May Beckett, ovvero: quando le mamme crudeli rendono i figli grandi scrittori

Non solo l'autore di “Aspettando Godot”: anche E.M. Forster e il poeta Philip Larkin hanno avuto rapporti tormentati con le madri

Era uguale a sua madre. “Stessa magrezza, stesso viso spigoloso, stessa rigidità… e quegli occhi azzurri, ampi e glaciali”. Maria Jones Roe. Ovvero. May Beckett. Donna dura, austera, prediligeva gli abiti scuri, prevalentemente maschili. “La sua unica vanità” erano i cappelli alla moda. Sorrideva di rado. Eppure. Siamo nell’estate del 1935, May è vedova e il figlio, Samuel Beckett, vegeta a Londra senza un penny in tasca. Dipende economicamente da mammà e la testa non gli risponde, non c’è il ronzio di un’idea. Samuel ha 29 anni, ha già scritto il saggio su Dante, Vico e James Joyce, ha già penetrato l’opera di Marcel Proust e abbozzato il primo, sfortunato romanzo, Dream of Fair to Middling Women. Chi li ha visti, in quelle tre settimane di viaggio spensierato, un “tour lampo” in lungo e in largo per l’Inghilterra – da St. Albans a Canterbury, da Winchester a Bath – ricorda mamma e figlio allampanato stranamente sorridenti. Noleggiarono una piccola macchina. Giocarono a volersi bene. “Sono come mi ha fatto il suo amore selvaggio”, ricorderà, due anni dopo, lasciandola, definitivamente, Samuel. Dopo il “placido intermezzo” della vacanza british, mamma e figlio continuarono cordialmente ad odiarsi. Mamma May preferiva a Samuel il primogenito Frank. Più prono e propenso a obbedire alla severa genitrice. Samuel era il figlio ‘sinistro’, obliquo, incomprensibile. Nel 1934 si inginocchiò piagnucolando ai piedi di lei, May, chiedendo soldi per l’ennesimo viaggio a Londra e a Parigi. Da intellettuale nullatenente. Eppure. Come si sa chi odia con ferocia ama con ardore.

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