Darwinismo all’ingrossoRiusciranno i grandi magazzini a salvarsi dal virus?

I centri commerciali e i department store rischiano di fallire, sopratutto negli Stati Uniti. Una crisi contingente senza eguali che rischia di avere effetti anche dopo. Colpite anche le aziende del fast fashion europeo, come Zara, H&M e Primark

La società internazionale di consulenza McKinsey & Company l’ha definito «darwinismo all’ingrosso». Più risolutive invece sono state le giornaliste Sapna Maheshwari e Vanessa Friedman nel loro articolo sul New York Times intitolato “La morte del grande magazzino”.

Il senso per entrambi è comunque il solito: i grandi magazzini e i centri commerciali rischiano di fallire. Basti pensare che le vendite di abbigliamento e accessori sono diminuite di oltre la metà a marzo, una tendenza che dovrebbe peggiorare per il mese aprile.

Un shock che un settore già costretto nella normalità ad affrontare grandi spese forse non riuscirà ad attutire. I primi segnali arrivano proprio dalla patria dei grandi magazzini: gli Stati Uniti. Secondo il New York Times «l’intero team esecutivo di Lord & Taylor (la più antica catena di grandi magazzini di lusso degli Stati Uniti ndr) è stato licenziato questo mese. Nordstrom ha annullato gli ordini e rimandato il pagamento ai suoi venditori. Il gruppo Neiman Marcus, il più scintillante delle catene di grandi magazzini americani, dovrebbe dichiarare fallimento nei prossimi giorni».

Neiman Marcus ha un enorme debito (circa 4,8 miliardi di dollari) e un portafoglio di affitti molto costosi. Alla fine di marzo, Neiman ha smesso di accettare nuovi prodotti e ha lasciato a casa gran parte dei suoi circa 14.000 dipendenti.

A questo scenario si aggiungono anche i dati di GlobalData Retail: il Covid-19 ha costretto alla chiusura 190.000 negozi negli Usa, pari a quasi il 50 per cento del totale. Fitch ha tagliato il rating dei retailer Dillard’s, JCPenny, Kohl’s, Levi Strauss, Macy’s, Nordstrom, Signet e Tapestry (che controlla Coach, Kate Spade e Stuart Weitzman), stimando un calo dei ricavi del 90 per cento e vendite a una sola cifra fino a tutto il 2021.

A livello europeo e nazionale, quella che più si avvicina alla situazione dei grandi magazzini, per caratteristiche e modello di business, è il fast fashion: ovvero Zara, H&M e Primark.

Mentre la Rinascente è l’unica al momento ad aver elaborato un piano per la ripartenza in sicurezza dei negozi, H&M, per esempio, con più del 60 per cento dei punti vendita chiusi nel mondo, ha già registrato un calo del 46 per cento nei ricavi. Zara sta valutando l’interruzione dei contratti, inclusi quelli di locazione. E Primark, il colosso irlandese della moda low cost, di proprietà dell’Associated British Foods (che ha licenziato 68mila dipendenti in tutta Europa), ha bloccato tutti i futuri ordini.

Mossa, condivisa anche negli Stati Uniti, che potrebbe inoltre far collassare l’intera linea di produzione di scarpe, vestiti e accessori nelle fabbriche cinesi e nei paesi emergenti asiatici. Facendo rischiare anche i proprietari delle fabbriche di tessuti e di vestiti la bancarotta, oltre a mettere a repentaglio gli stipendi di milioni di lavoratori.

Tornando in America, invece, le catene di grandi magazzini rappresentano circa il 30 percento della metratura totale dei centri commerciali del Paese, di cui il 10 percento proviene da Sears e JC Penney. È anche vero che già da prima della pandemia, si legge nell’articolo, i report analitici prevedevano che circa la metà dei grandi magazzini e centri commerciali avrebbe chiuso nel giro di cinque anni.

E poco importa «se hanno lavorato per trasformarsi in e-commerce con app, siti Web e scambi in-store, in quanto l’epidemia ha messo a nudo la dipendenza dei grandi magazzini dai loro avamposti fisici». «Il 30 marzo Macy ha dichiarato di aver perso la maggior parte delle vendite dopo aver chiuso i negozi per quasi due settimane.

E il rapporto sulle vendite al dettaglio del dipartimento del commercio di marzo – continua l’articolo -, pubblicato la scorsa settimana, è stato disastroso. I numeri complessivi delle vendite per questo aprile dovrebbero essere anche peggiori, dato che alcuni negozi sono stati aperti per almeno una parte di marzo».

In Italia il 75 per cento degli acquirenti che ha acquistato da siti di e-commerce non lo aveva mai fatto prima. Si tratta di nuovi clienti rubati allo store fisico che difficilmente torneranno a fare shopping di persona tanto presto.

Mentre negli Stati Uniti, anche Le Tote, la società di abbigliamento che ha acquisito Lord & Taylor lo scorso anno da Hudson’s Bay, ha dichiarato in una nota del 2 aprile che l’intero team esecutivo della catena, incluso l’amministratore delegato, sono stati licenziati.

Diversa invece la posizione di Macy’s, che possiede anche Bloomingdale, meno incline a dichiarare la bancarotta. «Macy’s ha esteso il pagamento di beni e servizi a 120 giorni da 60 giorni e, secondo Reuters, ha assunto i banchieri di Lazard (una delle banche d’affari più attive nella consulenza alle imprese per le operazioni di fusione e acquisizione ndr)».

In America, nel 1999 i Mall avevano guadagni per 230 miliardi di dollari; nel 2016 questa cifra è scesa a 155,5 miliardi. Gli esperti, circa un anno fa, prevedevano che entro il 2023 chiuderanno 1000 centri commerciali e la loro quota nella vendita di abbigliamento sarebbe precipitata del 66 per cento.

Un cartella clinica aggravata dalla pandemia, che, si legge sul New York Times, ha toccato «perfino Nordstrom, ampiamente considerato il grande magazzino più sano in termini economici».

C’è anche chi vede questo momento come uno spartiacque storico e sociale. Oliver Chen, analista di Cowen, ha per esempio «affermato che tale situazione potrebbe accelerare in alcune aree la divisione in atto tra i centri commerciali di alto livello e i centri commerciali di seconda o terza scelta».

Mentre per James Van Horn, un partner di Barnes & Thornburg, dovremmo aspettarci che molte «altre catene potrebbero impiegare strategicamente le riorganizzazioni con il Chapter 11 (una norma della legge fallimentare statunitense che consente alle imprese una ristrutturazione a seguito di un grave dissesto finanziario) per liberare legalmente i negozi, alleggerendo il loro carico di affitto».

Sarà probabilmente un domino che cade, conclude l’articolo del Times, e che si tratti del primo o del decimo tassello non possiamo saperlo.

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