Giovanna BotteriIn Cina si preparano già ad affrontare una seconda ondata di contagi

La corrispondente della Rai a Pechino: «Tenere ancora chiuse le scuole e riaprirle a scaglioni permetterà a loro di spostare il picco della seconda ondata da agosto a ottobre e renderlo più gestibile per il sistema sanitario nazionale»

NOEL CELIS / AFP

In Rai dal 1985 la sua esperienza giornalistica è stata soprattutto caratterizzata e plasmata dall’incarico di inviata speciale, nelle cui vesti ha seguito i principali conflitti che hanno insanguinato il pianeta tra il 1990 e i primi anni del 2000. Bosnia ed Erzegovina, Algeria, Sudafrica, Iran, Albania, Kosovo, Afghanistan e Iraq, dove ha filmato in esclusiva mondiale l’inizio dei bombardamenti su Baghdad e l’arrivo dei carri armati statunitensi nel marzo-aprile del 2003. Nel 2006 è stata in Siria per seguire gli inizi della rivolta anti-Assad. Ma il nome di Giovanna Botteri resta legato anche ai precedenti servizi sul G8 di Genova e, in particolare, all’incarico di corrispondente dagli Stati Uniti, dove è rimasta 12 anni fino al 1° agosto 2019 quando viene trasferita a Pechino. C’è chi ha parlato di allontanamento per la sua linea anti-Trump da parte della Rai “sovranista” di Foa. Ma, se così fosse, sarebbero stati fatti i conti senza l’oste perché con lo scoppio dell’epidemia da Covid-19 Botteri ha assunto un ruolo chiave nell’informazione italiana su quella che è diventata una crisi sanitaria mondiale.

Dopo oltre due mesi la Cina torna lentamente alla normalità. Qual è il suo bilancio dagli inizi dell’epidemia a oggi?
L’inizio è stato clamoroso con la quarantena di sessanta milioni di persone in tutta la provincia di Hubei, il 23 gennaio. Insieme è iniziata una quarantena in tutto il Paese. La Cina si è fermata: scuole chiuse, uffici chiusi, fabbriche chiuse, mezzi pubblici deserti, strade deserte, gente chiusa in casa. Quando i decessi hanno iniziato a calare e le guarigioni ad aumentare sempre più, c’è stato un allentamento progressivo e incredibilmente lento. Ma era già passato un mese e mezzo. Adesso l’Hubei si è aperto e da ieri a Wuhan i centri commerciali sono tornati accessibili. Ma il tutto con la massima prudenza e l’osservanza delle misure di sicurezza. Anche a Pechino, dove i mezzi hanno ripreso a circolare da circa due settimane, la gente preferisce viaggiare con la propria macchina. Il traffico è ripreso ma non ha nulla a che vedere con quello precedente veramente allucinante. Anche i ristoranti sono nuovamente aperti ma capita, per chi ci va, di mangiare da solo perché deserti o comunque ognuno a un tavolo. 

E le persone in strada come si comportano?
Le persone usano costantemente la mascherina. Se incroci qualcuno, ci si scosta e viene sempre osservata la distanza del metro e mezzo o, meglio ancora, di due metri. Negli ascensori sono state segnate delle delimitazioni a terra per cui ognuno occupa il proprio riquadro. Si può essere al massimo in quattro, per non toccarsi. I tasti sono coperti da plastica e vengono premuti con il guanto o con della carta se non li si ha. 

Che cosa si sta facendo a livello di ricerca su trattamenti e vaccino per il Covid-19?
La Cina ha un livello di ricerca molto avanzato. Ci sono almeno otto realtà a livello di università, laboratori e industria farmaceutica, che stanno lavorando su progetti diversi. Cioè sia su antivirali sia su trattamenti sia sul vaccino. Vengono percorse diverse strade. Avendo avuto il tragico vantaggio di affrontare per primi l’epidemia, hanno potuto anche iniziare a lavorare prima sulla base di dati che nessuno aveva. E si è anche in fase avanzata. La sperimentazione del vaccino, ad esempio, è già arrivata alla quarta settimana con 108 volontari. C’è poi una collaborazione con istituti di ricerca e università di altri Paesi come l’Italia (penso, ad, esempio, a quella di Napoli) e gli Stati Uniti. Insomma, in uno spirito di piena intesa, perché è chiaro a tutti che la situazione è così drammatica da poter terminare solo con la vaccinazione. In Cina, fra l’altro, si dà un grande interesse allo studio dell’immunità, perché a Wuhan e in Hubei ci sono casi di negativi che sono tornati positivi. 

