Make the climate great againTrump non è l’America: negli Stati Uniti, governatori e sindaci continuano a difendere il clima

Alla conferenza sul clima di Madrid il presidente non c’era. Ma al suo posto Nancy Pelosi ha ricordato quanti sono ancora impegnati sul fronte dell’ambientalismo, e decisi a mantenere fede agli accordi di Parigi

PIERRE-PHILIPPE MARCOU / AFP

Tra gli oltre 50 leader mondiali accorsi a Madrid per partecipare alla Conferenza sul Clima (COP25), Donald Trump non c’era. Il 4 novembre scorso, infatti, gli Stati Uniti avevano formalmente notificato alle Nazioni Unite la propria decisione di ritirarsi dagli Accordi di Parigi, intenzione già annunciata dal Presidente dell’“America First” nel giugno 2017 e che entrerà in vigore all’indomani delle elezioni presidenziali, il 4 novembre 2020. Eppure, al posto del Commander-in-Chief – poi volato a Londra per il Summit della Nato –, a urlare al mondo che gli USA “ci sono ancora” è stata la potente Speaker della Camera Nancy Pelosi. «La nostra delegazione è qui per mandare il messaggio che l’impegno del Congresso ad agire sulla crisi è blindato», ha detto l’influente politica americana, accompagnata nella capitale spagnola da 14 deputati democratici.

La partecipazione della Speaker della Camera alla COP25 non è solo il segno che, se il suo Partito riuscirà a riconquistare la Casa Bianca, gli USA rinnoverebbero i propri impegni sul clima e tornerebbero ad incoraggiare le altre nazioni a fare di più. È anche il simbolo di quell’America che, nonostante il Presidente, resta ad ogni modo fedele agli Accordi di Parigi. A livello statale e sub-nazionale, infatti, sono tante le realtà che operano in aperta contraddizione alla linea indicata dalla Casa Bianca. All’indomani dell’annuncio di Trump, un numero senza precedenti di coalizioni formate da Stati, città americane, università, aziende e altre organizzazioni si sono esposte per mandare un messaggio contrario a quello del Presidente. Da allora, quelle coalizioni, tra cui il network “We Are Still In”, sono arrivate a raccogliere più di 3000 firmatari, raddoppiando la propria dimensione. Tra queste realtà, vi è anche “America’s Pledge”, iniziativa lanciata nel 2017 dall’ex sindaco di New York e Inviato Speciale ONU per l’Azione sul Clima, Michael Bloomberg, e dall’ex governatore della California Edmund G. Brown, Jr.. Secondo il report “Fulfilling America’s Pledge” del settembre 2018, gli impegni presi a livello sub-federale sono sulla buona strada per realizzare circa due terzi degli obiettivi fissati negli Accordi di Parigi, anche senza il supporto del Governo federale. La stima è che, entro il 2025, grazie all’impegno di tutte le realtà coinvolte, gli Stati Uniti potrebbero essere in grado di ridurre le emissioni del 17% rispetto al 2005.

Ad oggi, sono 435 i sindaci che si sono uniti all’associazione “Climate Mayors”, un network “bipartisan” che si definisce in prima linea per il clima. Insieme, rappresentano circa 71 milioni di Americani

Ad oggi, sono 435 i sindaci che si sono uniti all’associazione “Climate Mayors”, un network “bipartisan” che si definisce in prima linea per il clima. Insieme, rappresentano circa 71 milioni di Americani, che vivono in Stati blu o rossi. Nata nel 2014, l’iniziativa ha visto un aumento della propria mobilitazione dopo l’annuncio di Trump di voler abbandonare gli accordi di Parigi. 25 sono invece gli Stati e i territori che si sono uniti all’“US Climate Alliance”, coalizione di Governatori impegnati, tra le altre cose, a promuovere politiche che riducano le emissioni di gas serra almeno del 26-28% entro il 2025 rispetto ai livelli del 2005. Tra questi, il governatore della California Gavin Newsom e quello di New York Andrew Cuomo. Non solo: molti Stati, città e gruppi nativi hanno firmato la dichiarazione di “We Are Still In”, reiterando la propria intenzione di restare fedeli al framework di Parigi. Allo stesso modo si sono comportati 2200 imprese e investitori, 350 università e 200 gruppi religiosi.

Secondo America’s Pledge, l’insieme di questi attori rappresenta almeno il 60% dell’economia americana, circa la metà della popolazione degli Stati Uniti e il 37% delle emissioni di gas serra. E se questo insieme di soggetti fosse un Paese, sarebbe il terzo principale responsabile delle emissioni globali. Molte sono le città che si sono impegnate a passare alle energie rinnovabili, obiettivo che Los Angeles, ad esempio, afferma di voler centrare entro il 2050. Berkley, invece, è la prima città negli USA ad aver bandito l’uso di gas naturale nelle nuove costruzioni. E secondo uno studio del gruppo “C40 Cities Climate Leadership Group”, se tutte le città americane seguissero l’esempio di quelle più impegnate sul clima, si potrebbe arrivare a una riduzione delle emissione del 36%, in linea con gli Accordi di Parigi.

Quanto agli Stati, tra gli obiettivi più ambiziosi c’è quello della California di passare al 100% delle energie rinnovabili entro il 2045, mentre lo Stato di New York ha di recente passato una legge che chiede di azzerare le emissioni in tutti i settori dell’economia entro il 2050. Secondo i dati della “US Climate Alliance”, gli Stati hanno già ridotto le emissioni del 14% rispetto ai livelli del 2005.

Dai dati raccolti da organizzazioni attive sul clima, circa il 70% degli americani risulta a favore di un’azione governativa decisa per rispondere al cambiamento climatico

Sarà abbastanza? Difficile dirlo. Primo, perché resta ancora da vedere se tutti questi impegni verranno in effetti tramutati in realtà. Secondo, perché, come i report ONU pubblicati alla vigilia della COP25 hanno dimostrato, gli impegni sanciti negli Accordi di Parigi non bastano più: gli Stati dovrebbero quintuplicarli, per poter mantenere l’aumento della temperatura entro gli 1,5 C entro la fine del secolo. Terzo, perché l’assenza di una politica federale sul clima significa inevitabilmente che, accanto ai soggetti in prima linea, continueranno ad esserci Stati e città che non si impegnano allo stesso livello. L’espansione delle energie rinnovabili e lo sviluppo di nuove tecnologie non inquinanti richiederebbe il coordinamento del governo federale per poter essere pienamente efficace. E non solo l’amministrazione Trump non ha, tra le proprie priorità, quella di sostenere questi sforzi, ma sembrerebbe talvolta volerli contrastare. Ha fatto parlare, per esempio, il recente tentativo della Casa Bianca di revocare una legge che in California impone standard più severi sulle emissioni delle auto rispetto a quelli imposti dal Governo federale.

Ad ogni modo, la questione climatica resta negli USA politicamente divisiva. Dai dati raccolti da organizzazioni attive sul clima, circa il 70% degli americani risulta a favore di un’azione governativa decisa per rispondere al cambiamento climatico. Il 67% ritiene inoltre che l’azione del Governo federale avrebbe anche un impatto positivo sull’economia. Ma secondo un sondaggio di Gallup, se anche l’attenzione sul tema ha raggiunto livelli mai registrati prima, circa la metà dei Repubblicani afferma di non esserne minimamente preoccupata. E solo una piccolissima parte di loro dimostra di prendere seriamente l’emergenza su cui ONU, scienziati e giovani stanno facendo risuonare l’allarme.

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