Ernesto BurgioL’Italia ha agito in ritardo e ha sottovalutato il virus: prima di maggio non si può ripartire

Secondo lo scienziato, nel nostro Paese fin dall’inizio ci sono state inerzia e sottovalutazione da parte di tutti: politici e tecnici. Per la fase 2 si deve aspettare ancora a lungo

MARCO BERTORELLO / AFP
MARCO BERTORELLO / AFP

Impreparazione, poca lungimiranza, moltissima sottovalutazione. Le responsabilità, sostiene Ernesto Burgio, pediatra e membro del consiglio scientifico dell’European Cancer and Environment Research Institute di Bruxelles, sono diffuse. E le maggiori responsabilità, «prima ancora che dei politici e dei tecnici», sono dei tanti pseudo-esperti che, soprattutto sul web hanno minimizzato e continuano a minimizzare, diffondendo false informazioni nella popolazione. «Del resto, in un Paese non pronto a questo genere di emergenze, è difficile mettere in atto in modo tempestivo una strategia adeguata per una pandemia di questo tipo».

Forse il problema è proprio quello: non eravamo pronti.
L’Italia, come quasi tutti gli altri Paesi europei, era senza dubbio impreparata ad affrontare l’emergenza. Lo era dal punto di vista sanitario e, in un certo senso, anche dal punto di vista psicologico. Oltre a una grave sottovalutazione del fenomeno (che, va detto, si era verificata inizialmente anche in Cina) dopo i primi casi, si è creduto o sperato che l’epidemia fosse più facile da contenere, come era avvenuto nel 2002-2003 ed è emersa una certa difficoltà a organizzare una risposta. In Italia di fronte alle prime misure restrittive, che sono senza dubbio pesanti, non sono mancate le proteste da parte  della società civile e di alcuni intellettuali. Tutte cose che hanno rallentato la comprensione della gravità del fenomeno.

Si sarebbe potuto fare meglio?
Probabilmente sì, ma come? Strategie di sorveglianza attiva, con isolamento immediato dei casi sospetti, come hanno fatto in Corea o a Taiwan sono senza dubbio più efficaci. Ma sarebbe stato possibile farlo in Italia?

Dubito.
C’è stata indubbiamente una certa inerzia e incertezza iniziale. Colpa dell’inesperienza e, forse, anche della speranza che la situazione non fosse drammatica come poi si è visto. Ha pesato anche un condizionamento negativo a livello internazionale.

In che senso?
Negli ultimi anni le istituzioni sanitarie internazionali e in particolare l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono state accusate di lanciare proclami allarmisti, a volte anche con insinuazioni gravi legate alle case farmaceutiche. Questo ha avuto la conseguenza di spingere queste organizzazioni a una grande cautela, per il timore di esagerare e di essere accusate di suscitare timori immotivati.

Adesso però alcuni lo accusano proprio per questo: avrebbe agito con circospezione perché avrebbe rapporti privilegiati con la Cina.
Non è così. La verità, come avevo già accennato, è che anche i cinesi hanno sperato che il virus non fosse così pericoloso. Ci hanno messo più di un mese a capire. Dopo, quando ormai era chiaro, è scattato il lockdown con il fermo di una regione di quasi 60 milioni di abitanti e controlli a tappeto. Anche in Cina, una certa sottovalutazione del problema c’era stata. Ma a partire dal 21 gennaio, dalla diffusione dei dati sul virus, sul numero di contagi e decessi, sulla costruzione di nuovi ospedali dedicati ai soli malati di 2019-CoV tutti avremmo dovuto capire. E invece alcuni hanno persino detto che si trattava di propaganda, che quello che i Cinesi facevano era assurdo. Anzi a dire la verità, alcuni continuano a dirlo.

