Grande Fratello Tracciare i contagiati funziona, ma in Italia sarebbe legale?

Il metodo utilizzato in Corea del Sud è molto invasivo, riduce la privacy dei cittadini e rischia di esporre in pubblico dati sensibili

A man wearing a face mask walks past mirrors set up at a subway station in Seoul on March 12, 2020. - South Korea reported fewer than 120 new coronavirus cases on March 12, but authorities warned that a new cluster in Seoul could see the infection spread in the capital. (Photo by Jung Yeon-je / AFP)

Testa, traccia, cura. È lo slogan del modello utilizzato dalla Corea del Sud per contenere la diffusione del coronavirus. Un modello seducente, che ha consentito al paese asiatico di avere un tasso di mortalità bassissimo e di evitare il lockdown totale. A corto di idee per superare la situazione emergenziale nel paese, il governo italiano sta pensando di importare la strategia di Seul: la notizia viene data sabato scorso dal consigliere del ministero della Salute, Walter Ricciardi, ordinario di igiene alla Cattolica e membro del consiglio esecutivo dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Parlando con Repubblica, Ricciardi spiega che il governo italiano è pronto a seguire il modello sudcoreano, e sono già previste riunioni operative per capire in che modo attuarlo. La volontà del ministero della Salute è stata poi confermata da Jacopo Iacoboni in un articolo sulla Stampa, dove è stata annunciata anche una prima videoconferenza, lunedì mattina, per discutere della strategia da mettere in campo tra ministero della Salute e ministero dell’Innovazione. Per rendere efficace un’operazione del genere sono necessarie due condizioni al momento non presenti in Italia su tutto il territorio nazionale: la capacità di effettuare tamponi anche alle persone con sintomi lievi o con nessun sintomo ma venute a contatto con infetti e un numero relativamente basso di contagi. L’emergenza non durerà poche settimane, e quindi è possibile che le due condizioni si riuniscano in futuro.

Il modello della Corea del Sud

Per riuscire a contenere la malattia, Seul ha lanciato una massiccia campagna di tamponi, più di 300mila, processati rapidamente e accessibili a chiunque avesse sintomi anche lievi, una rigorosa quarantena per gli infetti, e una grande attenzione alle catene di contagio. Soprattutto, la Corea del Sud è stata in grado di limitare la diffusione della malattia grazie al tracciamento della popolazione. Le persone contagiate vengono infatti monitorate per ricostruire i movimenti effettuati negli ultimi giorni e gli eventuali incontri che possono aver causato la trasmissione del virus. La legge coreana consente all’autorità sanitaria di accedere ai dati delle telecamere di sorveglianza, a quelli di tracciamento tramite GPS da telefoni e automobili, e alle transazioni con carta di credito.

La collaborazione tra cittadini e governo è incoraggiata: ogni contagiato può scaricare un’app apposita per facilitare il tracciamento e per rispondere alle domande delle autorità, che riescono in questo modo ad avere un’idea abbastanza precisa della situazione e nel caso verificare la veridicità delle informazioni, grazie ai dati disponibili. Giorgio Ventre, professore di ingegneria informatica all’Università Federico II di Napoli, spiega a Linkiesta che l’Italia ha la capacità di analizzare tutte queste informazioni: «Non è un problema tecnologico, la nostra amministrazione è in grado di raccogliere questo tipo di informazioni e di analizzarle. Certo, bisogna investire sul personale e sull’infrastruttura, ma l’operazione è fattibile. Il problema è politico: il governo deve riuscire a convincere i cittadini che il tracciamento non è un’imposizione, ma uno strumento di protezione. Se i cittadini prestano il proprio consenso il vantaggio è molto grande: lentamente l’epidemia si arresta». 

