Da Salvini al fumetto su Mussolini, quanto è ridicolo chi se la prende coi libri

Ieri il gesto di protesta contro i libri di Matteo Salvini, un mese fa un gesto analogo contro un fumetto satirico su Mussolini. In apparenza sono gesti diversi, ma hanno in comune una cosa: la povertà intellettuale

Fatto numero uno. Un mese fa, durante il Romics a Roma, un gruppo di attivisti del collettivo fascista Casapound, per protestare contro la pubblicazione di un fumetto satirico su Mussolini, da novelli kamikaze si sono rotolati sul banchetto della casa editrice del fumetto facendosi esplodere insieme alle loro cocacole, rovinando alcune copie del fumetto. Che dire? Dei minchioni.

Fatto numero due. Ieri a Bologna, un gruppo di attivisti del collettivo Hobo per protestare contro l’arrivo in città di Matteo Salvini è entrato in una libreria e ha strappato alcune copie del libro sul segretario della Lega. Che dire? Dei minchioni, anche qui.

Non nego che i due gesti siano differenti. Il primo è un gesto da bulli, da fascisti, un gesto di aggressione e di intimidazione, e il fatto che l’azione sia stata ridicola e il fumetto in questione sia obiettivamente brutto non cambia di una virgola il problema. Il secondo, invece, è un gesto da babbi, da sfigati. È un gesto di reazione e di rabbia, e il fatto che il libro in questione sia obiettivamente inutile e che l’azione sia poco meno ridicola della prima, anche qui, non cambia di una virgola il problema.

Sono due gesti diversi, dettati da due orientamenti politici opposti, mossi da due moventi molto diversi tra loro, ma una cosa ce l’hanno in comune: hanno la stessa matrice intellettuale, la povertà.

I libri si possono anche bruciare, ma solo in una stufa se fuori fa troppo freddo. E si possono anche strappare, ma solo se avete finito la carta igienica o se vi serve carta assorbente. Se dietro un libricidio c’è un movente politico, invece, il gesto è sproporzionalmente ridicolo, ovvero grottesco, e, insieme, straordinariamente povero. È un gesto di sottomissione — ogni iconoclastia richiede la percezione della sacralità dell’icona — e la sottomissione è già una cosa da poveri quando riguarda divinità o tiranni, figuriamoci quando riguarda dei parallelepipedi di carta che più di metà degli italiani non sa nemmeno da che parte si prendono in mano.

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