Pizza ConnectionCosì i migranti diventano schiavi della ‘ndrangheta

Dai Cie al facchinaggio agli ortomercati. Così le 'ndrine fanno profitti sui migranti. La pista del traffico di essere umani

«Tu c’hai idea quanto ce guadagno sugli immigrati?», diceva al telefono intercettato nell’ambito dell’inchiesta mafia capitale Salvatore Buzzi, ras della Cooperativa 29 Giugno, con la sua collaboratrice Pierina Chiaravalli. Chiaravalli rispondeva che «Non c’ho idea». «Il traffico di droga rende di meno», spiegava Buzzi, che in un’altra conversazione intercettata dalla direzione distrettuale antimafia di Roma aggiungeva: «Noi quest’anno abbiamo chiuso con quaranta milioni di fatturato ma tutti i soldi, gli utili li abbiamo fatti sui zingari, sull’emergenza alloggiativa e sugli immigrati, tutti gli altri settori finiscono a zero».

Gli immigrati sono un patrimonio, e Mafia Capitale è stato un clamoroso caso giudiziario che ha messo l’accento sul business dell’accoglienza. Non è un caso che oltre al ruolo di Buzzi giocato sulla partita della rivolta di Tor Sapienza, il caso abbia fatto emergere le irregolarità anche in altri centri come il Cara di Mineo.

Ad accorgersene non sono però solo gli uomini di mafia capitale, ma anche i loro referenti calabresi, che nel sistema criminale italiano e internazionale si ritagliano sempre uno spazio. Si consuma sostanzialmente uno scambio: l’appalto per la pulizia del mercato Esquilino, a Roma, era stato dato, secondo le indagini, in cambio della protezione in Calabria alle cooperative della ‘cupola’ romana che si occupano dell’assistenza ai migranti (in particolare La Cascina). Le indagini dei carabinieri del Ros hanno evidenziato “interessi comuni” dell’organizzazione romana e della ‘ndrangheta: in particolare hanno documentato come, a partire dal luglio 2014, Salvatore Buzzi con l’assenso di Massimo Carminati avesse affidato la gestione dell’appalto della pulizia del mercato Esquilino a Giovanni Campennì, ritenuto dagli investigatori “imprenditore di riferimento” della cosca Mancuso, attraverso la creazione di una Onlus denominata “Cooperativa Santo Stefano“. Campennì è imprenditore calabrese con interessi nella gestione di campi rom, ma, secondo quanto risulta dalle indagini degli inquirenti Campennì era nella galassia della cosca Mancuso di Limbadi.

Insomma, la ‘ndrangheta mette un piede nel business dell’accoglienza, ma gli affari non finiscono lì. Iniziamo prima e proseguono una volta fuori dai centri. Se lo sbocco più visibile e provato risulta quello della prostituzione e dell’impiego di manodopera a basso costo nei campi, alcune indagini al momento in corso documenterebbero un collegamento tra gli sbarchi organizzati sulle coste calabresi e il collocamento degli immigrati nei mercati ortofrutticoli.

Collocamento che avviene dopo la fase trascorsa nei centri di accoglienza, in particolare presso le cooperative che effettuano lavori di facchinaggio. Destinazione: Milano, Fondi e i sospetti ultimamente arrivano anche a Vittoria, sedi dei tre grandi mercati ortofrutticoli italiani, e già finiti sotto la lente dell’antimafia anche a causa delle infiltrazioni nel settore della logistica da parte di imprese riconducibili alla ‘ndrangheta.

La ‘ndrangheta mette un piede nel business dell’accoglienza, ma gli affari non finiscono lì. Iniziamo prima e proseguono una volta fuori dai centri

Il sistema? «Tutto avviene – spiega una fonte qualificata a Linkiesta – con i sistemi tipici del caporalato. Ci sono immigrati che già lavorano e che vengono utilizzati come esca per reclutare altri connazionali sventurati». Non solo esche, però: «ci sono casi – dice Paolo Cassani della Onlus Cooperativa Lotta Contro l’Emarginazione, che ha accompagnato alla denuncia alcuni dei migranti coinvolti – in cui una volta fuori dai centri queste persone hanno già in tasca numeri di telefono pronti da chiamare per essere reclutati nelle cooperative della logistica e del facchinaggio».

Cosa guadagnano le organizzazioni criminali? Appalti e soprattutto subappalti che possono vincere al ribasso permettendosi di pagare pochissimo, oppure di non pagare proprio, i lavoratori. Per anni l’Ortomercato di Milano è stato uno dei regni della manodopera irregolare. «Negli ultimi due anni grazie al protocollo firmato tra Prefettura, Comune e parti sociali – dice a Linkiesta Corrado Mandreoli segretario della Camera del lavoro di Milano – il fenomeno all’Ortomercato è in diminuzione». L’ingresso con badge e la responsabilità delle irregolarità in capo alle ditte di autotrasporto è servito come deterrente, ma non va abbassata la guarda. «Se da un lato possiamo dire di avere più controllo all’Ortomercato, che in precedenza era una vera e propria giungla – conclude Mandrilli – ora l’attenzione deve spostarsi sulla Fiera. Lì il problema è ancora vivo».

Il livello dei controlli non è quello stabilito dai protocolli all’ortomercato e in tanti, soprattutto migranti, entrano al polo fieristico a bordo dei camion. Insomma, soldi facili sulla pelle dei disperati. Una formula che alla ‘ndrangheta e a tutte le mafie fa sempre gola. ‘ndrangheta che, secondo alcuni analisti, avrebbe favorito gli sbarchi sulle coste calabresi, traendo anche vantaggi economici in combutta con scafisti e trafficanti di esseri umani.

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