Le violazioni alla privacy

Tuttavia questo non risolve tre violazioni, una sicura, due potenziali. In primo luogo, in Corea del Sud i cittadini infetti possono dare volontariamente informazioni sui propri spostamenti al governo. Se però le informazioni sono imprecise o false, le autorità possono ricostruire in ogni caso i percorsi del contagiato attraverso i dati incrociati di telecamere, sistemi di geolocalizzazione, transazioni con carta di credito. In secondo luogo, una volta tracciati, i cittadini perdono potenzialmente il controllo delle informazioni che li riguardano: il governo pubblica, in forma anonima, i loro spostamenti, in modo tale da consentire a chiunque di sapere se ha avuto contatti con persone contagiate.

Questi dati possono essere aggregati anche da sviluppatori privati, che  li rendono più precisi e ordinati: in Corea del Sud è accaduto che alcuni individui siano stati riconosciuti, come scrive il Washington Post: «C’è la possibilità che le vite personali dei pazienti vengano rivelate, anche se i nomi dei protagonisti degli spostamenti non sono pubblici. Nella città di Daejong, più di un milione di telefoni ha ricevuto un sms con un’allerta su una persona infetta che aveva visitato il “Magic Coin Karaoke a Jayang-dong a mezzanotte del 20 febbraio”. Il diario digitale delle persone infette è cresciuto piano piano, fino a comprendere ogni tipologia di luogo: bar, karaoke e hotel a ore. Una donna, che chiede di essere identificata con un nome di fantasia per garantire la sua privacy, ha detto di aver smesso di andare in un bar popolare tra le donne omosessuali: “Se inavvertitamente contraessi il virus, l’informazione sarebbe rilasciata a tutto il paese”».

La situazione non è pericolosa soltanto per la privacy dei contagiati, che potrebbero essere tutelati tramite un meccanismo severo di anonimato e un’autorizzazione preventiva da concedere alle autorità. Pone problemi anche per chi contagiato non è ancora, e verrebbe a sua volta monitorato: per rendere il processo di tracciamento realmente efficace, i dati degli spostamenti dei contagiati non sarebbero soltanto pubblicati online in un sito apposito, ma anche inviati via sms ai cittadini che possono aver incrociato un infetto. Supponiamo che una persona che poi si rivelerà infetta entri in un cinema il 23 marzo alle 20. Grazie al tracciamento a ritroso, le autorità ne saranno a conoscenza. L’ambiente è chiuso, il contagio degli altri spettatori altamente probabile. Come posso identificarli e poi avvertirli? Anche in questo caso, in teoria, incrociando i dati disponibili grazie alle transazioni con le carte di credito di chi ha comprato i biglietti, le informazioni postate sui social network attraverso i servizi di geolocalizzazione, e così via. I cento spettatori riceverebbero quindi l’informazione via sms, ma potrebbero riceverlo anche altre persone che abitano nei dintorni (in Corea alcuni messaggi vengono spediti a centinaia di migliaia di persone).

È possibile importare il modello in Italia ?

Sarebbero tutelati gli individui dal punto di vista della salute, perché potrebbero tenere sotto controllo la malattia, sarebbe garantito il diritto alla salute pubblica, perché le autorità potrebbero tracciare le attività dei nuovi contagiati e bloccare così la catena di contagio. La privacy, tuttavia, subirebbe una grossa compressione: sarebbe ammissibile nell’ordinamento italiano? 

«La questione è dibattuta – dice Pietro Falletta, professore di diritto dell’Informazione all’Università Luiss di Roma – ma bisogna anche contestualizzare il momento in cui le limitazioni alla privacy vengono decise. Oggi, in Italia, in nome della salute pubblica abbiamo già ampiamente derogato alla libertà di circolazione, riunione, associazione. Non vedo perché la privacy dovrebbe essere trattata diversamente. Il punto da tenere presente, qualora il governo e il legislatore decidessero di intervenire, è la proporzionalità: il trattamento dei dati ottenuti e il pregiudizio causato all’individuo sono proporzionali con il raggiungimento dell’obiettivo? Se la risposta è affermativa, e in questo caso è molto probabile che lo sia, allora è difficile affermare che il diritto alla privacy prevalga».

