Che fare?Il grosso guaio dell’arte di oggi: la realtà l’ha già superata

È dall’attentato al World Trade Center del 2001 che la cronaca e la storia hanno battuto la rappresentazione, ed è sempre più difficile per le avanguardie raccontare e immaginare il domani. La street art è quella che oggi va per la maggiore. Musei e gallerie? Se la passeranno sempre peggio

Paul ELLIS / AFP

All’inizio degli anni venti del novecento la stagione delle avanguardie artistiche si era pressoché consumata: futurismo, dada, surrealismo, suprematismo, metafisica avevano già terminato il loro periodo aureo, tant’è che (almeno in Italia, complice il regime ma non solo) si cominciava a parlare sempre più insistentemente di un “ritorno all’ordine” e della riscoperta dei valori tradizionali dopo la temperie del moderno.

Ciò che è successo nel primo ventennio post 2000 può essere solo in parte paragonato al glorioso secolo breve XX. Intanto perché stiamo vivendo il più lungo periodo di pacificazione della storia, e poi perché l’uso quotidiano ha trasformato la tecnologia da evento eccezionale in qualcosa di normale. È sempre difficile trarre delle conclusioni su qualcosa che stiamo vivendo in diretta, eppure vent’anni cominciano a tracciare una certa distanza almeno dal punto di partenza che qualche idea possiamo anche farcela. Il nuovo ventennio del secolo XXI comincia con l’evento tragicamente memorabile dell’attentato al WTC, qualcosa di imparagonabile a qualsiasi scenario di guerra tale da confondersi con un film di fantascienza. Nei giorni successivi al crollo Umberto Eco parlò di “paralisi emotiva”. A circa un mese di distanza era stata fissata al Castello di Rivoli l’inaugurazione di Form Follow Fictions, curatore Jeffrey Deitch, lo stesso di Post Human negli anni ’90, che parlò esplicitamente del fallimento dell’arte di fronte alla realtà, anche dal punto di vista spettacolare. Nel 2001, Fondation Cartier Parigi, Paul Virilio trasformò il suo breve saggio Ce qui arrive (titolo italiano L’incidente del futuro per Raffaello Cortina) in una mostra filosofica post-apocalittica in cui si capiva bene che i comportamenti dell’uomo avrebbero accelerato la fine del nostro pianeta e che la natura si sarebbe presto presa la definitiva rivincita.

Futuro? Proprio questa la parola chiave che sarebbe a lungo venuta a mancare nel secolo XXI (esatto contrario del ‘900, dove la spinta è futurista, guerra compresa). Ufficialmente, la crisi economica scoppiata nel 2008 non è ancora finita e forse non finirà mai del tutto, almeno in Europa, almeno in Italia. Per chi ha cominciato a fare arte in questo periodo, la crisi si è resa visibile a cominciare dai materiali, dalla dimensione delle opere, tradotto in un senso di precarietà e incertezza che in alcuni casi si è tradotto in forza poetica.

La difficoltà dell’occidente, anche di fronte ai nuovi mercati o alle bolle speculative provenienti da Cina e India, ha dunque investito alcuni temi che si manifestano ancora oggi come urgenze nel nostro presente: l’emergenza ambientale, le disuguaglianze sociali (da qui il ritorno dell’arte politica), la necessità di scoprire nuove forme meno legate al mercato.

Rispetto agli anni ’90, il panorama post-duemila è meno affollato da artistar come Cattelan, Hirst, Barney ecc… L’ultimo rimasto arriva dalla Cina, si oppone al regime comunista, sa usare i social e mira a superare i linguaggi. Su Ai Weiwei le opinioni si dividono aspramente, eppure il suo lavoro negli ultimi vent’anni ha fatto molto discutere. Un’altra sicura protagonista ha più di settant’anni ed è in giro da oltre quaranta, però il successo di massa l’ha raggiunto solo ora: Marina Abramovic piace perché ha trasformato la performance in pop art, rendendo facile e fruibile qualcosa di elitario per definizione.

In giro ci sono molti bravi giovani artisti e la carta geografica del mondo è molto più estesa oggi che vent’anni fa. Le metropoli occidentali hanno perso qualsiasi identità locale, raccolgono esperienze da ogni dove, e quando non basta c’è internet a ridurre ulteriori distanze. Eppure se chiedi a un ventenne chi è l’artista che meglio rappresenta il nostro tempo, 8 su 10 rispondono Banksy (e pure sbagliando la pronuncia del nome), che neppure sappiamo chi è, se c’è, ma che certamente non corrisponde all’idea autoriale su cui si fonda l’arte da secoli, almeno dai tempi di Giotto. Però Banksy (o chi per esso) produce immagini instagrammabili e di ottima ricezione mediatica. Se questa è l’avanguardia del secolo XXI bisogna prima di tutto riflettere sui luoghi dell’arte prossimi venturi: non sappiamo bene quali potranno essere, ma difficilmente musei o gallerie.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta
Paper

Linkiesta Paper Estate 2020