In alcuni servizi lei ha parlato di seconda ondata dell’epidemia in autunno. Lo stesso virologo Roberto Burioni, ospite il 29 marzo a Che tempo che fa, l’ha detto in termini di alta probabilità. Dobbiamo dunque prepararci?
Sì. Ci sarà una seconda ondata, motivata da una cosa semplicissima: che il vaccino non c’è. Il virus continua a girare perché la gente continua a girare. Fra l’altro Singapore, Hong Kong e Corea del Sud stanno già vivendo la seconda ondata col risultato che sono tornati a chiudere i confini. La Cina, in questo momento, è chiusa: nessuno può entrarvi. Gli stranieri non possono entrare e anche i cinesi, che sono fuori per svariati motivi, sono pregati caldamente di restare nei Paesi dove si trovano. All’interno stesso della Cina, chi si mette in viaggio deve sottoporsi, al rientro, a due settimane di quarantena. C’è poi l’aspetto importante della chiusura delle scuole, su cui Lancet ha condotto una ricerca di grande importanza. Per un Paese come la Cina i bambini, i ragazzi e i giovani sono la priorità: sono il futuro su cui investire. Sono quelli che vedranno il riscatto finale della Cina, il superamento degli Stati Uniti. Sono il bene più prezioso. Il fatto che le scuole non siano state riaperte è un segnale importante, perché mette in luce che non si vuole rischiare nel perdere quella generazione. Il tenere ancora chiuse le scuole e riaprirle a scaglioni permetterà alla Cina, come messo in luce dall’inchiesta di Lancet, di spostare il più possibile il picco della seconda ondata da agosto a ottobre e, quindi, renderlo più gestibile per il sistema sanitario nazionale.

Come osservatrice “privilegiata” di una crisi sanitaria, oramai mondiale, come giudica le misure messe in campo dal nostro Governo per contenere la diffusione epidemiologica in Italia?
La mia è una sensazione che non riguarda solo l’Italia. Quella del Covid-19 è come l’ondata dello tsunami annunciata mentre si è in spiaggia. C’è il sole, non c’è vento e si sta benissimo. Come credere che possa arrivare lo tsunami? Il problema sta tutto qui: che nessuno crede che l’onda arrivi. Ma l’onda è là e, quando arriva, è ormai troppo tardi. Quando il Governo cinese ha disposto la quarantena di sessanta milioni di persone il 23 gennaio, tutti hanno pensato che l’epidemia sarebbe rimasta in Cina. Perché, si diceva, i cinesi mangiano i pipistrelli vivi e, quindi, sarebbe rimasta un fenomeno locale. Ognuno ha pensato che non sarebbe arrivata, che se la sarebbe cavata. Se si rileggono le prime dichiarazioni di virologi, scienziati, esperti, politici a fine gennaio, si noterà che sono sempre le stesse: «Tranquilli, niente panico. Non esageriamo». Quello è stato il periodo in cui si è parlato di raffreddore più pericoloso del coronavirus, di mascherine inutili, di asintomatici non sempre contagiosi. E quando è successo all’Italia, è scattato, al di fuori del nostro Paese, lo stesso meccanismo. Per cui gli altri hanno pensato: i cinesi mangiano pipistrelli vivi, gli italiani mangiamo le pizze “catarrose”. Sono dei meccanismi mentali che ti impediscono di fare quello che invece si dovrebbe: utilizzare cioè quel tempo per prepararsi. Mi viene in mente un articolo del Washington Post del 30 marzo, in cui si dice che, quando sarà passata la crisi e si avrà tempo di condurre una valutazione serena, la cosa più grave che emergerà sarà l’aver sostenuto ovunque che le mascherine non servono. Sì, grave, perché la mascherina avrebbe impedito a tutti gli asintomatici e a quelli che sono malati senza saperlo di essere causa di migliaia di contagi.