È di questo avviso anche Antonello Soro, il Garante per la protezione dei dati personali, intervenuto in questi giorni proprio per esprimere la posizione della sua autorità indipendente: «Non esistono preclusioni assolute nei confronti di determinate misure in quanto tali. Vanno studiate, però, molto attentamente le modalità più opportune e proporzionate alle esigenze di prevenzione, senza cedere alla tentazione della scorciatoia tecnologica solo perché apparentemente più comoda, ma valutando attentamente benefici e costi, anche in termini di sacrifici imposti alle nostre libertà».

Il dibattito esiste anche sulla tipologia di diritto che rappresenta la privacy. È un diritto “nuovo”, non previsto dalla maggior parte delle costituzioni europee e formato lentamente negli ultimi anni a causa della pervasività delle tecnologie che possono violare la sfera personale degli individui. Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) emanato dall’Unione europea nel 2016, ha compiuto grandi passi in avanti per la tutela di questa libertà individuale. Che tuttavia non è assoluta.

Edoardo Raffiotta, docente di diritto costituzionale all’Università di Bologna, spiega a Linkiesta che non esistono diritti illimitati: «Prendiamo l’articolo 16 della Costituzione che enuncia la libertà di circolazione, in queste settimane fortemente limitata. Esso prevede che lo sia, e lo prevede espressamente: la legge può stabilire delle compressioni per tutelare la salute o la sicurezza. I diritti sono sempre bilanciati. L’articolo 16 è un caso facile, se vogliamo: diritto e limite sono espressi, il legislatore ha già una traccia su cui muoversi. Per la privacy è diverso, il diritto non è previsto espressamente, ma c’è un aggancio, che è l’articolo 2 della Costituzione, che non prevede altresì limiti espressi. Questo che significa? Che è un diritto illimitabile oppure può esserlo a discrezione del legislatore, visto che la Costituzione non ci dice niente? Per rispondere a queste domande bisogna tener presente che diritti senza limiti non esistono: viviamo uno stato di emergenza assoluto ed esteso a tutto il territorio nazionale con il rischio di arrivare a decine di migliaia di morti, forse centinaia. Il limite, in questo caso, esiste».

I problemi politici e giuridici in Italia

Secondo alcuni le considerazioni di ordine giuridico non sono sufficienti. Quando si decide di limitare in questo modo le libertà fondamentali è impossibile prescindere da una valutazione sull’operato del governo in carica. Secondo Bruno Botti, avvocato penalista al foro di Napoli, l’esecutivo non ha mostrato negli ultimi anni una forte coscienza garantista in questo senso: «Il punto vero è capire che garanzie abbiamo sul ripristino della situazione precedente. Chi decide quando finisce l’emergenza? È possibile che l’epidemia duri a lungo, o che si ripresenti. Purtroppo non stiamo parlando di misure da adottare per un paio di settimane, ma di un altro scenario. Il governo in carica può essere considerato affidabile? Ho i miei dubbi: ciò che è stato fatto con il sistema di intercettazione Trojan costituisce un precedente molto chiaro per valutarne l’operato. Grazie al decreto intercettazioni approvato quest’anno dal ministro Bonafede, la magistratura inquirente può intercettare, per reati come terrorismo o per reati contro la pubblica amministrazione, tutte le conversazioni dell’indagato attraverso un malware che rende lo smartphone un captatore totale. Chi è indagato può essere ascoltato in qualunque ora del giorno e della notte. Si uniformano in questo modo la sfera privata e la sfera dove potenzialmente i reati possono essere commessi. In più, le conversazioni così ottenute possono essere utilizzate anche per provare reati che invece non consentirebbero intercettazioni di questo tipo. Trovo legittimo sollevare più di qualche dubbio sulla capacità di interventi proporzionati in tema di privacy». 

