Avvertimenti ignoratiPerché non siamo stati pronti ad affrontare il coronavirus?

Previsioni scientifiche ed eventi catastrofici molto simili all’attuale emergenza sanitaria ci hanno avvisato dell’arrivo del Covid-19. Perché non abbiamo fatto nulla per farci trovare pronti?

PATRICK BAZ / AFP

Catastrofi come il coronavirus sono prevedibili. È questo il giudizio che molte autorità, politiche e scientifiche, hanno condiviso in passato tramite studi e ricerche. Quindi perché non ci siamo preparati al Covid-19? A questa domanda risponde Tim Harford, economista, in un editoriale pubblicato dal  Financial Times: «Perché non ci prepariamo alle catastrofi».

Harford elenca le dinamiche di uno dei più violenti fenomeni catastrofici della storia, per il quale si potevano prevedere arrivo ed effetti, l’uragano Katrina abbattutosi sulla città di New Orleans nel 2005. Non era un fenomeno sorprendente sia per la morfologia del territorio sia per le avvisaglie che l’uragano Ivan aveva dato nel 2004.

Prima lo Houston Chronicle, che preannunciò che circa 250 mila persone sarebbero rimaste bloccate se un uragano avesse colpito la città, poi il National Geographic, che descrisse in modo vivido uno scenario in cui sarebbero potute annegare 50 mila persone.

Nel settembre 2004 New Orleans fu risparmiata dall’uragano Ivan, che aveva fornito alla città e alla nazione un avvertimento. Undici mesi dopo l’uragano Katrina affogò la città e molte centinaia di residenti.

Contesto diverso ma dinamiche simili hanno caratterizzato l’avvento del coronavirus. «Nel 2003, la Harvard Business Review ha pubblicato un articolo intitolato “Sorprese prevedibili: i disastri in arrivo che avresti dovuto vedere”. Gli autori, Max Bazerman e Michael Watkins, entrambi professori di business school, hanno successivamente pubblicato un libro dallo stesso titolo. Per Watkins, la pandemia di coronavirus è l’ultima sorpresa prevedibile» si legge nell’articolo.

È poi la volta di Bill Gates. Nel 2015 il fondatore della Microsoft Corporation ha tenuto un discorso TED intitolato “La prossima epidemia? Non siamo pronti”, descrivendo con numeri e scenari quello che a grandi linee sta accadendo oggi con il Covid-19.

Anche l’Organizzazione mondiale della sanità e la Banca mondiale lanciarono tempo l’allarme in un rapporto che dettava le cifre dell’impatto, sia in termini di vite umane sia per l’economia mondiale, di una pandemia come quella del coronavirus.

Accanto a questo si sono poi succeduti avvertimenti più diretti. «Sars nel 2003; due pericolose epidemie di influenza, H5N1 nel 2006 e H1N1 nel 2009; Ebola nel 2013 e Mers nel 2015» scrive Harford.  «È comprensibile una mancanza di medici, infermieri e letti d’ospedale per far fronte a una pandemia: in quanto i medici di scorta sono costosi.

È meno chiaro invece il motivo per cui abbiamo così poche maschere, siamo così impreparati a svolgere test diffusi e non abbiamo fatto di più per sviluppare vaccini contro il coronavirus dopo l’epidemia di Sars del 2003, che ha comportato un ceppo correlato all’attuale epidemia. Siamo stati avvertiti, sia dagli esperti che dalla realtà. Eppure, sulla maggior parte dei fronti, siamo stati ancora colti impreparati. Perché?»

La risposta del singolo individuo, si legge, può derivare da cosiddetto panico negativo. Ovvero l’inazione che ci ha spinto a non spaventarci finché il fenomeno non è diventato inarrestabile, colpendo dal nostro vicino di casa al cittadino a migliaia di chilometri.

Questo fattore, secondo Harford, si è unito a un’innata tendenza all’ottimismo. «Gli psicologi sanno da mezzo secolo che le persone tendono a essere irragionevolmente ottimisti circa le loro possibilità di essere vittime di un crimine, un incidente d’auto o una malattia […] La ricerca di Robert Meyer, esposta in The Ostrich Paradox, mostra l’effetto in atto mentre l’uragano Sandy incombeva nel 2012. Scoprì che gli abitanti delle coste erano ben consapevoli dei rischi della tempesta; si aspettavano un danno ancora maggiore rispetto ai meteorologi professionisti. Ma erano rilassati, sicuri che sarebbero state altre persone a soffrire».

Così è successo con il Covid-19. Anche se sapevamo che milioni di persone avrebbero preso questa malattia, il nostro istinto, contro ogni logica, ci ha spinto a pensare che non saremmo state fra quelle.

In Italia questo si è tradotto con: «Quello che succede in Cina è molto lontano, non può effettivamente accadere qui». Un errore comune, che porta il giornalista a descrivere una altra motivazione del perché non siamo stati pronti: cioè la miopia esponenziale.

«Abbiamo preso spunti compiacenti l’uno dall’altro, piuttosto che comprendere la logica dei rapporti tra Cina e Italia; abbiamo mantenuto un ottimismo solare per cui, indipendentemente da quanto le cose fossero andate male, saremmo personalmente sfuggiti al danno; non siamo riusciti a capire cosa significhi veramente un’epidemia in crescita esponenziale; e il nostro pio desiderio ci ha spinti a cercare ragioni per ignorare il pericolo» continua Harford.

Tuttavia, il vero fallimento è quello dei nostri leader. Anche se alcuni di noi avessero preso coscienza di quello che stava per accadere, cosa avrebbero potuto fare realmente? «Mentre i politici hanno accesso ai migliori consigli, potrebbero non sentirsi obbligati a prendere sul serio gli esperti. Le persone potenti, dopo tutto, si sentono al riparo da molte preoccupazioni quotidiane» dice Harford.

Detto questo, anche i problemi prevedibili possono essere intrinsecamente difficili da preparare. Una pandemia, ad esempio, è prevedibile solo a grandi linee. I dettagli sono inconoscibili. È anche vero però che il «Covid-19 è causato da un coronavirus, un parente della varietà Sars-Cov dell’epidemia del 2003. Alcune delle implicazioni sono le stesse» aggiunge il giornalista.

E proprio per tale motivo che avremmo dovuto accumulare dispositivi di protezione individuale e potenziare i sistemi sanitari nazionali. Anche se questo avrebbe implicato costi che sanità come quella inglese e italiana non possono minimamente permettersi. Per Harford questo è forse il punto debole più evidente delle società moderne: «Aver accumulato riserve nel settore bancario dopo la crisi finanziaria, ma non aver prestato attenzione alla capacità di riserva in sanità, produzione di vaccini e assistenza sociale».

Il giornalista britannico puntualizza inoltre come il coronavirus, allo stesso modo dell’uragano Katrina per New Orleans, non può essere l’ultimo evento di tali dimensioni. «Poiché il Covid-19 si è diffuso molto più velocemente dell’HIV ed è più pericoloso dell’influenza, è facile immaginare che questo sia la più grave forma possibile. Non lo è. Forse questa pandemia, come la crisi finanziaria, è una sfida che dovrebbe farci riflettere lateralmente. O forse la minaccia è davvero una sorpresa perfettamente prevedibile: un altro virus, proprio come questo, ma peggio. E se invece di vedere la Sars come avvertimento per il Covid-19, dovremmo vedere il Covid-19 stesso come avvertimento? La prossima volta saremo meglio preparati?»

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta