Strani giorniRunner, untori e il bisogno di odiare chi esce da casa

L’immagine dei settanta mezzi militari che portano le salme delle vittime di coronavirus fuori da Bergamo, per condurle nei forni crematori delle località vicine, ci riporta l’esatta dimensione della tragedia che stiamo vivendo. Anche come spettatori passivi, nella solitudine delle nostre dimore. Quell’immagine ci mette in contatto con l’emergenza reale dei luoghi maggiormente colpiti dall’infezione: troppi contagi, un sistema sanitario quasi al collasso, l’enorme numero dei decessi.

Quell’immagine, insieme all’orrore che ha suscitato, mi riporta a una reminiscenza scolastica: il carro con i cadaveri delle persone colpite dalla peste, così come descritto nel XXXI capitolo de I promessi sposiManzoni così scriveva: «I cadaveri di quella famiglia furono, d’ordine della Sanità, condotti al cimitero suddetto, sur un carro, ignudi, affinché la folla potesse vedere in essi il marchio manifesto della pestilenza. Un grido di ribrezzo, di terrore, s’alzava per tutto dove passava il carro; un lungo mormorìo regnava dove era passato; un altro mormorìo lo precorreva».

Non voglio ovviamente sostenere che i mezzi militari siano stati consegnati alla visione del pubblico per generare un effetto simile a quello descritto dallo scrittore lombardo – la misura si rese necessaria per far capire al popolo ancora titubante che il contagio di peste c’era davvero – ma l’eco della paura che queste immagini si lasciano dietro, con il mormorio che precede e segue, è di natura analoga. A rileggere i due capitoli che parlano della peste a Milano si possono rintracciare straordinarie somiglianze con quanto tutti e tutte noi stiamo vivendo adesso, man mano che i numeri sui contagi e le vittime vengono aggiornati a cadenza quotidiana. E a parer mio, quelle pagine andrebbero rilette per capire un po’ meglio cosa sta succedendo nell’Italia del 2020 che si trova a dover gestire il Covid-19.

Facciamo un passo in avanti, rispetto a I promessi sposi, e torniamo alla nostra quotidianità. Riporto le parole di un mio contatto su Facebook. Si chiama Paola (nome di fantasia) e lavora in fabbrica. È una di quelle persone che non possono stare a casa, insomma, e scrive: «Sono stanca. Psicologicamente e fisicamente stanca. Esco dal lavoro e mi fermo al semaforo rosso. Ho giù il finestrino, mi godo il sole. Sento un urlo “stai a casa assassina! Dovete stare a casa sennò ci uccidete tutti!”. Mi giro e dalla cascina che costeggia la strada, una tizia alla finestra sta gridando. Proprio rivolta a me». La donna alla finestra l’ha vista fuori casa e la sua reazione è violenta. «Una tizia che non mi conosce, che non sa nulla della mia vita, non sa perché sono fuori casa, si sente in diritto di gridarmi le sue frustrazioni dalla finestra. Non ci siamo mai viste prima ma lei, sicura tra le mura domestiche intenta a salvare il mondo, giudica me, l’assassina fuori casa senza motivo». Non è l’unico caso. Tra le bacheche dei miei amici, il “restare a casa” è più di un obbligo dovuto a una misura governativa. È un discrimine morale. Fa la differenza tra la vita e la morte. E se esci diventi un assassino. In automatico.

Tornando alla peste di Milano e a I promessi sposi, ciò che Manzoni scrive di quel contagio è analogo a molte cose che abbiamo visto nelle settimane passate. All’inizio pochi casi, qua e là, nel territorio. Alle voci lontane di ciò che avveniva altrove, il popolo ha prima minimizzato, sottovalutando le prime avvisaglie d’allarme: «Ma […] ciò che fa nascere un’altra e più forte maraviglia, è la condotta della popolazione medesima, di quella, voglio dire, che, non tocca ancora dal contagio, aveva tanta ragion di temerlo. […] sulle piazze, nelle botteghe, nelle case, chi buttasse là una parola del pericolo, chi motivasse peste, veniva accolto con beffe incredule, con disprezzo iracondo».

Nel romanzo troviamo anche la necessità di trovare un paziente zero: «Il Tadino e il Ripamonti vollero notare il nome di chi ce la portò il primo, e altre circostanze della persona e del caso» possiamo leggere. L’autore ricorda che «nasce una non so quale curiosità di conoscere que’ primi e pochi nomi che poterono essere notati e conservati». Dopo di che, non appena ci si convince che il problema è reale, scatta un secondo meccanismo: trovare una categoria sulla quale far ricadere la colpa di quanto avvenuto. Ne I promessi sposi questa categoria era quella dell’untore: «Contro di essi» leggiamo sul sito della Treccani, «si scatenò spesso l’ira popolare, e si dette anche corso a persecuzioni giudiziarie». Gli untori nell’Italia di oggi non sono persone che impiastrano i muri con sostanze appiccicose e unte. Sono, invece, quanti e quante decidono di uscire di casa.