Marco Mancarella, professore di Informatica giuridica all’Università del Salento, pone l’accento proprio sulle modalità con cui verrebbe data la possibilità al governo di maneggiare dati molto sensibili: «La norma deve essere chiara, precisa e deve prevedere tempi molto stringenti: non sarebbe ammissibile, per esempio, che i dati acquisiti sulle posizioni dei cittadini fossero poi conservati per lungo tempo. Non sarebbe utile e sarebbe rischioso. C’è poi il tema della situazione emergenziale in cui ci troviamo: chi scrive la norma? Il governo con un decreto legge preparato in pochi giorni come accaduto finora? È chiaro che non sarebbe accettabile. Infine, non bisognerebbe sottovalutare l’aspetto di sicurezza informatica: tutti questi dati dove vengono immagazzinati e analizzati? Su quale macchina virtuale? La mette a disposizione la Protezione civile? Il garante della privacy? La Guardia di finanza nucleo speciale privacy di Roma? Non tutte queste istituzioni che ho elencato possiedono l’infrastruttura adeguata, né l’esperienza di maneggiarla qualora venisse messa a disposizione».

Per provare a capire concretamente come il governo intende adattare l’esperienza sudcoreana al nostro ordinamento Linkiesta ha contattato il ministero della Salute e il professor Walter Ricciardi, consulente del governo in questa emergenza e primo ad annunciare la volontà di seguire l’esempio di Seul.  Nessuno dei due ha per ora risposto alle nostre domande. Lunedì sera, la ministra dell’Innovazione Paola Pisano ha pubblicato una “call for action” per «aziende, università, enti e centri di ricerca pubblici e privati, associazioni, cooperative, consorzi, fondazioni e istituti che, attraverso le proprie tecnologie, possono fornire un contributo nell’ambito dei dispositivi per la prevenzione, la diagnostica e il monitoraggio per il contenimento e il contrasto del diffondersi del Coronavirus (SARS-CoV-2) sull’intero territorio nazionale». Il progetto è condotto insieme al Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli, al Ministro dell’Università e Ricerca Gaetano Manfredi, e al Commissario Straordinario per l’emergenza Coronavirus Domenico Arcuri. Il ministro della Salute, Roberto Speranza, non compare.

Sabato mattina, Ricciardi aveva spiegato a Repubblica che il governo è «pronto a partire, perché dal punto di vista tecnologico abbiamo tutto ciò che occorre, a cominciare dagli operatori del settore (compagnie telefoniche, banche, ecc.) che ci hanno offerto il massimo della collaborazione». Possibile, anche se le prime indicazioni dalle grandi compagnie digitali dicono il contrario. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, è stato chiaro: «Non avrebbe senso condividere i dati delle persone senza il loro consenso. Quindi penso che probabilmente risponderei di no se un governo dovesse chiedermi l’accesso diretto ai dati degli utenti per combattere l’epidemia di coronavirus».

Di questo non è convinto nemmeno il professor Raffiotta: «Abbiamo detto che in teoria le limitazioni alla privacy sono possibili. Ma in pratica? Immaginiamo che il legislatore preveda una normativa ben fatta, con tutti i crismi, il bilanciamento delle tutele e raccolga così anche il consenso delle forze politiche. Manca un pezzo: il consenso delle piattaforme private che sono in possesso di questi dati. Non si tratta di disporre l’intercettazione telefonica di un individuo che si presume stia commettendo un reato, né di rintracciare un latitante. È un altro caso di specie, sono dati sensibili di persone che non hanno fatto altro che trovarsi nel posto sbagliato a loro insaputa: dare accesso a queste informazioni potrebbe causare un grande danno reputazionale per le compagnie digitali, i consumatori non si fiderebbero più, e quindi molto probabilmente queste negherebbero l’accesso ai dati. Convincerle non è scontato, e il governo non potrebbe concedersi il lusso di un lungo contenzioso in materia».

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