Ripensare gli spaziCome cambieranno gli uffici nella fase due (e forse per sempre)

Architetti e designer progettano le aziende della post pandemia. Serviranno pareti mobili, porte automatiche e aria condizionata spenta. Intanto molte società spostano i dipendenti nei coworking

L’ufficio “Six Feet” proposto da Cushman & Wakefield

Chi tornerà in ufficio entro l’estate potrebbe essere costretto a rinunciare all’aria condizionata: l’Istituto superiore di sanità ha fatto sapere che alcuni impianti, se non puliti regolarmente, potrebbero aumentare il rischio di contagio. Ma negli uffici post-Covid19 non sarà solo la temperatura a cambiare.

In base alle indicazioni contenute nel documento tecnico dell’Inail in mano alla task force di Vittorio Colao, le scrivanie dovranno essere distanziate, le sale conferenze dovranno avere meno postazioni, nelle aree comuni si entrerà a turno. Sarà obbligatoria la ventilazione continua e la sanificazione di sedie e tavoli. E gli spostamenti all’interno dell’azienda dovranno essere limitati.

In attesa della ripartenza, le aziende si stanno attrezzando. E architetti e designer sono alle prese con la riorganizzare degli spazi di lavoro. «Con il crash del coronavirus abbiamo capito definitivamente che l’uomo è al centro dei luoghi di lavoro e gli spazi devono adattarsi», spiega l’architetto Gianluigi Giammetta, alla guida con il fratello Marco dello studio Giammetta Architects.

Le distanze da mantenere richiederanno maggiore spazio. Sale riunioni e spazi inutilizzati potranno essere sfruttati per posizionare le scrivanie. Mentre negli ambienti dove più addetti lavorano contemporanemente, serviranno pannelli separatori anti-contagio tra le scrivanie. «In questi giorni», conferma Giammetta, «ci vengono richieste strutture di protezione, come le barriere in plexiglass, ma removibili, in modo che quando l’emergenza sarà finita potranno essere rimosse».

Tra le scrivanie bisognerà mantenere uno spazio minimo di circa due metri. Gli open space dovranno essere ampliati o contenere un numero minore di postazioni. Ci saranno pareti da buttare giù e altre da costruire. «Dobbiamo ormai immaginare spazi che avranno la capacità di cambiare ed essere adattabili alle situazioni di emergenza, in grado di reagire immediatamente alla presenza di nuovo nemico invisibile», spiega l’architetto. «Ecco perché servono pareti manovrabili e trasformabili, con spazi che si possono chiudere e aprire, facilmente modificabili a seconda che sia richiesto l’isolamento in stanze singole o uffici ampi e aperti».

Nei progetti in preparazione, si stanno riducendo al minimo le porte con le maniglie, sostituite da porte automatiche per evitare i contatti. Ipotizzando anche l’introduzione di assistenti vocali e intelligenza artificiale, in modo da ridurre al massimo il passaggio di germi su pulsanti e tastiere. «Il rischio di contaminazione nei posti di lavoro ci sta spingendo alla ricerca di nuove tecnologie che permettano di evitare i contatti con le mani», spiega Giammetta. «Quello che avevamo cominciato a pensare prima del Covid-19 adesso avrà un’accelerazione fortissima».

Ma non tutti torneranno dietro la scrivania. Almeno non subito. Molte aziende – soprattutto nella fase iniziale – lasceranno in smart working parte dei lavoratori, come raccomandano i consulenti del governo. Qualche impresa, in un momento di difficoltà economica, potrebbe addirittura tagliare del tutto il costo della sede. Ma secondo un sondaggio della americana Gartner, il 5% dei lavoratori resterà a lavorare a distanza in maniera definitiva.

«Questo non significa però che servirà meno spazio», dice Giammetta. Anzi. Se dopo la crisi finanziaria le aziende hanno risparmiato sugli affitti delle sedi riducendo le metrature, ora l’obbligo di distanziamento impone la necessità di spazi più ampi. «Servono superfici più grandi per svolgere le stesse attività con meno persone», spiega Giammetta.

