Porno reality: questa non è una pippa

Parte Sex Factor, ed è l'ennesimo reality che ha "normalizzato" l'hard. Perché la pornografia si è trasformata da trasgressione a giochino pop per famiglie. E perché, in fondo, era meglio prima

Un fatto, per iniziare. 20 giugno 2013, sul blog di Pornhub appare per la prima volta un post che correla le statistiche delle visite sul sito porno con le finali dell’NBA. Al di là dei risultati della comparazione, che non sono interessanti, è la pubblicazione stessa il dato decisivo: per la prima volta, con un linguaggio accattivante, un sito porno associa uno dei più importanti consumi culturali statunitensi — l’NBA — con la frequentazione delle sue pagine. Il risultato è abbastanza chiaro: man mano che le finali entrano nel vivo, la popolazione di utenti attivi su Pornhub scende. Inferenza: l’NBA la guardano tutti. Per correlazione, anche Pornhub lo guardano tutti.

Non che ci sia nulla di scandaloso. È vero, su PornHub ci vanno tutti. La maglia rotta della catena è che il sottotitolo dell’atto di Pornhub non è: “lo fanno tutti, possiamo anche dirlo”. È leggermente diverso, è “Pornhub è in concorrenza con l’NBA. Guardare un porno è in concorrenza al guardare l’NBA”. E questo è un problema.

È vero, il destino di ogni atto di trasgressione è la sua normalizzazione. Ce lo ha insegnato il Romanzesco, morbosa passione ottocentesca delle donne borghesi e motore immobile dell’istanza di autodeterminazione femminile; ce lo ha insegnato il punk, che da atto di ribellione anarchica antisistema degli anni Settanta si è lentamente ammosciato e ripiegato su se stesso per rantolare i suoi ultimi spasimi a inizio millennio, ormai completamente svuotato e normalizzato. E, ora che è venuto il momento del porno, come già avremmo dovuto per il romanzo e per il punk, bisogna dirlo che è un gran peccato.

È un gran peccato perché il porno era stato, nella prima metà del Novecento, la trasgressione e la perversione assoluta di un mondo che relegava la sessualità ai bordelli; perché, più avanti, il porno si fece arma politica radicale, di ribellione, di sfida all’establishment. Ma ora è finita. Game over. Anche il porno è diventato pop, e diventando pop di è fatto ridicolo. Questo, come si dice, è un salto dello squalo. Altro che salto della quaglia.

Qualche esempio. Che cos’è, se non l’espressione da reality del ridicolo pirandelliano, il vedere un Rocco Siffredi che all’isola dei famosi si ustiona per eccesso di nudità ed è costretto a coprirsi? O ancora, gli attivisti di Fuck for Forest, che si definiscono “erotic, non-profit ecological organization” e pubblicano foto di amplessi tra le frasche per salvare le foreste; la diffusione dello sweet porn dedicato a un pubblico femminile, in una sorta di ribaltamento carpiato ribaltato dell’istanza ugualitaria del miglior femminismo; il lancio di Sex Factor, ovvero la riproposizione in chiave porno di X Factor, la distruzione del piedistallo su cui abbiamo sempre immaginato i porno divi e che definiva, per distanza, il mondo del porno come un olimpo al contrario, un inferno carnascialesco.

Vent’anni fa o giù di lì, celavamo dietro etichette come Il pranzo è servito o Juve Parma UEFA 94 le cassette porno registrate nottetempo. Non è che si stava meglio prima?