“Io sono dinamite”L’altra faccia di Facebook, e se fosse Mark Zuckerberg l’oltreuomo di Nietzsche?

Il filosofo tedesco immaginava un tipo superiore di essere umano capace di plasmare l’umanità, noi quando regaliamo ai social vita e pensieri lo facciamo a patto che ci lascino la possibilità di modellare come ci pare una piccola porzione di mondo: noi stessi

GERARD JULIEN / AFP

«Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite». L’ha scritto Mark Zuckerberg in un post su Facebook. No, non è vero. L’ha scritto Friedrich Nietzsche in un passo di Ecce Homo. Eppure, se chiudiamo gli occhi e cerchiamo di scordarci Zuck impalato davanti al Congresso dopo lo scandalo di Cambridge Analytica, con quella faccia da secchione che di punto in bianco non azzecca più un’equazione differenziale, il paragone con una dinamite per le coscienze – o con una bomba all’idrogeno per le coscienze: nella Silicon Valley, si sa, tifano per l’energia rinnovabile – non suona più così assurdo.

Facebook ha due miliardi e rotti di utenti nel mondo, 30 milioni solo in Italia (il 50% della popolazione). Nel 2018 Instagram toccava i 19 milioni di utenti mensili, solo nel 2017 i milioni erano 14. Un miliardo e mezzo di persone usano WhatsApp. Tutti e tre i servizi sono proprietà di Facebook Inc. In metro, al parco, in spiaggia, alle poste, non c’è colpo d’occhio libero da una faccia azzurrata dal led di uno smartphone. Parliamo più con la bocca di pixel di Zuckerberg che con la bocca di carne che c’ha dato mammà. Il mondo in cui crediamo di vivere ci viene mostrato pezzo per pezzo dai suoi social network. Un colpo di pollice ed ecco la finanziaria, un altro ed ecco la guerra tra curdi e Turchia, un altro ed ecco le spiagge delle Maldive, un altro ed ecco la tua ex più felice di te. La realtà che consideriamo reale è il mosaico di un artista anonimo, un collage di scelte fatte da un algoritmo di cui non sappiamo un ragionevole nulla.

Un recente articolo del New Yorker (https://www.newyorker.com/magazine/2019/10/14/nietzsches-eternal-return) riporta un passo in cui Nietzsche immagina un tipo superiore di essere umano che, grazie alle sue doti di volontà, conoscenza, ricchezza e influenza, usi l’Europa democratica come strumento per plasmare l’essere umano. Un artista, la cui materia bruta siamo tutti noi. Per il magazine americano, i candidati più verosimili a incarnare questa stirpe di innovatori oltreumani sono però i magnati della Silicon Valley.

E perché mai noi siamo così felici di farci tele-plasmare da loro? «Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto dev’essere essere l’uomo per l’oltreuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna», scrive Nietzsche. Ed eccoci ai nostri profili Facebook e Instagram. Quando ci affacciamo nell’abisso del libro delle facce, l’abisso del libro delle facce si affaccia dentro di noi. Gli regaliamo vita e pensieri, opere e omissioni, a patto che consenta pure a noi di modellare come ci pare una piccola porzione di mondo: noi stessi.

L’ideale decadentista della vita come opera d’arte sta al nostro account come il cercopiteco sta all’homo sapiens. Quello che siamo fuori dal profilo social ci appare come un ghigno e una dolorosa vergogna. Là dentro, invece, siamo noi i padroni del nostro bene e del nostro male, delle nostre ferie e delle nostre rughe. L’efficacia delle singole volontà di potenza è finalmente quantificabile: voilà il numero dei like e dei follower. Perché, se come diceva il gran baffone di Lipsia, non esistono fatti ma solo interpretazioni, quando un buon numero di queste interpretazioni concordano nel ritenerci persone realizzate, non lo diventiamo forse davvero? Chi potrebbe dimostrare incontrovertibilmente il contrario?

Quello di Facebook è un segreto, tipo la formula della Coca Cola, se domani se domani Zuck volesse condizionare le primarie degli Stati Uniti potrebbe modificare l’algoritmo per indebolire la visibilità della senatrice Elizabeth Warren

Perfino l’eterno ritorno dell’uguale si è materializzato nel cyberspazio. Gli account dei morti se ne staranno lì finché esisterà il tempo. Se nessuno si darà pena di cancellare il nostro profilo quando noi non saremo più in grado di farlo, le nostre vite resteranno ripercorribili in cerchio col solito movimento di falange – ed ecco il compimento evolutivo del pollice opponibile –, giorno dopo giorno, foto dopo foto, evento dopo evento, post dopo post. Sempre uguali a loro stesse. «L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!».

Tanto accapigliarsi sull’enigma Nietzsche, sul significato ultimo della volontà di potenza, e da un paio di decenni abbiamo la soluzione sotto gli occhi, nelle orecchie, sui polpastrelli. Al bar pronunciamo il suo nome per dimostrarci edotti sugli ingranaggi del mondo, ci guida nelle giornate al computer, nelle gimcane tra i passanti col collo ripiegato sul cellulare. È un procedimento sistematico di calcolo, una stringa di programmazione informatica: l’Agoritmo. Un pensiero abissale che plasma la nostra interpretazione della realtà.

Quello di Facebook è segreto, tipo la formula della Coca Cola. Come sottolinea Wired (https://www.wired.it/attualita/politica/2019/10/05/elizabeth-warren-markzuckerberg-facebook-presidente-stati-uniti/), se domani Zuck volesse condizionare le primarie degli Stati Uniti potrebbe modificare l’algoritmo per indebolire la visibilità della senatrice Elizabeth Warren (o per rafforzare quella dei suoi rivali) senza che nessuno possa incontrovertibilmente provarlo. Il sospetto che l’(oltre)uomo sia punto da tale vaghezza viene da queste dichiarazioni delle Warren sui monopoli della Silicon Valley: «Nella loro conquista del potere, hanno distrutto la concorrenza e usato le informazioni personali per guadagnare e spostare gli equilibri a loro favore. Dobbiamo fare a pezzi le grandi compagnie». Nonché da quelle dello stesso Zuck sulla Warren: “Minaccia la nostra esistenza”, “Se vincesse sarebbe una rogna”.

Il New Yorker riporta altre parole di Nietzsche: «Per gradi, le società private assorbiranno le funzioni dello stato. Anche le vestigia più tenaci della vecchia opera di governo (il compito, per esempio, di proteggere i privati ​​l’uno dall’altro) saranno finalmente raccolte dai singoli imprenditori». Ed eccoci qui: da tre gradi di processo al ban istantaneo, dallo stato di diritto al dispotismo illuminato dal led. Se è pur vero che per Nietzsche l’unico stato salutare è quello in cui le prospettive rivali si contrappongono, senza che nessuna possa dominare compiutamente su tutte le altre – e ciò renderebbe il filosofo più il padre spirituale della Warren che di Zuckerberg – molti indizi lasciano credere che la “trionfante bestia bionda” di Genealogia della morale si sia incarnata nello sfuggente nerd rosso di White Plains.

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