Una conference room che normalmente conteneva dieci persone oggi sarà adatta per cinque. Una stanza con due scrivanie potrà averne solo una. I grandi tavoli unici, dove si lavorava fianco a fianco, dovranno essere ridisegnati per garantire il distanziamento.

E in entrata e uscita dovranno essere immaginati veri e propri percorsi guidati per evitare ogni affollamento. La società immobiliare americana Cushman & Wakefield sta già proponendo ad esempio il modello del “six feet office”, ovvero l’ufficio che garantisce la distanza di sei piedi richiesta negli Stati Uniti (pari a poco meno di due metri), con il tragitto da seguire segnalato dall’entrata fino alla propria postazione.

Ma inevitabilmente una soluzione per prevenire il contagio sarà scaglionare l’ingresso negli uffici. Le aziende delle filiere essenziali o quelle che hanno già riaperto si sono riorganizzate con turnazioni spalmate su orari più lunghi. L’alternativa è di mixare lo smart working con la presenza fisica in azienda, spostandosi nella sede di lavoro solo per specifiche attività. «Dobbiamo immaginare postazioni di lavoro nomadi, secondo la logica che si segue nelle scuole americane: cambi postazione a seconda delle attività che devi svolgere», dice Giammetta. «Il nuovo lavoratore inizia la mattina magari da casa, si sposta in ufficio per una riunione, e poi cerca uno spazio in città per proseguire la giornata lavorativa».

La grande domanda, ora, è se l’obbligo di distanziamento sociale, la paura del contagio e l’abitudine al lavoro da casa decreteranno la fine del business dei coworking che si sono diffusi in tutta Italia. «In questi giorni di emergenza qualcuno ha annullato l’abbonamento, ma stiamo assistendo a un fenomeno in controtendenza», racconta Lorenzo Maternini, vice president Global Sales & Country Manager di Talent Garden Italia, una delle maggiori società di coworking in Italia. «Da 15 giorni circa riceviamo richieste di grandi aziende che chiedono spazi per i propri dipendenti». Un modo per cercare all’esterno lo spazio richiesto dal distanziamento sociale, ma anche per prendere tempo mentre si fanno i lavori necessari nelle sedi.

Si tratta di «aziende che hanno uffici di rappresentanza e hanno bisogno di avere uno spazio di lavoro flessibile», spiega Maternini, oppure di «aziende che hanno uffici non adatti alle nuove regole di distanziamento sociale e così non devono pensare a riorganizzare gli spazi». O anche brand «che dopo l’emergenza hanno scelto di lasciare alcuni lavoratori in smart working e per evitare l’isolamento totale scelgono di alternare il lavoro da remoto con il coworking».

Ma il coworking che conosciamo dovrà necessariamente cambiare per sopravvivere. Laddove a vincerla erano la condivisione e le aree comuni, la regola ora dovrà essere il distanziamento sociale, la sanificazione continua delle postazioni e delle aree condivise. WeWork è al lavoro per garantire negli spazi in sharing la distanza richiesta. E lo stesso sta facendo Talent Garden.

«Il nostro team di designer è al lavoro per ridisegnare gli spazi», spiega Maternini. «Grazie alle pareti flessibili delle nostre sedi, stiamo allargando gli open space riposizionando le scrivanie a distanza e occupando anche lo spazio che prima era dedicato agli eventi». Le sale comuni e aree relax saranno ristrette e limitate a poche persone alla volta. Al bar e all’area di ristorazione si potrà accedere solo con un sistema di prenotazione.

Ma andranno comunque regolate le entrate: «Non si potrà entrare tutti insieme, per questo stiamo strutturando una programmazione per fasce orarie». Scommettendo sul fatto che anche nell’era post-Covid ci sarà sempre bisogno di lavorare insieme, anche fisicamente, e di incontrarsi. Seppure meno di prima.

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