Pizza Connection«Ilva? Un esproprio a metà che ha dato solo problemi»

Parla l'ex ministro: «Siamo davanti a un nuovo caso Sir». E sulla proposta Emiliano di affidare a Eni lo stabilimento di Taranto: «un modo per socializzare le perdite»

Il dossier Ilva è incagliato. Entro sei mesi occorrerà decidere cosa fare dell’ex colosso siderurgico italiano che ha prodotto e contestualmente inquinato senza preoccuparsi troppo di mettersi al passo con la normativa ambientale o quantomeno adattarsi alle regole europee. I piani elaborati da commissari e manager non hanno portato passi avanti significativi.

Parla l’ex ministro dell’ambiente del governo Monti Corrado Clini, che nel 2012 preparò l’ultima autorizzazione ambientale integrata per permettere alla famiglia Riva, proprietaria dell’Ilva, nel giro di tre anni di rimettersi al passo con normative e rispetto ambientale. L’intervento della magistratura con i sequestri bloccò quel piano e il governo prese il controllo della situazione puntando a una «nazionalizzazione mal riuscita». Clini per un quarto di secolo è stato un pezzo importante del ministero dell’ambiente, ma dice che «il dossier Ilva l’ho ricevuto quando sono arrivato a fare il ministro».

Partiamo dalle cose più recenti: cosa pensa della proposta del presidente della regione Puglia Michele Emiliano per l’ingresso in Ilva di Eni ed Enel?

Mi pare che la proposta sia più che altro motivata dalla natura pubblica di Eni ed Enel. Insomma la socializzazione delle perdite di Ilva, oltre che dal finanziamento pubblico, dovrebbe essere assicurata dalle bollette di elettricità e gas dei contribuenti.

Si aspettava questa situazione di stallo su Ilva?

Me lo aspettavo e lo avevo già detto nel corso di una audizione in Commissione Industria al Senato il 16 luglio 2013 con il nuovo parlamento già insediato. Evidenziai che se si fosse seguito un approccio alla vicenda di tipo assistenzialistico l’esito sarebbe stato inevitabile viste le regole europee in particolare.

Si spieghi meglio

Nel novembre 2012 Ilva sottoscrive l’impegno di attuare completamente le prescrizioni dell’Autorizzazione Ambientale. Erano previsti investimenti per riportare l’azienda in una condizione di rispetto delle regole europee entro 36 mesi rinunciando a ogni contenzioso con l’amministrazione pubblica. A quel punto la palla era tutta nelle mani dell’impresa. Poi arriva il sequestro disposto dalla magistratura e un cambio di rotta all’interno del governo Monti stesso e del governa Letta dopo.

Cioè?

Prese il sopravvento la linea Landini e di una parte del Pd di allora, orientati a “nazionalizzare” l’Ilva togliendola alla famiglia Riva, pensando così di risolvere la situazione.

Sta dicendo che l’errore è stato prima di tutto politico?

L’errore politico è stato quello di credere che il tutto si potesse risolvere con la partecipazione statale. Una cosa fuori dalla storia.

Insomma, il commissariamento non le piace

Il meccanismo del commissariamento, che non ho mai condiviso, ha di fatto deresponsabilizzato i Riva impedendo che andasse avanti il processo definito in base alla legge e che sarebbe dovuto terminare il 31 dicembre 2015. Questo a sua volta ha determinato una perdita consistente di mercato che Ilva aveva a livello aveva a livello internazionale e ha messo in moto altri due effetti.

«L’errore politico è stato quello di credere che il tutto si potesse risolvere con la partecipazione statale. Una cosa fuori dalla storia»

Quali?

Da un lato non è stata assicurata alla proprietà la flessibilità che la legge permetteva per realizzare interventi efficaci, e dall’altro si è creata una situazione per cui i termini che dovevano essere rispettati entro 36 mesi sono stati prorogati e sposati avanti nel tempo. Da lì arriva la perdita di competitività dell’impresa che progressivamente avendo perso mercato, cioè ordini, non ha potuto avere le risorse che sarebbero state necessarie per autofinanziare il risanamento ambientale, che noi avevamo stimato in 3 miliardi di euro.

