Marco Malvaldi: «Governi tecnici e storyteller sono pericolose illusioni»

Parla Marco Malvaldi, scrittore e chimico, in uscita in libreria con un libro intitolato L'infinito tra parentesi, storia sentimentale della scienza da Omero a Borges

Circa 2400 anni fa, in Grecia, un medico di nome Diocle di Caristo sviluppò una teoria che avrebbe avuto un gran seguito. «Nella testa ci sono due cervelli», scriveva, «nel lato destro c’è quello che percepisce, ma è con quello che sta a sinistra che comprendiamo». Un’intuizione che fu genitrice di una serie di idee, quasi sempre erronee, sulla supposta scissione e asimmetria del nostro cerebro e che arrivò a balzane teorie secondo le quali da una parte c’è la ragione e dall’altra la creatività, o, addirittura, che una sia propria dell’uomo e l’altra della donna, teorie che sopravvivono anche 24 secoli dopo il medico con il nome che somigliava a una bestemmia.

Una delle declinazioni, tanto italiana quanto incomprensibile a un greco del IV secolo a.C., di questa supposta dicotomia è la scissione ferrea tra discipline umanistiche e discipline scientifiche, una scissione assurda, di quelle che la stessa realtà ha reso nulle quando ci ha messo davanti gente come Leonardo, come Galileo, come Leopardi, come Primo Levi o come, nel suo piccolo, il chimico e scrittore pisano Marco Malvaldi, che ha unito i flussi in un libro potente come un romanzo, ma logico come una teoria scientifica.

Si intitola L’infinito tra parentesi, storia sentimentale della scienza da Omero a Borges (Rizzoli) e sta lì a dimostrare come scienza e poesia non siano affatto i due crinali opposti e irraggiungibili di un abissso, quanto piuttosto i margini opposti di una ferita che, secondo Malvaldi, è aperta e sanguinante da circa un secolo è che è venuto il momento di ricucire.

«È con il Novecento che questa cosa si è persa», dice Malvaldi, «anche per colpa della politica Italia fu grazie alla più fascista delle riforme scolastiche, quella di Gentile del 1922-23, che impose qualcosa di simile a un doppio livello: le materie umanistiche formano, quelle scientifiche informano. Per questo la conoscenza scientifica è considerata una competenza piuttosto che una vera e propria conoscenza»

Oltre alle responsabilità politiche ci sono altre concause?
La scissione secondo me è da situare nel momento in cui è iniziata la cosiddetta magia della scienza. Mi spiego meglio, all’inizio del Novecento, la nostra vita ha iniziato a dipendere sempre di più su una serie di invenzioni che usiamo quotidianamente ma che non sappiamo esattamente il significato e il funzionamento. Radio, telefono, motore a scoppio, dinamo e via dicendo, quando sono entrati nelle nostre vite erano oggetti magici e che tutt’ora lo restano, anzi, probabilmente lo sono ancora di più. Se ti si rompe uno di questi oggetti, per non parlare di oggetti più tecnologici, puoi solo sbattere la testa sul muro.

Che conseguenza ha avuto questa scissione?
Si è creata una spaccatura per la quale umanisti da una parte e scienziati dall’altra si schifano e si considerano spesso vicendevolmente inutili. Eppure il cervello di cui siamo forniti è uno solo, lo stesso modulo cerebrale che io uso per capire il funzionamento di una catena markoviana è lo stesso che uso per interpretare un testo, che in fondo è una catena di parole.

Non a caso la letteratura stessa è stata più volte scientificizzata...
Sì, ci ha provato Propp quando cercava di ricostruire le fiabe russe sotto forma di formula matematica i cui elementi erano gli elementi che strutturavano il racconto; o anche Noam Chomsky, Steven Pinker. A Pisa c’è un fantastico centro di Linguistica computazionale. Tanti aspetti matematici della letteratura, sia della scrittura che della struttura, sono sistematizzabili e matematizzabili.

Perché spesso si usa la matematica per descrivere la letteratura?
Perché anche la matematica è un linguaggio. Pensa, uno dei problemi più grossi che ci sono in questo momento è che a livello scientifico esistono migliaia di articoli di fisica che a livello matematico sintattico non contengono errori, ma partono da premesse deliranti. Però, visto che uno si focalizza nel seguire i procedimenti matematici, che non sono facili da capire, si perde di vista l’assunto da cui partono o non ci si accorge che le approssimazioni che vengono fatte rendono l’articolo fondamentalmente inutile, o alcune volte proprio delirante.

E nel mondo umanistico non succede?
Nel mondo umanistico è più facile discernere, perché se scrivi un trattato sulla necessità di sterminare i più deboli, per esempio, anche se l’hai scritto correttamente, agli occhi di un lettore resta un contenuto delirante. Le cazzate in matematica sono più difficili da riconoscere.

