meglio. I rapporti con la Lega di Matteo Salvini ormai si sono sbilanciati. La creazione di una lista unica elettorale rischia di marginalizzare ancora di più Forza Italia

Eppure stavolta i dubbi sembrano fondati. Sembra quasi che il primo ad essersi stufato del ruolo di protagonista sia proprio Silvio Berlusconi. Lunedì l’ex premier non si è presentato al Quirinale per il tradizionale scambio di auguri con il presidente Mattarella. E nelle stesse giornate ha disertato le cene natalizie con i suoi parlamentari, preferendo rimanere ad Arcore. Certo, nelle occasioni pubbliche il Cavaliere continua a ripetere che è pronto a scendere nuovamente in campo. Ostenta fiducia nei sondaggi. Assicura che la sua sola presenza in televisione permetterà di conquistare in breve tempo un altro 10 per cento di consensi. Ospite alla presentazione dell’ultimo libro di Bruno Vespa, l’altra sera a Roma ha persino svelato il nuovo governo che sogna di guidare. Un esecutivo dove la maggior parte dei ministri saranno sostituiti da imprenditori di successo. Ma è sincero? La sensazione di assistere a uno stanco refrain è palpabile. Una replica dei successi passati e delle vecchie parole d’ordine, anche un po’ annoiata. Non bisogna dimenticare l’aspetto anagrafico: tra qualche mese Silvio Berlusconi compirà ottant’anni.

E poi la situazione politica non è facile. Se Matteo Renzi attraversa forse il momento più complicato da quando si è insediato al governo, nel centrodestra le cose non vanno meglio. I rapporti con la Lega di Matteo Salvini ormai si sono sbilanciati. La creazione di una lista unica elettorale – obbligatoria se non sarà modificato l’Italicum – rischia di marginalizzare ancora di più Forza Italia. Forte dei sondaggi, il leader padano non perde occasione per alzare i toni. «I numeri ci dicono che se si votasse oggi la coalizione la guideremmo noi» ha confermato due giorni fa a Montecitorio. È un’assunzione di responsabilità, ma anche una prova di forza. Il centrodestra dei moderati è finito a rimorchio del lepenismo nostrano. E questo apre un’altra riflessione. Una questione che non riguarda il semplice rapporto con gli alleati, ma il significato stesso del centrodestra berlusconiano. Per qualcuno il declino non riguarda il leader, ma l’identità culturale del partito. La rivoluzione liberale dei primi anni Novanta aveva affascinato il Paese e mobilitato milioni di elettori. Princìpi più o meno condivisibili, ma chiari. Cos’è rimasto di quell’esperienza? Forza Italia è ancora in grado di rispondere alle esigenze di quegli italiani? Il rischio è che a prendere il sopravvento, oggi, sia il messaggio dirompente di Matteo Salvini. Una reazione forte, un’opposizione urlata. A discapito dei moderati ormai orfani di rappresentanza.

Intanto il centrodestra cambia volto. Berlusconi era il capo indiscusso della coalizione, adesso è costretto a mediare

Intanto il centrodestra cambia volto. Berlusconi era il capo indiscusso della coalizione, adesso è costretto a mediare. Un esempio? Alle prossime amministrative il Cavaliere aveva puntato sull’indipendente Alfio Marchini come sindaco di Roma. Le resistenze della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, per ora, lo hanno costretto a cambiare idea. È il segno dei tempi. Un tempo Berlusconi imponeva i suoi candidati, oggi deve sottostare ai veti degli alleati. Una subalternità plasticamente dimostrata lo scorso novembre, sul palco di Piazza Maggiore a Bologna, nella prima manifestazione di piazza del nuovo centrodestra a trazione leghista.

Le ripercussioni sono evidenti sulla linea politica del partito. La mozione sulla sfiducia al ministro Maria Elena Boschi ha finito per spaccare i gruppi parlamentari di Forza Italia. Da una parte i dialoganti con l’esecutivo, dall’altra gli oltranzisti filo-Salvini. Come se non bastasse, il partito continua a perdere deputati e senatori. Dall’inizio della legislatura i berlusconiani alle Camere si sono dimezzati. È un esodo incessante. Se dal punto di vista elettorale il fenomeno non preoccupa, simbolicamente l’immagine è inquietante. Il declino politico di Berlusconi è anche questo: la sua capacità di essere sintesi e rappresentanza è svanita. Lo storico braccio destro Denis Verdini ormai ha creato un partito parallelo per sostenere le riforme del governo Renzi. Sotto le insegne di Ala, l’Alleanza Liberalpopolare-Autonomie, solo ieri si sono rifugiati altri due fedelissimi di un tempo, i senatori Manuela Repetti e Sandro Bondi (già cantore ufficiale delle gesta del Cavaliere). Un anno fa se n’è andato il mitico portavoce Paolo Bonaiuti. Ha fondato un altro movimento Angelino Alfano, che il Cavaliere aveva scelto per la sua successione. E come lui l’altro possibile erede Raffaele Fitto, oggi leader di Conservatori e Riformisti. E la diaspora, assicurano le indiscrezioni di Palazzo, continua.

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