Andiamo agli Stati Uniti, attualmente primo Paese al mondo per numero di contagi. Che ne pensa di come Trump sta affrontando l’emergenza epidemica?
Credo che Trump stia facendo gli stessi errori che hanno fatto altri prima di lui. Penso a Boris Johnson, ad esempio, che aveva detto, alcune settimane fa, d’iniziare a salutare i propri cari. Peccato che adesso sia lui a casa col coronavirus. Ho l’impressione che alla base di dichiarazioni e prese di posizione di questi politici, che non sanno assolutamente niente dell’argomento, ci sia stato un errore dei vari Istituti Superiori di Sanità e gruppo di scienziati di riferimento. Tali esperti hanno cioè applicato le loro conoscenze sui coronavirus al Covid-19. È come il modello Ebola, quando si diceva che il virus avrebbe sterminato gli africani, non avendo essi strutture sanitarie e condizioni igieniche adeguate, e non sarebbe mai arrivato al di fuori. Io all’epoca ero negli Stati Uniti. Ricordo che ci fu una pressione straordinaria nei confronti dell’allora amministrazione Obama, che mise in campo una serie di strumenti di prevenzione, di organizzazione, di cura a livello martellante. E poi gli Stati Uniti, nell’attuale emergenza, stanno anche pagando le conseguenze dei tagli ai costi della sanità, effettuati da Trump. In ogni caso, come dicevo, certe uscite del presidente sono da comprendersi nell’ottica di quello che gli hanno detto i suoi esperti. Rassicurazioni del tipo: Non ti preoccupare, col caldo passa tutto. A Pasqua farai la caccia alle uova insieme con Melania e il bambino.

Le modalità governative di gestione della crisi sanitaria pongono il problema, soprattutto in alcuni Paesi, della tenuta della democrazia. Qual è il suo parere?
Ho un punto di vista molto particolare. Sta venendo adesso fuori la polemica di quanti morti e contagi ci siano stati effettivamente. Il problema è che di fronte alla pandemia attuale un Paese è come in guerra. È molto difficile, quando c’è una minaccia così forte e così alta, combinare una difesa che sia efficace e il rispetto dei diritti, delle libertà e della privacy. È una battaglia che si gioca, a mio parere, sulla responsabilizzazione delle persone: più le persone sono responsabili e più riescono a mantenere la propria libertà. Meno lo sono e più spingono per un intervento autoritario. Si tratta indubbiamente di tema molto importante e delicato, oggetto di dibattito alto, che sarà necessario affrontare. Ma non credo che sia questo il momento di farlo.

Giovanna, per concludere. In Italia lei è diventata una figura di culto per come fa informazione. Ma anche per un look essenziale, apparentemente dimesso. Si moltiplicano inoltre fan club sui social. Che ne pensa?
Sono lontana. Non so nulla di quello che mi dici. Ho però notato che tante persone hanno iniziato a scrivermi chiedendomi pareri: «Dottoressa, lei che cosa ne pensa?». E io rispondo: «Guarda, che sono dottoressa in filosofia». Non so. Credo che questo sia un momento terribile. Io ho fatto l’inviata di guerra e, anche per questo, uso le metafore belliche in riferimento all’epidemia. In periodo di guerra non ci si può permettere tutta una serie di cose. Casca tutta la sovrastruttura, casca tutto il superfluo. Non hai più bisogno di tutto ciò. Anzi, è doloroso, perché ti fa ricordare quello che non hai più, quello che hai perso. Resta quindi soltanto l’essenziale. Siamo in un periodo di grande confusione e difficoltà. Improvvisamente te ne rendi conto e ti riappropri di una serie di cose essenziali. E l’essenziale è che ognuno faccia il proprio mestiere. I medici e gli infermieri stanno diventando eroi, perché improvvisamente scopri che il loro è un mestiere in cui si rischia la vita per salvarla agli altri. E il giornalista torna a fare il giornalista: cerca di raccontare quello che sa, che vede, che segue, che indaga a persone che sono lontane dal posto dove lui è. Si torna dunque all’essenzialità di chi siamo e di quello che si deve fare. Tutto il resto push it, non interessa a nessuno. Di come hai i capelli o se metti la stessa maglia: ma chi se ne frega.

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