Come cambia il medio orienteIl coronavirus segna la fine del regime teocratico iraniano?

L’epidemia arriva in un momento molto difficile per l’Iran, guidato da un governo indebolito dalla crisi economica, dalle sanzioni americane, e dalla perdita di una figura centrale come Qasem Soleimani, ucciso dagli Stati Uniti lo scorso gennaio

(AFP PHOTO / HO / IRANIAN PRESIDENCY)

Con oltre 2.750 morti e quasi 41.500 contagi registrati dalle autorità, l’Iran è uno dei paesi al mondo più colpiti dalla diffusione del coronavirus. È la nazione con i numeri più alti in medio oriente, e apparentemente il focolaio da cui hanno avuto origine altri casi nella regione.

Benché il presidente Hassan Rouhani abbia annunciato sabato che le infrastrutture sanitarie nazionali sono solide e pronte ad affrontare l’emergenza e abbia promesso uno stanziamento del 20 per cento del bilancio per gestire la crisi, l’impressione è che i leader della Repubblica islamica siano in affanno. 

Non mancano le critiche, da cui il presidente si è difeso domenica, parlando di “guerra politica” e spiegando a una riunione di gabinetto che la gestione iraniana dell’epidemia è “accettabile” se paragonata ad altri paesi. Le autorità intimano da giorni alla popolazione di rimanere a casa in isolamento, hanno chiuso scuole e università, ma non hanno imposto un vero e proprio lockdown. Rouhani ha parlato della necessità di difendere la salute della popolazione ma anche un’economia già provata.

In Iran la politica interna, la geopolitica, le tensioni economiche e sociali che da mesi attraversano il paese rendono l’allerta ancora più acuta. A complicare la situazione c’è la diffusa sfiducia in un regime che fatica di conseguenza a imporre misure di isolamento. Nei mesi che hanno preceduto la pandemia di Covid-19, l’Iran è stato palcoscenico di capillari proteste contro il governo, contro la corruzione delle élite politico-religiose, contro l’incapacità delle autorità di gestire una profonda crisi economica, esacerbata dal ritorno nel 2018 delle sanzioni americane. 

Durante l’ultima ondata di manifestazioni, a novembre, le Guardie rivoluzionarie, o pasdaran, le milizie fedeli alla Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, hanno represso il dissenso con la forza. Le autorità non sono state trasparenti sul numero delle vittime degli scontri: oltre 300 per Amnesty International, forse più di mille per il Dipartimento di Stato americano. 

E la popolazione non ha dimenticato come il regime a gennaio, dopo l’uccisione da parte dell’America del generale Qasem Soleimani, abbia cercato di nascondere per tre giorni il suo coinvolgimento nell’abbattimento per errore di un Boeing 737 dell’Ukrainian Airlines, decollato dall’aeroporto di Teheran e con a bordo 176 passeggeri.

Non sorprende che ci sia oggi scetticismo sui numeri ufficiali e sulla risposta delle autorità da parte della società iraniana, di altri governi, vicini e lontani, degli organi internazionali. Un funzionario dell’Organizzazione mondiale della sanità, quando il 16 marzo il regime registrava 853 morti, ha sollevato la possibilità che le vittime per Covid-19 fossero allora cinque volte tanto. 

Tra i contagiati ci sono decine di deputati e uomini politici, funzionari, il vice presidente Eshaq Jahangiri, mentre un consigliere di Khamenei è morto. Immagini satellitari della compagnia privata Maxar Technologies, pubblicate dal Washington Post qualche settimana fa, mostrerebbero scavi nel cimitero di Qom — primo focolaio del virus nel paese — che farebbero pensare a fosse comuni.

Alla mancanza di trasparenza sui numeri si è aggiunta fin dall’inizio una reazione confusa da parte della autorità. Quando si cominciavano a contare i primi contagi, la compagnia aerea legata ai Guardiani della Rivoluzione, Mahan Air, non ha cancellato o diminuito la frequenza dei voli diretti verso la Cina, 55 soltanto nel mese di febbraio. Per l’Iran, sempre più isolato politicamente ed economicamente dal 2018 a causa delle sanzioni americane, i rapporti commerciali con Pechino sono di vitale importanza. 

Il governo è poi stato accusato di aver nascosto la gravità dell’epidemia e l’estensione dei contagi per evitare, il 21 febbraio, che l’affluenza alle elezioni parlamentari potesse compromettere il risultato per le forze conservatrici. Le direttive delle istituzioni sulle chiusure sono state disordinate, soprattutto con l’avvicinarsi a metà marzo della celebrazione del nuovo anno persiano, Nowruz: la festività coincide con ritrovi familiari e spostamenti della popolazione. 

E quando con ritardo e dopo settimane di esitazione il regime ha intimato la chiusura degli affollati luoghi sacri sciiti, a Qom centinaia di fedeli sostenuti da imam e uomini di religione conservatori hanno fatto irruzione nel santuario di Fatima Masumeh.

A peggiorare una situazione complessa ci sono le sanzioni che gravano sulla già provata economia nazionale. Il presidente americano Donald Trump ha annunciato nel 2018 che l’America si sarebbe ritirata dall’accordo sul nucleare firmato con Teheran nel 2015 dal suo predecessore e da una parte della comunità internazionale. 

Da allora, Washington ha reimposto misure stringenti, da cui sono esclusi aiuti umanitari, medicine e forniture sanitarie. Tuttavia, i leader iraniani accusano gli Stati Uniti di impedire al paese l’accesso ai farmaci. Per la Repubblica islamica acquistare materiale medico sul mercato internazionale resta complicato a causa dell’impossibilità di banche e istituti di credito di condurre transazioni con il paese. 

Alla recente offerta degli Stati Uniti di spedire aiuti umanitari per sostenere il governo nella lotta contro il virus, l’ayatollah Khamenei ha risposto negativamente, facendo ricorso alle teorie del complotto, e suggerendo in diretta televisiva la possibilità che l’America abbia «costruito» il virus «usando i dati genetici degli iraniani». «Probabilmente la vostra medicina è una maniera per diffondere il virus», ha detto.

Le sanzioni colpiscono anche un altro settore vitale per l’economia iraniana, quello del greggio, già indebolito dal crollo sotto i 25 dollari del prezzo al barile. Oltre a ostacolare l’accesso ai mercati internazionali dell’Iran, le misure bloccano infatti la vendita di petrolio. È in mezzo a queste difficoltà che le autorità iraniane hanno chiesto al Fondo monetario internazionale un prestito da 4,6 miliardi di euro per far fronte a un’emergenza sanitaria sempre più acuta che minaccia la salute di migliaia di cittadini e potrebbe avere conseguenze profonde per il regime.

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