Partendo da questa osservazione, cosa succede alla tecnica quando diventa l’arma della politica?
Succede una cosa analoga: il governo tecnico infatti può anche fare le cose giuste sintatticamente, magari seguendo anche le regole giuste, ma se parte da presupposti sbagliati sarà sbagliata, come quegli articoli scientifici. Anche perché la cosa giusta da fare in politica è un po’ difficile da identificare con certezza, perché dipende, non ce n’è una sola. Dire con assoluta certezza che bisogna fare questo o che bisogna fare quest’altro riparandosi dietro una teoria “tecnica”, a livello politico non ha senso ed è anche pericoloso.

Perché?
Perché l’atto politico è l’applicazione alla realtà di una visione che non esclude le altre a priori, ma che con le altre è, almeno in teoria, in dialettica. Il gesto del politico è, anche questo solo in teoria purtroppo, prendersi responsabilità. Se nella politica ci infili a forza la tecnica rompi questo sistema, perché la tecnica è autoconsistente, è giusta all’interno di se stessa ed esclude tutto quello che è al di fuori.

Cosa significa che è “autoconsistente”?
Te lo spiego con un aneddoto. Negli anni Cinquanta, per prendere in giro la direzione del MIT che aveva deciso che ai massimi gradi dell’ordine burocratico e politico dovessero esserci le stesse persone che erano meritevoli nel proprio campo scientifico, Claude Shannon, uno dei padri della teoria dell’informazione, fabbricò una macchinetta che chiamò Self Consistent Useless Machine che era una scatoletta con un interruttore. Se tu premevi l’interruttore, dalla scatoletta usciva una mano che spegneva l’interruttore e rientrava nella scatola. Era perfettamente funzionante, ma non serviva a niente. Tornando al nostro discorso, l’essere competente e l’essere responsabili sono cose slegate tra loro. Certo, per essere responsabili può servire essere competenti, ma non si può pensare che basti conoscere gli strumenti per arrivare alle soluzioni migliori.

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Perché?
Perché gli strumenti servono a rispondere a delle nostre domande. Se non sappiamo porre le domande giuste, gli strumenti non servono a nulla. La tecnica ci sa dare molte risposte, ma le domande migliori ce le fornisce la filosofia. È per questo che ogni tanto è utile ricomporre il rapporto tra scienza e poesia, tra linguaggio logico e linguaggio emozionale. Abbiamo un cervello solo, non possiamo pensare che siano in conflitto le due parti del sapere. Presumere che una possa fare a meno dell’altra è delirante.

Se è vero che la politica diventa pericolosa quando ruba alla scienza la tecnica cercando di usarla per autocelebrarsi, dobbiamo temere la stessa cosa dal tentato furto dello storytelling ai danni della letteratura?
Sì, è una posizione decisamente disonesta e pericolosa, perché le persone che sono al governo in questo momento si sono accorte che chi vota non vota sulla base dei risultati, ma sulla base di impressioni che hanno poco a che fare con i risultati. C’è un libro bellissimo di Drew Westen che si intitola La mente politica. Il ruolo delle emozioni nel destino di una nazione e che spiega benissimo questi concetti, ovvero il fatto che tu ti affidi a un politico e non sei in grado di giudicare obiettivamente. D’altronde, tu pensa alla mole di informazioni che una persona comune dovrebbe non dico conoscere, ma avere a disposizione, per poter giudicare veramente l’operato di un politico. È impossibile. Per questo viene fatta questa operazione, per me estremamente disonesta, di storytelling.

Perché è così pericoloso?
Prima di tutto perché è parziale, perché fanno vedere le cose belle, o comunque quelle che vuoi tu. Puoi trasformare le cose brutte in cose belle. Te la ricordi la famosa barzelletta di Regan e Gorbaciov che fanno una gara di corsa intorno al Cremlino? Be’, va a finire che Reagan arriva primo, ma i russi dicono: ai campionati mondiali di corsa tra presidenti, il presidente Gorbaciov è arrivato secondo, mentre Regan si è piazzato penultimo. Ma in realtà è un problema soprattutto perché, avendo poco tempo a disposizione per informarci sulla politica e l’abitudine che abbiamo di vivere ognuno nella nostra bolla informativa, non siamo in grado di discernere verità politica da finzione propagandistica.

La narrativa può servire?
Non saprei, però la letteratura è diversa, non mente, è onestamente bugiarda, non nasconde per niente la sua parzialità. Il fatto stesso che me lo sia inventato lo dico in modo palese a partire dalla scritta “Romanzo” in copertina. Lo statuto di verità della letteratura è su un altro piano.