La liberatriceLucia Borgonzoni, chi è la candidata fantasma dell’Emilia Romagna

Una sostenitrice del Carroccio sui generis, con un passato turbolento e un futuro incerto. Tra gaffe, scivoloni e un programma discutibile, ecco chi è la sfidante di Bonaccini (dopo Salvini, ovviamente)

Il rischio di una sconfitta nella rossa e sana (in termini di amministrazione) Emilia Romagna, per il Pd è un qualcosa vicino alla svolta della Bolognina del novembre 1989. Uno shock alle fondamenta, seguito da una crepa insanabile tra partito e popolo. Per assurdo, l’aggravante è che a strozzare l’egemonia sinistroide può essere una politica del calibro di Lucia Borgonzoni.
Una leghista sui generis per molti, secondo alcuni compagni di viaggio del centrodestra una miracolata. Il percorso della candidata ex sottosegretario di Stato al ministero per i Beni e le attività culturali nel Governo Conte I – dove si presentava così: “Leggo poco, l’ultimo libro l’ho letto tre anni fa” – è una di sentiero non certo di rilievo, lontano sia dalla forgia accademica sia dalla classica scuderia di partito.
Dal sorriso nervoso e la parlantina frizzante, la Borgonzoni, per i più critici, vanta un curriculum tutt’altro che istituzionale: laureata all’Accademia delle Belle Arti con una tesi in Fenomenologia degli stili, ha esposto i suoi quadri in varie mostre in Italia, ha fatto l’interior designer. Il nonno materno era un partigiano comunista, lo sappiamo bene, la madre una leghista della prima ora. Insomma, cresciuta a pane e Gianfranco Miglio, la candidata del centrodestra tende a scaldarsi quando le viene ricordato stile e costumi di nonno e padre (fotografato recentemente a brindare con il fondatore delle Sardine). Come darle torto: lei ripete come un mantra che il 25 aprile non lo festeggerebbe neanche da sindaco.

Eredità familiari più o meno liquidabili (e liquidate), Borgonzoni spicca è solo come controfigura di Matteo Salvini. Disposta da sempre a non sottrarsi al confronto, laddove tanti colleghi scappano, conta le pallottole nella carne viva di una carriera trafitta da gaffe e sfondoni. Ed è forse anche per questo che la sua persona piace e dispiace ai vertici di Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia.
Piace quando riesce a respirare senza farsi sentire, nel modo in cui è riuscita senza troppi colpi di orgoglio a fare un passo di lato in favore del Capitano, piace, sulla base di voci interne al centrodestra, per «la morbidezza con la quale si è oscurata per garantire lo sprint di Salvini». Per capirci: nessuno lamenta il fatto che in caso di vittoria l’Emilia Romagna taglierebbe i ponti con un retaggio Dem. Tuttavia, la Borgonzoni dispiace: la scialbatura con la quale le regionali sono passate a essere un referendum nazionale e la sua candidatura un ausilio per le salite sul palco del leader leghista, ha reso deboli i contributi del Berlusconi o della Meloni di turno e troppo sguaiati quelli di Salvini.

«Borgonzoni chi?» chiosa con sarcasmo un big di Forza Italia. Non c’è dubbio che un’icona femminile si tende a temere nei partiti culturalmente machisti, ma è anche vero che la quarantatreenne approdata alla Lega come militante agli inizi degli anni 2000, dopo un passato in cui ha flirtato coi centri sociali, come Salvini del resto è stato eletto con i comunisti padani, divide sopratutto per contenuti e approcci. La folgorazione sulla via di Pontida, ha fatto in modo che la Borgonzoni quanto a immigrazione rispettasse i crismi leghisti, rispondendo qualche anno fa a Lilli Gruber «queste persone andrebbero rimandate a casa loro». Al contrario, come dimostrato da Linkiesta nell’articolo di Francesco Lepore, in materia di diritti Lgbti, la candidata leghista alla presidenza della Regione non è stata sempre una bacchettona sovranista come da copione, anzi, dai documenti raccolti si direbbe piuttosto un’artista anticlericale che faceva serate Lgbti in Emilia Romagna.
Il resto è un tributo al peggior Danilo Toninelli: dalla “totale fiducia” per Armando Siri in quanto “persona perbene e specchiata”, al Trentino che confina con l’Emilia Romagna, lo scambio tra i monumenti di Bologna e Ferrara e un programma che fa acqua da tutte le parti. Gli scivoloni e le molte riserve avanzate dagli alleati, per giunta, non sono bastate: la Borgonzoni quando si tratta di “Liberare l’Emilia”, secondo lo slogan, passa sopra a qualsiasi dettaglio: come la sua proposta sugli ospedali, per i quali, come in Veneto e in Lombardia, ipotizza l’apertura anche al sabato e alla domenica (a differenza di una turnazione che vede gli orari di adesso seguire gli standard dei parrucchieri, con tanto di lunedì festivo….).

In breve, la Borgonzoni cerca di smorzare il passato limpidamente di sinistra con una linea populista fatta di distruzione verso il sistema Pd-Coop rosse e di show demagogici come l’indossare la maglietta “Parlateci di Bibbiano!” in Senato. Oggi i centri sociali li vuole chiudere, e quando le si chiede cosa vuole fare in tema di ordine pubblico, non nasconde il progetto di una linea dura e militaresca da seguire.
Dimenticatevi quindi quella Borgonzoni descritta da sua ex-vicina di casa, che sparava “musica a tutto volume” e registrava “viavai notturni da chiamare i vigili per il rumore”: fate tabula rasa. L’avvento di Lucia Borgonzoni è l’avvento dell’incoscienza pedissequa a realtà antiche. E la resipiscenza degli elettori, nel caso di un voto “di cambiamento”, non basterà a cancellare quanto di positivo fatto da Bonaccini nel suo mandato e quanto di scivoloso e denutrito, invece, la leghista propone.

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