Poi si vedràConte non si prende ancora la responsabilità di dire che la quarantena durerà almeno fino a maggio

Un vertice con il comitato tecnico scientifico e la solita indecisione di una politica che attende indicazioni dagli esperti. Venerdì o sabato, possibile l’ennesimo annuncio di rinvio a dopo la festa dei lavoratori

Palazzo Chigi press office / AFP

Parlerà venerdì o sabato, Giuseppe Conte, per dire al Paese che il lockdown proseguirà fino ai primi di maggio. Lo si era intuito, la preoccupazione è evitare assembramenti per la Festa del Primo maggio: insomma la fase 2 scatterà solo allora, anche se non si sa come. Ma per il momento il governo continua a non parlare trincerandosi dietro lo schermo della cautela, come se gli italiani non avessero imparato a menadito a rispettarla, la cautela, e soprattutto come se non avessero diritto a questo punto a sentirsi dire dal loro presidente del Consiglio cosa e quando potrebbe succedere, più o meno. Quindi non si capisce bene a che cosa sia servita la riunione fra mezzo governo e il comitato tecnico scientifico, a parte l’ovvia descrizione degli ultimi positivi dati che indicano finalmente un qualche consolidamento della curva in discesa. Una riunione informativa. La politica può aspettare.

Giuseppe Conte ha chiesto ai medici di «indicare le regole» – informa un burocratico comunicato di palazzo Chigi – come se fossero loro i politici, gli economisti, i sociologi. Il comitato tecnico scientifico illustra i dati, può avere qualche idea ma non si può pretendere che siano i pur ottimi Locatelli, Brusaferro, Rezza, Bernabei, Ippolito e nemmeno Ricciardi, consulente del ministro Roberto Speranza e buon amico di Carlo Calenda, a indicare tempi e modi della fase 2.

Sono loro stessi a ripetere che la parola finale spetta al “decisore politico” ma intanto il paradosso è che persiste una sovrapposizione di voci (si è visto con il pasticcio comunicativo sulle mascherine) e contemporaneamente un silenzio istituzionale sulle cose “vere”, tipo la data, o le date, dell’exit.  E in ogni caso, a torto o a ragione, la politica “segue” la scienza, non forza, non scommette. Si limita a differire il momento delle scelte.

Il premier, spalleggiato dal ministro Speranza, non intende forzare malgrado la pressione di Italia Viva e l’insofferenza del Partito democratico per la mancanza di un piano, mentre i grillini non hanno una linea precisa (anche se il ministro per lo Sviluppo economico Stefano Patuanelli si rende conto che il sistema produttivo non può rimanere sprangato per molto ancora). Il ministro della Sanità ha predicato cautela e gradualità, «ma le misure adottate funzionano, la direzione è giusta», ha detto in televisione da Giovanni Floris su La7.

La linea di Conte è nota, adagiarsi in uno step by step spostando sempre la “decisione” più in là confidando sul fatto che non ci sono alternative a quello che Palazzo Chigi dice o non dice. In effetti, manca un piano dettagliato. Si è capito – ma non ci voleva un genio – che non ci sarà “un’ora x”, come ha detto il commissario straordinario Domenico Arcuri, non ci sarà un 25 aprile in cui gli italiani si riverseranno nelle piazze, ma uno scaglionamento delle uscite: «Prima le aziende, poi i cittadini». Una frase senza senso, dato che nelle aziende (ma quali?) ci andranno alcuni cittadini (ma quali?). Dopo questa specie di seminario di studi fra comitato tecnico e governo si attende un’ulteriore discesa della curva dei contagi e dei ricoveri che gli scienziati si attendono con una certa fiducia: con questo relativo ottimismo Conte prolungherà il lockdown del Paese. Confidando nell’inesauribile pazienza degli italiani.

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