Khaltmaa Battulga, il Trump delle steppe che si ispira a Gengis Khan e a Vito Corleone per mantenersi equidistante da cinesi e russi

La Mongolia è stretta tra Mosca e Pechino, cresce meno degli anni scorsi e si affida al presidente wrestler per tenere un canale privilegiato con Donald

SAUL LOEB / AFP

La Mongolia ha eletto il suo capo di Stato nel 2017. Ex wrestler e imprenditore di successo che ha messo il suo nome su molte attività, Khaltmaa Battulga ha vinto le elezioni mostrando le sue capacità di “uomo del fare”. Quasi un nuovo Trump, ma Donald non ha mai vinto medaglie d’oro. Lui invece sì. Anche se, nel quadro geopolitico attuale, i problemi non li potrà risolvere con le medaglie sportive del passato. Incastonata tra Russia e Cina, la Mongolia ha grandi risorse minerali che finiscono quasi sempre nelle mani di pochi. Una corruzione endemica che ha messo in difficoltà l’economia, incapace di crescere come un tempo. Il rischio di finire cannibalizzati dal potente vicino cinese, la cui stampa a ogni visita occidentale non perde occasione di ribadire l’ineluttabilità del futuro dominio della Repubblica Popolare, è più vivo che mai.

Come insegna Don Vito Corleone, il segreto del successo sta nel diversificare (non illegalmente come fa lui) i propri affari

La ricetta locale per evitarlo è ispirata da Don Vito Corleone. E sì, perché il mito del presidente Battulga è proprio il protagonista de Il padrino, interpretato da Marlon Brando. A lui Battulga si è ispirato quando ha aperto la sua prima società, chiamandola Genco.
Come insegna Don Vito Corleone, il segreto del successo sta nel diversificare (non illegalmente come fa lui) i propri affari. Farlo aiuterebbe molto la Mongolia. «Economia, corruzione e geopolitica sono i problemi più grossi sul tavolo di Battulga», sostiene Giorgio Cuscito di Limes. La questione geopolitica è certamente la più complessa, visto che la geografia non aiuta. «Per il momento la decisione del presidente sembra chiara. Preferisce Mosca a Pechino perché il momento storico suggerisce di evitare qualunque sudditanza con la Cina e comunque tra i due mantiene mantiene il canale aperto anche con Washington per evitare pericolose ingerenze dei due vicini». Il piano sembra chiaro. Mantenersi in equilibrio tra russi e cinesi, con l’aiuto degli americani, considerati “i loro terzi vicini”, per far fede allo slogan della campagna elettorale, Mongolia first. Un piccolo Trump aiutato da Trump.

A gennaio in Mongolia il livello di polveri sottili PM 2.5 ha raggiunto i 3.320, cioè 133 volte in più rispetto ai limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Roba da far impallidire Greta

Ma non basta. Dopo qualche anno difficile, l’economia ha ripreso a crescere in maniera importante, 6.7% nel 2019 e si prevede 6.1% nel 2020. Percentuali però ben lontane da quel 17% fatto registrare nel 2011. Cosa è successo nel frattempo? «La corruzione penalizza la gestione delle risorse economiche e minerarie del paese. A vantaggio di pochi. E così l’economia mongola diventa ancora più indebitata», continua Cuscito. La posizione debitoria nei confronti di Russia e Cina negli ultimi anni è cresciuta sempre di più. E questo pare un controsenso se si pensa che la Mongolia è una terra ricchissima di giacimenti minerari. «Ferro, uranio e carbone, oro e altri minerali sono presenti in grande quantità nel territorio del Paese. E poi ci sono le terre rare, utili per la costruzione di elementi tecnologici», aggiunge l’analista di Limes , ma il problema è la gestione di queste risorse: «Infatti, il popolo chiede di nazionalizzare le compagnie, per evitare che finiscano in mani straniere. Ma queste sono anche aziende che inquinano tantissimo, per esempio le centrali a carbone». A gennaio in Mongolia il livello di polveri sottili PM 2.5 ha raggiunto i 3.320, cioè 133 volte in più rispetto ai limiti fissati dall’Organizzazione mondiale della sanità. Roba da far impallidire Greta. Far crescere l’economia senza curare l’ambiente potrebbe essere un boomerang pericoloso.

In un simile quadro per, il presidente Battulga sarà difficile trovare un santo a cui votarsi. Anzi uno, c’è: Gengis Khan. Il grande eroe mongolo è l’idolo del presidente. Una statua del conquistatore, alta 30 metri, si trova nel parco giochi di Genco a 50 km dalla capitale Ulan Bator, e a volerla fu proprio Battulga. Una venerazione particolare che ha una sua ragione. «Per Battulga, Gengis Khan è un po’ il passato ideale a cui fare riferimento per costruire un’identità nazionale mongola, indipendente dal passato cinese e sovietico. Un elemento nazionale utile per la coesione», conclude Cuscito. Un po’ Trump, un po’ Don Vito e un po’ Gengis Khan: per mantenersi equidistante da Mosca e Pechino a Battulga servirà ispirarsi a tutti e tre.

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