«Quando credi di essere al limite, sei solo alla metà della distanza che puoi percorrere»

Prima di essere una scrittrice, la norvegese Monica Kristensen è un'esploratrice, la prima donna ad aver guidato spedizioni in Artide e Antartide, dove è stata per anni. A Milano per I Boreali di Iperborea, ci ha raccontato che cos'è la paura, la libertà, ma anche che cosa dobbiamo temere dal futuro

Il 28 dicembre del 1993 Monica Kristensen aveva 43 anni e guidava una spedizione privata di quattro persone con l’obiettivo di trovare il luogo dove, più di 80 anni prima, l’esploratore norvegese Roald Amundsen aveva piantato la tenda. Kristensen e i suoi compagni avevano il compito di trovarla e riportarla in Norvegia per piantarla ai successivi Giochi Olimpici di Lillehammer.

Quella sera Monica e i suoi compagni si erano infilati in un gran guaio. La zona dove avevano il campo infatti era piena di crepacci e si trovava a più di 2000 chilometri dalla stazione di McMurdo. Fu da quest’ultima che, quella notte, dopo aver ricevuto la richiesta d’aiuto della spedizione norvegese, una squadra di soccorsi composta da 7 uomini dell’USAP (U.S. Antarctic Program) partì per cercarli.

Li trovarono e li recuperarono circa 30 ore dopo l’allarme, faticando non poco e scivolando decine di volte in crepe e crepacci nel ghiaccio. Da quel giorno Monica Kristensen non ha smesso di esplorare i ghiacci, sia del Polo Nord che del Polo Sud, diventando una tra le più importanti esploratrici della Storia della curiosità umana. Ha vissuto per anni nell’arcipelago delle Svalbard ed è proprio lì che, nel 2007, iniziò ad ambientarci i suoi libri, tutti pubblicati in italiano da Iperborea.

Hai presente il film The day after tomorrow? Bene, quel film è basato su uno dei peggiori scenari pensati dai migliori scienziati del mondo. Scienziati, non sceneggiatori.

«È difficile oltrepassare i propri limiti, esattamente come dire quale sia lo stimolo per riuscire a farlo», racconta Monica, in questi giorni a Milano per il festival I Boreali di Iperborea. «Credo che siano molto pochi», continua, «quelli che sanno veramente cosa significano e cosa comportano quei limiti».

Monica Kristensen oggi ha 65 anni e una gamba malandata che la costringe a muoversi con un bastone. Eppure sorride, continuamente, anche quando parla della paura di quelle notti, di quell’oscurità che ti costringe a trovare la forza per sopravvivere dentro di te, di tutto quel ghiaccio che può ucciderti da un momento all’altro.

«Posso dirti quello ho imparato da qualche amico e qualche collega e che in fondo è vero anche per me», dice con calma. «È la cocciutaggine. Io non riesco ad arrendermi finché sono sicura che non ci sia più niente da fare». Non smette il sorriso, soltanto qualche ombra — probabilmente qualche ricordo — le vela lo sguardo. È quando parla di amici e colleghi. È una donna forte, che ha voluto una vita incredibile e se l’è presa sorridendo, con tutto il carico di brutti ricordi, vertigini e paure che ti riservano le vite, quando le vivi sul serio.

La sovrappopolazione è la madre di tutti i problemi. Mi dispiace essere profondamente pessimista, ma non vedo alternative. Nei prossimi anni dovremmo affrontare prove molto serie

Come riconosci i tuoi limiti?
Ti rispondo con un proverbio groenlandese: quando pensi di aver raggiunto il tuo limite, vuol dire soltanto che hai raggiunto la metà della distanza che puoi percorrere. Questo è quel che diciamo noi al Nord.

