Settant’anni dopo le madri costituenti, in Italia la parità è ancora lontana

Nel 1946 le donne italiane esercitarono per la prima volta il diritto di voto. Duemila furono elette nei Consigli comunali, ventuno entrarono nell’Assemblea costituente. Dopo quasi un secolo, la parità resta un miraggio. E non solo in politica

«E le italiane, fin dalle prime elezioni, parteciparono in numero maggiore degli uomini, spazzando via le tante paure di chi temeva che fosse rischioso dare a noi il diritto di voto, perché non eravamo sufficientemente emancipate». Tina Anselmi, primo ministro donna del nostro Paese, ricorda così quel giorno. Era il 2 giugno 1946. Per la prima volta tutte le donne italiane si recarono alle urne. Tra qualche settimana saranno settant’anni esatti: anniversario della Repubblica e del primo passo verso la parità di genere.

Le lancette della storia tornano indietro di quasi un secolo. Per ricordare quella data storica, l’aula di Montecitorio discute due mozioni. Fino al 1946 le donne italiane non potevano partecipare né attivamente, né passivamente alle elezioni politiche. Già all’indomani dell’Unità d’Italia, nel 1861, si era tentato più volte di modificare la legge ed estendere il diritto di voto. Al termine della prima guerra mondiale si era quasi arrivati all’obiettivo. «Nel 1919 – ricorda il documento a prima firma Elena Centemero – una proposta di legge sull’estensione del voto amministrativo alle donne, il disegno di legge Martini-Gasperotto, fu approvato alla Camera, ma a causa della fine della legislatura il provvedimento rimase “bloccato” al Senato». La prima tappa verso l’uguaglianza arriva poco prima del referendum istituzionale del ’46. Il 31 gennaio 1945, quando ancora l’Italia è in guerra, il Consiglio dei ministri emana un decreto legislativo luogotenenziale che per la prima volta sancisce il suffragio universale riconoscendo il diritto di voto alle donne. Il nostro Paese raggiunge lo storico traguardo in ritardo: basti pensare che in Nuova Zelanda le donne potevano recarsi alle urne già nel 1893. In Finlandia nel 1902, nel Regno Unito nel 1917. «Prima dell’Italia – si legge nella mozione della Pd Sandra Zampa – avevano riconosciuto questo diritto, fra gli altri Paesi, anche Turchia, Mongolia, Filippine, Pakistan, Cuba e Thailandia».

Sugli scranni dell’Assemblea Costituente vengono elette le prime parlamentari italiani. Sono ventuno: nove esponenti della Democrazia Cristiana, nove del Partito comunista, due del Partito socialista di Unità proletaria e una dell’Uomo Qualunque. Le nostre madri costituenti

Intanto le donne iniziano a partecipare attivamente alla vita politica del Paese. Nell’aprile 1945 viene costituita la Consulta, chiamata ad elaborare una legge elettorale per l’Assemblea Costituente. Ne fanno parte 13 italiane, dando vita al primo organismo politico nazionale composto da uomini e donne. Ma è solo un anno più tardi, alle amministrative della primavera ’46, che le elettrici possono esercitare per la prima volta il diritto appena acquisito. Un successo. «La partecipazione alle urne fu altissima – racconta la mozione Zampa – ne furono elette duemila nei Consigli comunali». Sugli scranni dell’Assemblea Costituente vengono elette le prime parlamentari italiani. Erano ventuno: nove esponenti della Democrazia Cristiana, nove del Partito comunista, due del Partito socialista di Unità proletaria e una dell’Uomo Qualunque. Le nostre madri costituenti. Vere e proprie pioniere della democrazia italiana: molte insegnanti, qualche giornalista. Quattordici erano laureate, c’era una casalinga e una sindacalista. «Molte – continua il testo – avevano preso parte alla Resistenza, pagando spesso personalmente e a caro prezzo le loro scelte». Cinque di loro ebbero anche l’onore di far parte della commissione dei 75 incaricata di elaborare la Costituzione repubblicana. Maria Federici, Angela Gotelli, Tina Merlin, Teresa Noce, e Nilde Jotti. Proprio lei, trent’anni più tardi, fu eletta presidente della Camera. La prima donna a rivestire una delle cinque cariche più alte dello Stato.

Nel 2013 le donne elette in Parlamento occupano il 31 per cento dei seggi. Nella precedente legislatura erano al 22 per cento. Ma le distanze restano. «Une lento chiave è la disparità salariale: una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo»

Settanta anni dopo, cosa è cambiato? Molto, ma forse non abbastanza. Nel 2013 le donne elette alla Camera dei deputati e al Senato occupano il 31 per cento dei seggi. Nella precedente legislatura erano al 22 per cento. Sul territorio le cose non sempre vanno meglio. La presenza delle donne nei Consigli regionali varia da realtà a realtà. Si passa dal 34,7 per cento dell’Emilia Romagna al 3,3 per cento in Calabria. Ma nel Consiglio regionale della Basilicata non ce n’è neppure una.

Insomma, come spiega la mozione Zampa, «le pari opportunità nel nostro Paese rimangono un miraggio». I documenti parlamentari citano il Global gender gap index, che registra l’indice sul divario di genere stilato ogni anno dal World Economic Forum di Ginevra. Come si legge, lo scorso anno l’Italia ha guadagnato nove posizioni nella classifica mondiale. Ma siamo ancora al 71esimo posto su 136 Paesi (nel 2012 eravamo all’ottantesimo). Nettamente dietro ai paesi scandinavi, l’Italia si colloca al 65esimo posto in tema di scolarizzazione, al 72esimo per la salute, al 44esimo per l’accesso al potere politico e – così denunciano le mozioni parlamentari – solo al 97esimo posto su 136 per quanto riguarda la partecipazione femminile alla vita economica. I dati sono evidenti. Se in Italia il 74 per cento degli uomini lavora, per le donne la percentuale di abbassa al 51 per cento. «Ma l’elemento chiave – si legge ancora – è la disparità salariale: una italiana in media guadagna 0,47 centesimi per ogni euro guadagnato da un uomo».

La mozione Centemero cita l’indice Eige (l’istituto europeo per l’uguaglianza di genere dell’Unione Europea) sull’uguaglianza di genere. Anche stavolta i dati non sono particolarmente confortanti. In un range che va da 1 a 100, l’Unione europea raggiunge un indice medio di 54,0, dimostrandosi «ancora a metà nel cammino per raggiungere l’uguaglianza». Per l’Italia è anche peggio. Siamo al 23esimo posto su 27 Paesi, con un indice nazionale di 40,9. «A parità con la Slovacchia e sopra solo alla Grecia, Bulgaria e Romania». Neanche a dirlo, in testa alla classifica ci sono ancora una volta i Paesi Scandinavi.

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