E l’Italia cosa avrebbe dovuto fare, fin da subito?
Avvertire e mobilitare i servizi sanitari territoriali e tutelare gli ospedali. Ma, anche muovendosi in modo tempestivo, non sarebbe stato facile: forse si sarebbero accusate le autorità di creare il panico, di sprecare denaro pubblico, di danneggiare l’economia. Anche perché, nonostante da 20 anni – dopo gli allarmi SARS e Aviaria (H5N1), ci fossero studi e simulazioni che davano per probabile o addirittura imminente lo scoppio di una pandemia, le istituzioni dei paesi occidentali hanno sottovalutato l’allarme. Per inesperienza, come ho già detto. E forse, nel nostro Paese, anche po’ per quella tendenza tutta italiana di arrivare all’ultimo minuto.

È possibile.
La Germania, in questo senso, ha agito in maniera più attenta: ha diffuso informazioni e dati in modo molto misurato, ha invitato le persone con sintomi sospetti a rimanere a casa e a farsi curare a domicilio, evitando di rendere gli ospedali stessi luoghi di circolazione del virus, ha effettuato un calcolo dei decessi diverso dal nostro, distinguendo i morti “con” dai morti “per” Covid (cosa discutibile, ma che ha certo avuto un diverso impatto mediatico).

Di fronte all’emergenza, Lombardia e Veneto hanno reagito in modo diverso. Perché?
Questo dimostra che in certe situazioni basta un esperto della materia per cambiare il corso delle cose. Il professor Andrea Crisanti, preso atto della pericolosità del virus, ha subito avvertito i suoi colleghi di università e le istituzioni che, per fortuna, lo hanno ascoltato e hanno agito con prontezza. Il focolaio veneto è stato subito circoscritto (e “subito” è la parola più importante), con un utilizzo immediato dei tamponi su tutta la popolazione del primo comune interessato. E poi si è riuscito a contenere almeno in parte l’outbreak iniziale: ad oggi i decessi in Vento sono in tutto 736 con un indice di letalità del 5%. In Piemonte i decessi sono 1378 (e l’indice cresce al 10%) In Emilia Romagna 2234 (quasi 15%). In Lombardia addirittura 9722 (15%)

Come mai in Lombardia il virus ha avuto un impatto simile?
Prima di tutto non si sono adottate immediatamente le misure restrittive e di sorveglianza: si è persa almeno una settimana che è stata fatale. Poi si pagano almeno 20 anni di indebolimento della sanità. Seguendo il modello liberista, si è proceduto con una serie di tagli di posti letto, di reparti fondamentali, di operatori sanitari. Quando è arrivata l’ondata, il sistema si è trovato in enorme difficoltà.

Torniamo ai tamponi. Quale sarebbe a suo avviso la strategia di impiego più corretta?
Il “golden standard” sarebbe: fermare l’epidemia subito, nel territorio e non negli ospedali. Se si utilizzano i tamponi sui casi sospetti iniziali (e non solo e tardivamente sui casi gravi), e sui loro contatti diretti, sui familiari e sui vicini i risultati si ottengono. Certo, ci sono casi più semplici e casi più difficili a seconda del numero di persone che il soggetto frequenta. Ma solo così si può mappare l’estensione del contagio e la permanenza del virus sul territorio. In Veneto sono bastati pochi dati per capire, ad esempio, che il virus era già presente da tempo, forse addirittura da un mese.

Perché non lo si è fatto nelle altre regioni?
È una cosa che richiede preparazione. Un percorso spedito, senza lungaggini. In Corea fanno 20mila tamponi ogni giorno, associandoli a una app di tracciamento. Non è fantascienza. In Italia lo sarebbe stata. Sui ritardi italiani si è detto molto, ma le responsabilità sono diffuse. Non tanto dei politici, ma caso mai di alcuni tecnici, e soprattutto di tutti coloro che sul web continuano a dire che è tutta una montatura, che è un complotto. Sono fake news che influenzano molto persone, disinformano e rendono difficile la collaborazione della società.

