AnalisiL’ingerenza antidemocratica di Trump rischia di lasciare l’Ucraina in pasto alla Russia

Il presidente americano verso l'impeachment per le pressioni al collega Zelensky, ma il paese dell’est europeo non vuole perdere il sostegno di Washington contro l'espansionismo di Mosca e teme per i progressi democratici conquistati

TIMOTHY A. CLARY / AFP

Prima esporti la democrazia. Bacchetti regimi autoritari, applichi sanzioni a chi non ci sta, mentre mandi aiuti, armi e manualetti su come costruire in 10 passi uno Stato di diritto ai governi filooccidentali, rimandandoli a settembre se saltano un passaggio. E poi telefoni al leader del tuo più fedele seguace nell’Est Europa per dirgli che, adesso che ha imparato a masticare un po’ di democrazia, dovrebbe ordinare ai suoi magistrati di incastrare il figlio del tuo avversario alle prossime elezioni. Altrimenti gli togli gli aiuti militari che gli permettono di tenere a bada una potenza ostile che ha già occupato militarmente un pezzo del suo territorio. Poi lo incontri, e nel nel mezzo di uno scandalo che potrebbe portarti all’impeachment, gli dici che dovrebbe parlare con il capo di questa potenza ostile, e «Risolvere i vostri problemi» .

Una bella lezione di democrazia, dal leader della più grande democrazia del mondo. Per chi non si fosse ancora raccapezzato nei complessi passaggi dell’UkraineGate, Donald Trump prima ha congelato a sorpresa gli aiuti militari a Kiev – stanziati già da Obama e estesi dall’attuale amministrazione anche alla fornitura di “armi letali” – e poi ha telefonato al suo collega ucraino Volodymyr Zelensky chiedendogli di aprire un’indagine contro Hunter Biden, il figlio di Joe, che ha lavorato in una società di gas ucraina. Secondo un informatore dell’intelligence americana che ha denunciato la circostanza al Congresso, avrebbe fatto a Zelensky anche una “promessa”, o piuttosto una proposta che non si può rifiutare. Nel summary della conversazione, rilasciato dalla Casa Bianca, non si parla degli aiuti bloccati e non c’è una “promessa” evidente. Trump chiede esplicitamente di indagare sulle tracce dei server del Russiagate in Ucraina, e poi sul figlio di Biden, si lancia in una serie di esternazioni contro Merkel, Mueller e l’ex ambasciatrice americana a Kiev, e poi dice a Zelensky “quando vuole passare alla Casa Bianca chiami pure”. Difficile che questa sia la “promessa”.

L’ingerenza negli affari di un Paese straniero è evidente, il patto sottobanco sulla testa di Biden Jr. in cambio degli aiuti molto meno. Gli indizi sono contraddittori: gli aiuti sono stati sbloccati e perfino incrementati, ma ciò è avvenuto dopo una battaglia bipartisan lanciata al Congresso dopo il congelamento dei 250 milioni di dollari. L’indagine contro Hunter Biden non è partita, e Zelensky, incontrando Trump, ha fatto capire che non ci sarà.

Zelensky sognava di entrare nella storia come grande riformatore, rischia di venire visto invece soltanto come un oscuro comico, presidente di un Paese del malaffare che ha fatto cadere il capo della Casa Bianca

Zelensky aveva sognato e combattuto per questa stretta di mano con Trump, una consacrazione del suo ruolo di leader, e una sponda vitale nella guerra contro Putin. Ha ottenuto questa occasione, un breve appuntamento a margine del vertice dell’Onu a New York, in un momento in cui probabilmente avrebbe preferito darsi malato. La sua espressione mentre Trump lo tratta da scolaretto, gli dice severo “devi combattere la corruzione” e infine gli suggerisce di “parlare con Putin per risolvere i vostri problemi” è degna di una delle sue commedie: deluso, annoiato, arrabbiato. Zelensky è un attore, la sua mimica è uno strumento di lavoro e non c’è dubbio che la domina perfettamente: la sua espressione è quella che voleva mostrare al mondo. Incastrato in quello che potrebbe rivelarsi lo scandalo politico del secolo, ha cercato di sgusciarne fuori incolume: ha risolutamente negato di essere stato ricattato dal capo della Casa Bianca (dando una mano a Trump) e ribadito che l’Ucraina ha una magistratura indipendente e che non ha parlato con nessun giudice per aprire un’indagine su Biden (di fatto dicendo di no a Trump e dando una mano ai democratici): “Nessuno mi può fare pressioni”.

Il presidente ucraino conosce bene la prima regola del suo lavoro, farsi amici gli americani, e ha cercato insistentemente un appuntamento con il presidente Usa, convinto – esattamente come Trump – di saper piacere e di usare il suo fascino personale per farne un alleato meno elusivo. Ci ha provato, sfiorando nella telefonata l’adulazione e seguendo Trump nelle sue critiche agli europei con un entusiasmo che non piacerà a Merkel e Macron, e ignorando educatamente le sue invettive contro il licenziamento di un «procuratore ucraino molto onesto», per non metterlo in imbarazzo, visto che di procuratori onesti in Ucraina finora se ne sono visti pochi, e quello di cui parla The Donald è stato cacciato anni fa, su richiesta di tutte le capitali occidentali, la Washington di Obama inclusa, proprio perché troppo di parte. Non ha funzionato.