E oggi, come nella Milano della peste, le persone affacciate ai balconi o connesse ai social sul proprio monitor del computer osservano attente per scoprire chi “infrange la legge”, con tanto di delazioni e fotografie e pubblicate su Facebook, per consegnare alla gogna pubblica il colpevole di turno: «Gli animi, sempre più amareggiati dalla presenza de’ mali» leggiamo nel XXXII capitolo, questa volta, e «irritati dall’insistenza del pericolo, abbracciavano più volentieri quella credenza: ché la collera aspira a punire: […] le piace più d’attribuire i mali a una perversità umana, contro cui possa far le sue vendette, che di riconoscerli da una causa, con la quale non ci sia altro da fare che rassegnarsi». E quindi: «Con una tal persuasione che ci fossero untori, se ne doveva scoprire, quasi infallibilmente: tutti gli occhi stavano all’erta». La parola che oggi sembra aver sostituito “untore”, con tanto di trasmigrazione di significato, è quella di runner. Coloro che vanno a fare attività fisica all’aperto. E, più in generale, chi non sta a casa.

Uscire all’aperto per fare attività fisica è qualcosa che i decreti attualmente in vigore permettono (sebbene alcuni enti locali hanno già avviato delle restrizioni). Si legge, infatti, sul sito del Ministero dell’Interno alla voce “Spostamenti”: «L’attività motoria all’aperto è consentita purché non in gruppo. Sono sempre vietati gli assembramenti». Mi rendo conto che, nel momento in cui scrivo – giovedì 19 marzo, ore 13:21 – questa possibilità è messa in discussione. Ancora in troppi non si rendono conto della differenza tra poter usufruire di una libertà e abusarne. E, come avviene spesso, il rischio è quello che la venga tolta a chiunque. Eppure fare attività fisica è, per ora, permesso. Da soli e mantenendo le distanze di sicurezza.

È una questione di salute, anche mentale. Non tutte le persone vivono in appartamenti grandi. Non tutte le persone hanno un balcone o un terrazzo fiorito, dove prendere il sole. Molte persone hanno bisogno di un momento all’aria aperta – e parlo di chi si comporta con senso di responsabilità – per ragioni di equilibrio psico-fisico. E la salute mentale è salute. Tutto questo per dire, anche, che andrebbe tenuta ben presente una differenza tra chi si avvale di tale possibilità seguendo le regole e chi ne abusa. Gridare, indistintamente, assassino a chiunque (come Paola, magari, che va a lavoro perché deve) è un modo come un altro di avvelenare il clima sociale. E ciò non è salutare.

Non sono l’unico che si interroga sull’enormità di questo atteggiamento collettivo, per cui il runner – novello untore – o chi va fuori casa, per svariati motivi, è visto come un criminale da additare e punire, senza se e senza ma. «Siamo sicuri davvero» si interroga Giulio Cavalli su Left «che sia scoppiato tutto questo enorme improvviso senso civico e invece non covi da qualche parte, sotto la brace, l’ansia di potere dare una faccia e un nome a un colpevole qualsiasi per avere la soddisfazione di odiare e di sentirsi assolti come serenamente e quotidianamente avveniva prima del Coronavirus? Chiedo, eh».

Silvia Kuna Ballerosul suo blog, scrive parole più che condivisibili. Riporto uno stralcio: «Chi crede seriamente che prendere una boccata d’aria per strada in sicurezza sia una grave violazione del senso civico sta sostenendo un pensiero non molto diverso dalla superstizione. Sta negando la possibilità, vivaddio data al cittadino, di valutare le circostanze per agire in modo responsabile gestendo i margini di libertà che gli sono dati (il che non vuol dire aggirare la legge, dato che è proprio la legge che fornisce questi margini)». Insomma, torna il discorso sulla differenza tra atteggiamento responsabile e abuso.

Atteniamoci dunque sempre alle disposizioni in vigore – con le eventuali ed ulteriori restrizioni del caso – e cerchiamo di non essere noi stessi/e, in buona sostanza, il veicolo di un altro tipo di virus: quello dell’odio. Di chi ha bisogno di un capro espiatorio che prima era il migrante che viene a mettere a repentaglio la nostra civiltà, poi è il cinese che viene a contagiarci e adesso è chiunque esca di casa, atto fisico che sarebbe sufficiente ad uccidere chicchessia e a vanificare il lavoro del personale delle professioni sanitarie. Il virus non è un uccello che vola via dal nostro corpo nel momento in cui lasciamo le nostre dimore per aggredire persone tanto ignare quanto più meritevoli, per il solo fatto di rimanere chiuse nei propri appartamenti.

Il virus è qualcosa che viene trasmesso anche a causa di comportamenti irresponsabili. Cerchiamo di valutare, dunque, quei singoli comportamenti. E, quando non abbiamo gli strumenti per valutarli, cerchiamo di rimanere in silenzio. Sempre preferibile, quando non si hanno validi argomenti per suffragare le proprie ipotesi. O il rischio è quello di gridare all’untore. Con tutto ciò che ne consegue, con il suo carico di violenza e irrazionalità. Lo ha già scritto Manzoni, nelle pagine del suo romanzo. Sarebbe il caso di andare a rileggerlo.

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