Ora però è tardi per applicare questa strategia con i tamponi.
Ormai il tampone viene praticato solo in alcuni casi. Si calcola che ora almeno 700mila persone hanno avuto il contagio ed è probabile che in piccole quantità il virus lo abbiamo incontrato tutti. Per strada, se c’è, è in quantità minime. E secondo me anche nei supermercati. Il virus si prende in luoghi chiusi, come in famiglia, al lavoro e purtroppo in ospedale ed è pericoloso perché a trasmetterlo sono spesso gli asintomatici.

Un virus subdolo.
Più avanti avremo modo di capirlo meglio. Di studiare la carica virale veramente pericolosa. Le caratteristiche dell’immunità individuale e collettiva. Dobbiamo ovviamente sperare in un vaccino.

Ma se è vero che il virus continua a mutare, non c’è il rischio che il vaccino, se mai ci sarà, non sia aggiornato?
È difficile fare previsioni. Con le moderne tecnologie di genetica inversa si può sperare che ci si riesca.

Qualcuno parla di una possibile seconda ondata: arriverà davvero?
Si tratta di una ipotesi. Ma è giusto, in questi casi, come hanno ricordato alcuni economisti, configurare “il peggior scenario possibile”. Per essere pronti a fronteggiarlo. Nel campo delle pandemie il peggiore scenario possibile é la Spagnola del 1918. I primi casi furono a inizio d’anno, probabilmente alcune centinaia di migliaia di morti. Poi il virus è sparito – o almeno sembrava – ed è ritornato in autunno, per dilagare nel mondo provocando, si stima, dai 40 agli 80 milioni di decessi.

E per il coronavirus?
Per quanto concerne la situazione attuale, non vogliamo affermare che è probabile che qualcosa di simile avvenga. Ma dobbiamo a tutti costi prepararci. Perché un’immunità stabile a un virus nuovo non è facilmente raggiungibile. Insomma, non possiamo aspettare con le mani in mano che a settembre, o nei mesi successivi, si verifichino nuovi casi. Dobbiamo preparare l’intero sistema sanitario e soprattutto le protezioni adeguate per gli operatori sanitari.

Il lockdown ha funzionato?
È stato tardivo, ma proprio per questo necessario. Se non si fosse fatto, il numero dei decessi avrebbe continuato a crescere esponenzialmente. Ricordate le affermazioni iniziali, quasi spavalde del premier britannico? Con ogni probabilità era stato mal consigliato e sta pagando in prima persona le conseguenze. In Italia è ancora difficile fare previsione accurate, anche perché alcuni dati sono incerti e parziali. Sembra che ci stiamo avvicinando al plateau, ma prima che veramente si arrivi ad una situazione sufficientemente sicura ci vorrà del tempo.

Quanto?
Almeno un mese ancora, direi, visti i tempi di contagiosità del virus, che sono estesi. Secondo me non si può immaginare di riaprire prima di metà maggio, e poi – questo è importante – andrà fatto in modo graduale. Si dovrà pensare soprattutto alle persone più bisognose di movimento e luce (anziani, bambini, disabili) e fare ripartire le principale aziende, ma con tutte le precauzioni necessarie. Sarà un’estate di gradualità, dovremo prepararci. Forse per noi mediterranei sarà più difficile

In tanti, facendo riflessioni più generali, considerano questa epidemia come una conseguenza delle azioni dell’uomo sull’ambiente.
È noto che l’impatto della nostra presenza sul pianeta non è limitato solo al clima. Ci sono problemi anche in altri settori, come quello della produzione di cibo e degli allevamenti. In questo senso, uno degli aspetti più rischiosi, ma spesso sottovalutato è l’impiego di antibiotici per gli animali. Il rischio di creare sempre più batteri resistenti è molto alto, e potrebbe essere causa di problemi immensi e di altre epidemie. Senza dubbio una riflessione andrà fatta: batteri e virus sono la parte fondamentale della biosfera. Noi, che siamo arrivati ultimi su questo pianeta, stiamo alterando equilibri che hanno milioni di anni: se continuiamo così non possiamo che averne conseguenze sempre più drammatiche.

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