E cosa hai imparato su di te e sulla natura?
In quelle condizioni si impara tantissimo su se stessi, e anche sugli altri. Ho scritto di questo in uno dei miei primi libri. Quando affronti l’oscurità, il freddo, le tempeste invernali e tutto il resto ti trovi a confrontarti con te stesso a livelli molto profondi. Se sei fortunato trovi ad attenderti qualcosa che ti piace, ma non è detto. Una volta ho parlato a lungo con un filosofo in Norvegia. Era molto malato, non gli restava molto da vivere e si lamentava del fatto di non riuscire a trovare un vero e proprio centro di se stesso, un punto fermo su cui contare in quel momento. Io gli risposi che mi sentivo fortunata, perché io quel centro lo avevo trovato, sapevo di averlo. È un punto di appoggio potente, è il punto più profondo, è quello su cui posso contare nelle difficoltà perché so che non ci sono passi indietro che mi aspettano. E che quella sono io, e ci posso contare. Ci sono stati dei momenti in cui mi sono sentita perduta. Perdere se stessi, o credere di essersi persi, è una delle peggiori sensazione che si possa provare nella vita. Fortunatamente non mi è capitato tante volte, ma mi ha arricchito.

Quale sarà la tua prossima spedizione?
Ora sono quasi ferma perché ho un problema alla gamba. Non credo che farò spedizioni sul terreno, la prossima che ho in progetto è una spedizione in nave. Sto lavorando al mio prossimo libro che parlerà della spedizione al Polo Nord di Amundsen, l’esploratore norvegese scomparso nel Mare Glaciale Artico nel 1928. Amundsen scomparve durante le ricerche di Umberto Nobile e del suo equipaggio, disperso a sua volta nell’Artide. Era un’epoca fantastica. Era il 1928, tutti guardavano a lui, era un nuovo tipo di eroe, come un cowboy del Far West, ma nel ghiaccio. Nobile era un uomo molto intelligente e in gamba e la spedizione italiana fu praticamente perfetta. Sfortunatamente le esplorazioni del Polo Nord dipendono molto dalla fortuna, anche se forse Amundsen non sarebbe d’accordo. Però è così. Nobile fu sfortunato e così anche Amundsen, che andò in soccorso del collega e scomparve anche lui. Io credo di aver trovato degli indizi per capire dove è finito il suo aereo e le mie conclusione sono diverse da quelle di tutti gli altri, quindi mi piacerebbe riuscire ad andare e verificare se è lì sul serio.

Che sensazione dà la totale libertà?
È fortissimo. Ti senti in contatto con la parte nomade di te stesso. Provi una sensazione di trionfo quando ti trovi da solo, nella notte artica, in una tenda. Ti senti libero di andare dove vuoi, senza incontrare anima viva per giorni, magari anche per un mese se vuoi.

Viaggi anche in solitaria?
No, quasi mai. Il mio obiettivo non è quello di battere record femminili di questo tipo. Di solito mi muovo con altri uomini. Sono sempre stata la prima in molte cose: dal guidare una spedizione in Antartide, a passare l’inverno in una base. Ho tanti amici, ed è capitato che siano uomini e non mi sento di biasimarli per questo. Vado da sola soltanto ogni tanto, ma capita di rado. Viaggio anche con mia figlia, che la prima volta in cui venne con me aveva 5 anni. Anche mio marito l’ho conosciuto in una spedizione. Era nella marina militare e io ero una scienziata imbarcata sulla sua nave. Fu scelto dal capitano per essere il mio assistente e direi che ci è piaciuto lavorare insieme.

E della paura cosa mi racconti?
Sai, ci sono tanti tipi diversi di paura. Io l’ho provata tante volte sia in Antartide che al Polo Nord, dove gli orsi polari, per quanto siano bellissimi, sono molto pericolosi e devi starci abbastanza lontano. Ma è in Antartide che ho avuto più paura, a causa dei grandi crepacci che si aprono nel ghiaccio. In tante occasioni avrei potuto facilmente rimanere uccisa. Spesso però non è quello il momento in cui provi paura, è dopo, è negli incubi. Una volta ero in un piccolo elicottero della marina inglese. Stavo facendo delle misurazioni con uno strumento che tenevo dall’elicottero. Ero aggrappata con una mano all’elicottero, mi sporgevo fuori mentre una fune mi legava a un argano. È stato solo quando l’elicottero è atterrato che ho scoperto che il moschettone non era attaccato, e che per tutto quel tempo in volo mi ero sporta fuori dall’elicottero a un migliaio di metri d’altezza senza essere agganciata.

