Caccia al tesoro La guerra delle proposte economiche per salvare l’eurozona dal virus

Commissari europei, ministri, economisti e politici intasano da giorni le prime pagine dei giornali con lettere, editoriali e appelli per dare la loro ricetta magica

PHILIPPE HUGUEN / AFP

In Europa è iniziata una nuova caccia al tesoro per trovare i finanziamenti che salveranno l’economia dell’eurozona dall’impatto del coronavirus. Commissari europei, ministri, economisti e politici intasano da giorni le prime pagine dei giornali con lettere e appelli per proporre la loro ricetta magica. Mes, coronabond, fondi ad hoc. Tante idee per mettere pressione e indirizzare dalla propria parte la decisione dell’Eurogruppo che oggi alle 15.00 si riunisce per decidere quali strumenti usare contro la recessione. In teoria, perché l’organo che riunisce i 19 ministri dell’Economia dei Paesi con l’euro potrebbe decidere di non decidere e rilanciare la palla al Consiglio europeo che si riunirà la prossima settimana. È difficile che l’Eurogruppo possa trovare l’unanimità sulla misura da prendere ma potrebbe svolgere un lavoro prezioso: fare una sintesi degli strumenti da adottare e offrire ai 27 leader Ue una cassetta degli attrezzi da cui poter scegliere l’arnese migliore. O gli arnesi. 

La base da cui partiranno le trattive è l’accordo di venerdì tra Francia e Germania in cui si mettono sul tavolo tre pilastri per ripartire: l’azione del Meccanismo europeo di stabilità a cui gli Stati potranno accedere con condizioni poco stringenti riguardo a riforme e tagli alla spesa pubblica da adottare, l’uso della Banca europea degli investimenti per fornire garanzie alle imprese e il fondo europeo Sure da 100 miliardi di euro di prestiti (da impiegare e restituire in modo preciso) per sostenere misure anti disoccupazione degli Stati nazionali, come la Cassa integrazione in Italia. Lo schema Mes-Bei-Sure non basta all’Italia. «Mes no, eurobond sì. Siamo dalla parte giusta della storia», ha dichiarato lunedì il presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

I commissari europei, Paolo Gentiloni (Economia) e Thierry Breton (Mercato interno) hanno proposto un quarto pilastro. In una lettera pubblicata domenica dal Corriere della Sera e dal Frankfurter Allgemeine Zeitung, uno dei più importanti giornali tedeschi, hanno lanciato l’idea di creare un Fondo europeo ad hoc per emettere obbligazioni a lungo termine.«Il piano tedesco di ulteriori emissioni per 356 miliardi di euro votato dal Bundestag rappresenta il 10% del suo Prodotto interno lordo», scrivono i due commissari. «Se dovessimo assumere per ipotesi questa percentuale del 10% per l’Unione europea, le necessità di finanziamento complementari potrebbero situarsi in una dotazione da 1.500 a 1.600 miliardi di euro da iniettare direttamente nell’economia».

Gentiloni e Breton propongono di dare a questo strumento non convenzionale una governance e di circoscrivere i finanziamenti agli investimenti comuni di rilancio industriale. Un modo agile in attesa dell’aumento del bilancio comunitario invocato da Ursula Von der Leyen, ma che sarà difficile attuare in poco tempo. Il tema è delicato e la stessa presidente della Commissione europea Ursula von de Leyen ha ricordato che si tratta di un’iniziativa personale dei due commissari. 

Così com’è personale l’iniziativa dei ministri degli Esteri e delle Finanze tedeschi Heiko Maas e Olaf Scholz, intervenuti nel dibattito europeo proponendo un intervento del Mes, ma «senza troika e austerità». In una lettera inviata a La Stampa, Les Echos (Francia), El Paìs (Spagna), Ta Nea (Grecia) e Publico (Portogallo) i due ministri assicurano che «i mezzi finanziari non devono essere vincolati a condizioni inutili che equivarrebbero a una ricaduta nella politica dell’austerità del periodo successivo alla crisi finanziaria e che porterebbero a una disparità di trattamento di singoli Stati membri». Per l’Italia dal Mes arriverebbero 39 miliardi di euro, una cifra che però potrebbe non bastare per rilanciare un’economia già depressa prima della crisi del coronavirus. 

