Nato per servireCosa fanno gli eserciti europei per aiutare i cittadini nell’emergenza

In Italia pattugliano le strade, mentre i medici in divisa aiutano i colleghi in camice. In Germania aiutano a fare i tamponi e in Francia servono nella costruzione degli ospedali da campo

Afp

«Siamo in guerra» è la metafora più inflazionata di queste settimane. La dicono i dottori, la ripetono i politici, la pensa la gente costretta a stare a casa. Non sembra così esagerata, se leggiamo il bilancio delle vittime nei focolai lombardi. O se ripensiamo alla processione di camion dell’esercito che, una sera di metà marzo, trasporta fuori da Bergamo le bare perché il cimitero della città non fa in tempo a seppellirle. Per compiti simili, ma non solo, in tutta Europa sono state mobilitate le forze armate.

Un quadro sintetico delle operazioni militari lo ha redatto il Parlamento Europeo, attraverso il suo dipartimento di ricerca, l’Eprs. Il report sottolinea come, dal 2016, nella strategia globale dell’Ue figurasse l’impegno a migliorare prevenzione e risposte a eventuali pandemie. Addestrati per le emergenze, i soldati hanno imbracciato guanti e disinfettante. I rinforzi alla società civile spaziano dalla sanità all’assistenza umanitaria. 

 

Ha segnato la via l’Italia, a lungo il Paese più colpito dal virus dopo la Cina, poi sorpassata (stando ai numeri del regime, probabilmente corretti al ribasso). I militari dell’operazione Strade sicure sono stati schierati di nuovo per disinfettare gli spazi pubblici e controllare il rispetto delle restrizioni. Medici in divisa hanno raggiunto i colleghi in camice negli ospedali vicini al collasso del Nord Italia. Da qui l’Aviazione ha trasferito i pazienti presi in cura – e quindi salvati – da altre nazioni, in particolare la Germania, per alleggerire la pressione. Come avevano rimpatriato i connazionali bloccati all’estero, le ambulanze del cielo stanno riportando a casa i primi guariti. 

 

Altri malati sono stati imbarcati direttamente dalla Luftwaffe tedesca. I militari di Berlino sono quelli che, dati alla mano, si sono spesi di più per gli alleati europei. Hanno accolto la maggior parte delle richieste di soccorso, mentre in patria la Bundeswehr dedicava 15 mila effettivi alla campagna per testare su larga scala la popolazione. I tamponi di massa sono ritenuti parte del successo della strategia federale nel contenere l’epidemia. 

 

Come avvenuto da noi, le forze armate francesi hanno costruito ospedali da campo. Per esempio, hanno messo in piedi trenta letti per la terapia intensiva nella regione più straziata dal Covid-19, il Grand Est. Nel frattempo, la marina salpava per portare assistenza sanitaria nei territori d’oltremare, retaggio dell’epoca coloniale con propaggini quasi in tutti i continenti e gli oceani. 

 

La Spagna è il Paese europeo che ha dispiegato più forze: un totale di 57 mila unità, contro le 32 mila della Germania e le 15 mila della Francia; l’Italia (con 7 mila) è dietro Romania e Polonia. I fornitori del ministero della Difesa iberico ora producono dispositivi di protezione o ventilatori polmonari, le industrie riconvertono la stampa in 3D. Disinfettare infrastrutture e case di riposo è la missione delle truppe, che organizzano anche le banche del cibo per consegnare viveri e medicinali ai bisognosi. 

 

Se il Belgio ha guidato varie evacuazioni dall’Africa, la Finlandia è stata fra i primi ad affidare all’esercito la salvaguardia del lockdown e dell’ordine pubblico. In Ungheria le sentinelle piantonano 140 stabilimenti ritenuti strategici, mentre i soldati romeni consegnano derrate alimentari ai cittadini bloccati in quarantena. Gli specialisti polacchi, invece, puntellano il fronte interno con il supporto psicologico. Al Nord, hanno intensificato la collaborazione sulle misure di sicurezza Norvegia, Danimarca, Svezia, Islanda e Finlandia. 

 

Ha messo in comune la flotta lo European Air Transport Command, che riunisce sette Stati fra cui l’Italia. A oggi, ha operato più di 65 missioni, per un totale di 700 ore di volo. Cifre che si traducono nel rimpatrio di 1200 cittadini europei e cento tonnellate di materiale sanitario, cruciale nelle settimane più drammatiche. Nel Regno Unito in uscita dall’Ue, la British Army è in prima linea nei test e sta richiamando i riservisti; 750 mila inglesi si sono messi a disposizione come volontari. 

In piena guerra contro il nemico invisibile, non si sono allentate le vecchie tensioni internazionali. «Il Covid-19 non ucciderà la geopolitica — mette nero su bianco il briefing dell’Europarlamento —. Se il contesto geopolitico pre-coronavirus era poco amichevole nei confronti dell’Ue, potrebbe peggiorare in seguito alla pandemia». C’è l’intelligence, che deve diserbare le menzogne iniettate sul web dai nemici dell’Europa unita. Fake news la cui trama sotterranea riconduce a Mosca e Pechino. Ma ci sono pure i bombardieri russi che si spingono più a Sud. 

Le operazioni all’estero continueranno, anche se a ranghi ridotti. Verrà sospeso l’addestramento non essenziale, come ha detto l’Alto rappresentante Josep Borrell il 6 aprile. In Palestina, la missione Ue ha donato un sistema per rilevare la febbre; in Mali e in Ucraina ha contribuito a formare il personale locale. Infine, la Nato ha garantito una cabina di regia per facilitare accordi bilaterali e coordinare la logistica, dirottando aiuti verso l’Eurozona da oltreoceano e facilitando il supporto reciproco fra i trenta Stati membri.  

 

 

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