Non ci si è fidati della famiglia Riva

L’Ilva con Bruno Ferrante aveva firmato tutti gli impegni, ma la valutazione politica è stata proprio questa: che i Riva non avrebbero mai rispettato quel piano. Da lì l’idea di portargli via lo stabilimento, cosa che poi è avvenuta da un punto di vista di gestione, ma non patrimoniale.

Lei invece si fidava dei Riva quando firmò l’autorizzazione ambientale

Non è che mi sono fidato, ho firmato un’autorizzazione ambientale importante e impegnativa per i Riva. Il 15 novembre 2012 Ferrante firma l’impegno e quindici giorni dopo la magistratura congela il controvalore di un miliardo di euro nelle banchine.

E adesso?

Non vorrei fare previsioni provocatorie ma temo che ci stiamo trovando davanti a un altro caso Sir con la famiglia Rovelli. Sappiamo come è finita: noi tutti cittadini italiani abbiamo dovuto pagare un sacco di soldi per una situazione simile a ciò che avviene oggi con Ilva.

Per come è adesso la situazione lei avrebbe qualche idea?

Una volta decisa la via dell’esproprio gestionale e non patrimoniale, occorreva mettere insieme una squadra di manager esperti di questo mercato per gestire l’impresa. Questo non è avvenuto. Un esproprio a metà.

E può avvenire oggi?

Non lo so, ma quello che è stato fatto in questi ultimi anni non ha favorito la possibilità che l’azienda possa essere ripresa in mano da una gestione privata. Anche da questo punto di vista è significativo che gli interessati, come ad esempio Mittal, non vogliano assumersi la responsabilità riguardo le problematiche ambientali.

«Si guardi all’autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal precedente governo (ministro Stefania Prestigiacomo, ndr) nell’agosto 2011: era stata contestata dalla stessa procura di Taranto. Quell’Aia, che ci mise cinque anni ad arrivare, fu rilasciata con il consenso esplicito del governatore Vendola, ma conteneva prescrizioni contraddittorie e inattuabili»

Ma è una strada praticabile?

Gli investimenti per mettersi in regola vanno fatti. Le regole europee su questo sono molto chiare, e non è possibile creare una zona franca in questo senso. Il peso degli investimenti per il risanamento ambientale è alto e oggi una ripresa industriale è difficile. Non si può di certo riprendere la posizione di mercato con una gestione affidata a burocrazie che forse nemmeno conoscono il settore.

Lei è stato tanti anni al ministero dell’Ambiente prima di diventare ministro, ma un dossier Ilva c’era già sui tavoli del ministero?

Risponderò in maniera polemica: mi son occupato di Ilva quando sono diventato ministro. Prima ero direttore generale e le competenze ministeriali su questo dossier erano di altri. Per esempio si guardi all’autorizzazione integrata ambientale rilasciata dal precedente governo (ministro Stefania Prestigiacomo, ndr) nell’agosto 2011 era stata contestata dalla stessa procura di Taranto.

Secondo lei giustamente

Quell’Aia, che ci mise cinque anni ad arrivare, fu rilasciata con il consenso esplicito del governatore Vendola, ma conteneva prescrizioni contraddittorie e inattuabili, tanto che Ilva fece ricorso al Tar e vinse. Gli obiettivi ambientali contenuti in quel documento erano pura propaganda.

Nella sua autorizzazione ambientale del 2012 si teneva conto delle contestazioni della procura?

Io presi in mano quell’atto dicendo che avevano ragione e che quell’autorizzazione ambientale era tutta da riscrivere. La riscrissi nel giro di sei mesi, il gruppo Riva la accolse. Il resto è la storia che conosciamo.

La magistratura però decise di intervenire anche dopo la sua autorizzazione ambientale. Se lo aspettava?

Francamente no, e subito dissi in maniera esplicita che l’iniziativa di sequestrare i prodotti finiti non era fondata e questo è stato il primo tassello che ha lasciato in sospeso la vicenda Ilva fino alla fine del governo Monti. Col subentro del governo Letta è prevalsa la linea del commissariamento che è alla base dei guai attuali.