Non ti è mai capitato di vivere la paura nel momento stesso in cui era in pericolo di vita?
Una paura del genere l’ho provata qualche volta. Una volta dovevo attraversare un ghiacciaio e ho avuto la netta e lucida impressione di non sapere se sarei tornata a casa viva. In quel momento credo mi sia successa una cosa che accade per istinto: non potevo continuare ad avere paura, avrebbe rallentato i miei movimenti, paralizzandomi probabilmente. Se la paura fosse diventata panico mi avrebbe ucciso. Così il mio cervello si è messo in modalità di sopravvivenza e ha posposto la paura per farmi sopravvivere. Mi ricordo però che il mio corpo continuava a provarla la paura, e infatti tremava, ma soprattutto puzzava, perché l’odore della pura è molto forte e peculiare.

Che odore ha la paura?
È un odore molto forte, penetrante, acido. Sa un po’ di aceto. È una reazione fisiologica del corpo umano. Mi è capitato almeno tre o quattro volte. Una volta stavo guidando una slitta guidata da una muta di cani, una muta grossa, erano undici cani. Capitai su una pista piena di crepacci e in uno ci finì dentro la mia slitta. Nevicava fortissimo. Ero legata alla slitta, ma ero in piedi. E quando sia io che la slitta finimmo quasi nel crepaccio, io ero talmente spaventata che mi rannicchiai sulla slitta. Furono i cani. Fu grazie al fatto che accelerarono e strapparono fuori dal crepaccio sia me che la slitta.

Cambiando argomento, ma probabilmente non sensazione, che effetto le fa, da profonda conoscitrice dei poli, vedere gli effetti del riscaldamento globale sui ghiacci dell’Artide e dell’Antartide?
Ho lavorato tanto tempo nell’Artide. Ho visto quei cambiamenti. Ho visto i ghiacci che si sono ritirati e lo hanno fatto perché la temperatura del mare e dell’aria è salita. Ma quello che ho sempre provato a spiegare che il mio più grande timore è che stiamo spingendo la Terra in una nuova era glaciale con l’emisfero nord ricoperto da una calotta di ghiaccio. E sta succedendo. Ci ritroveremo in una nuova era glaciale e succederà proprio a causa del riscaldamento globale.

Come è possibile?
Perché la Terra è un organismo fantastico e non potremmo mai capire quanto è complesso. Ci sono tante cose che stanno accadendo. Una di queste riguarda le correnti oceaniche, che a causa di una accelerazione dei fenomeni del Niño e della Niña, che potrebbero a un certo punto causare un radicale cambiamento delle correnti atlantiche portando direttamente correnti antartiche nell’emisfero Nord. Se questo succederà, la Norvegia e tutto il Nord Europa diventerà inabitabile.

In quanto tempo potrebbe succedere?
Potrebbe accadere da un anno all’altro. Sai, l’evoluzione del clima non è lineare. È una progressione a scalini. E la Terra funziona con meccanismi talmente complicati che non sappiamo cosa potrebbe accadere se modifichiamo una dinamica. Le reazioni della natura potrebbero essere molto aggressive, ed è difficile da spiegare, ma può succedere. Hai presente il film The day after tomorrow? Bene, quel film è basato su uno dei peggiori scenari pensati dai migliori scienziati del mondo. Scienziati, non sceneggiatori.

Ma è terrificante…
Sì, ma può accadere. La temperatura in Antartide può scendere di 40 gradi in mezz’ora. Un mio collega una volta mi ha raccontato che, dopo una tempesta che li aveva costretti a rifugiarsi in fretta al coperto, trovarono un cane morto congelato mentre camminava. In pochi istanti. Ci sono così tanti problemi sul piatto, il primo certamente è il problema delel temperature, ma poi ce ne sono anche altri molto pressanti.

Quali?
La sovrappopolazione e l’inquinamento. E in particolare è la sovrappopolazione è la madre di tutti i problemi. Mi dispiace essere profondamente pessimista, ma non vedo alternative. Nei prossimi anni dovremmo affrontare prove molto serie.