«Non ci servono troika, controllori, una commissione che sviluppi programmi di riforma per un Paese, bensì aiuti veloci e mirati. Esattamente questo è quanto il Mes può offrire se lo adeguiamo in modo ragionevole». spiegano  Maas e Scholz, ma c’è chi non si accontenta. «Se la Germania non vuole i coronabond, facciamoli senza la Germania» ha proposto Pascal Lamy, ex direttore generale dell’Organizzazione mondiale del commercio dal 2005 al 2013 e ora presidente emerito dell’Istituo Jacques Delors, in un’intervista a Le Figaro

Carlo Calenda è stato il capofila dell’appello alla solidarietà della Germania, firmato da sindaci (Beppe Sala, Giorgio Gori, e governatori italiani (Stefano Bonacini, Giovanni Toti) di centrosinistra e centrodestra, pubblicato sul FAZ. L’ex ministro dello Sviluppo economico ed europarlamentare spiega a Linkiesta la sua proposta: «L’Europa dovrebbe emettere delle obbligazioni comuni, chiamiamoli eurobond per semplificare, per fare essa stessa degli interventi. Una sorta di Piano Marshall, come l’ha chiamato Gentiloni. Così la Commissione europea offrirebbe un programma di garanzie per le aziende uguale per tutti, evitando di spacchettare gli interventi in diverse iniziative degli Stati membri. «Se non lo faremo ci sarà disparità nella capacità di risposta. Paesi con economie forti e solide come Francia e Germania, saranno in grado di aiutare meglio i loro disoccupati, partite Iva e imprese. Se non ci sarà una reazione europea valida per tutti. Alla fine di questo periodo di crisi, Parigi e Berlino saranno molto più forti e noi molto più deboli». 

Lunedì, duecento scienziati e studiosi hanno scritto di tutta Europa hanno scritto una lettera aperta ad Angela Merkel per chiederle di sostenere gli eurobond. «Sehr geehrte Frau Kanzlerin (cara cancelliera) European Bonds, collegati a questa emergenza ma con un significato storico più ampio, sono la necessaria garanzia a completamento degli sforzi compiuti dalla Banca Centrale Europea e dai singoli stati», si legge nell’appello firmato anche dal Segretario Generale dela confederazione dei sindacati europei Luca Visentini, il premio Nobel per la chimica John Polanyi, il direttore Generale dell’Agenzia Atomica Internazionale Hans Blix. «Cento anni or sono, le nazioni europee non seguirono i consigli di John Maynard Keynes e di altri pensatori ed economisti, determinando conseguenze catastrofiche. Non possiamo commettere oggi lo stesso tipo di errori. Le chiediamo di guidare il Consiglio d’Europa, offrendo al mondo la prova che gli Europei sanno affrontare uniti questa crisi e che sono in grado di fare tutto il necessario».

Angela Merkel è considerata la maestra del temporeggiamento, usato spesso come arma politica per ottengrere accordi più vantaggiosi e com’era prevedibile non ha risposto alla lettera né aperto ai coronabond. Ma lunedì durante una conferenza stampa ha dato un’apertura nel voler risolvere la crisi:  «L’Unione europea, sta affrontando il suo più grande test dalla sua fondazione. Tutti sono ugualmente colpiti, quindi deve essere nell’interesse di tutti che l’Europa emerga più forte da questo test». 

Il ministro dell’Economia francese, Bruno Le Maire ha colto l’apertura di Merkel per rilanciare la proposta Gentiloni-Breton in chiave francese: un fondo di solidarietà a termine che valga il 3% del Prodotto interno lordo dell’area euro. «Spero domani di trovare una porta aperta», ha avvertito in vista dell’Eurogruppo. Il rischio è che la porta sia girevole e sia rinviato tutto alla prossima settimana. Ancora una volta. 

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