In attesa di un chiarimento sui veri contenuti della telefonata – il memorandum della Casa Bianca è soltanto un riassunto – e della versione ucraina, con le inevitabili disquisizioni sulla traduzione, la prima vittima dell’UkraineGate è il neopresidente ucraino, finito nei guai al suo primo test di alta diplomazia. Se dice no a Trump si mette contro l’uomo più potente del mondo, dal quale dipende in buona parte la sopravvivenza del suo Paese, con il rischio di trovarselo nemico per altri cinque anni. Se dice sì si mette contro metà del mondo, screditandosi per sempre come complice di una nefandezza. Zelensky sognava di entrare nella storia come grande riformatore, rischia di venire visto invece soltanto come un oscuro comico, presidente di un Paese del malaffare che ha fatto cadere il capo della Casa Bianca.

Qualunque conseguenza possa avere la telefonata fatta da Trump a Zelensky – incluso l’impeachment al Campidoglio – ha già prodotto danni sul lato est della ex cortina di ferro, in quella “nuova Europa” che già Jacques Chirac all’epoca della seconda guerra nel Golfo accusava di essere troppo filo americana. L’eterno incubo del Paesi dell’Est Europa, venire considerati solo pedine dei grandi giocatori mondiali. Insider di Washington hanno detto alla Cnn che Trump non voleva occuparsi dell’Ucraina ritenendola non interessante e troppo corrotta, forse perché più ansioso di corteggiare la Russia (che nella classifica di Transparency International sulla corruzione è venti posizioni sotto l’Ucraina). Ergo, essendo tutti ladri, non ci sarebbe nessun impedimento morale a ordinargli con arroganza di usare i magistrati per incastrare un imprenditore finora colpevole solo di conflitto d’interessi in un Paese di cui suo padre si occupava in quanto vicepresidente degli Usa.

Con la sua telefonata Trump ha messo in discussione il principio cardine che l’America, e l’Occidente, predica al mondo cosiddetto “emergente”: fai come me e potrai diventare come me

Il problema che l’Ucraina non è un Paese che produce solo badanti e ladri, come pensa Trump, sempre impeccabile nel sintonizzarsi sui pregiudizi dell’uomo della strada. Non solo è il più grande Paese europeo per estensione, ma è l’unica democrazia vera del mondo post sovietico (con l’ovvia eccezione dei Baltici ormai entrati nell’UE), e la più grande spina nel fianco del Cremlino. È il Paese più filo europeo d’Europa, sceso in piazza nel 2014 per fare la rivoluzione in nome del sogno dell’UE. E Zelensky non è un «Nostro figlio di puttana « » messo dagli americani, è un presidente eletto (il sesto dall’indipendenza nel 1991) a furor di popolo proprio per combattere la corruzione. Le sue prime misure – un nuovo procuratore generale con buona reputazione, una nuova magistratura indipendente e potenziata per combattere la corruzione, l’abolizione dell’immunità parlamentare, i pagamenti elettronici tracciati – sono tutte finalizzate a combattere le tangenti e le collusioni di amministratori e giudici, provvedimenti chiesti e suggeriti proprio dai numerosi consulenti e investitori americani di stanza a Kiev.

E poi c’è la guerra con la Russia, a causa della quale gli ucraini, ponendosi l’obiettivo dell’entrata in Europa, hanno però stretto un’alleanza prioritaria con gli Stati Uniti. Fin dalla sua elezione nell’aprile scorso Zelensky ha cercato in ogni modo di cooptare Trump nel “quartetto di Normandia” che negozia la restituzione del Donbass all’Ucraina, per controbilanciare la “real politik” della Germania e della Francia che lo spingono verso un maggiore appeasement di Putin. Ora potrebbe venire scartato da Trump e farsi nemici Marcon e Merkel, con conseguenze potenzialmente devastanti non solo per l’Ucraina.

Con la sua telefonata Trump ha messo in discussione il principio cardine che l’America, e l’Occidente, predica al mondo cosiddetto “emergente”: fai come me e potrai diventare come me. I media ucraini per qualche giorno hanno preferito evitare l’UkraineGate, forse proprio per non far vacillare quella che è stata quasi un’idea nazionale: diventare come l’Occidente, lasciandosi alle spalle la Russia di Putin, che come Trump ritiene l’Ucraina un “failed State” scappato di casa. “Ora l’Ucraina rischia di diventare doppiamente vittima, dell’aggressione di Putin e del desiderio di Trump di venire rieletto a ogni costo. Noi vogliamo rimanere un alleato leale dell’America, non una fonte di “kompromat” per le sue faide interne”, scrive sul New York Times Alyona Getmanchuk, presidente del think tank ucraino The New Europe Center. Perché se fosse così ha ragione Putin a dire che l’Occidente è corrotto e illiberale quanto la Russia, che “sono tutti uguali”, che in questo mondo il più pulito ha la rogna e conta solo chi vince, non come. Le pagelle dei primi della classe alla scuola dove si diventa europei valgono quanto un corso per corrispondenza. Nemmeno un’armata di troll putiniani sarebbe riuscita a seminare più dubbio, delusione e paura, e a screditare così l’America con i suoi alleati.

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