Il virus al potereBasta adolescenti al governo, adesso entrino gli adulti

Siamo circondati da mezzacalzette e quaquaraquà, manca qualcuno che dica la verità e che abbia una strategia per farci convivere con l’emergenza

Filippo MONTEFORTE / AFP

Non se ne può più di mezzecalzette e di comitati tecnico-scientifici, di azzimati avvocati del popolo e di ex porta bibite del San Paolo, di troll russi e di babbei associati, di quelli che prima i cinesi e prima i padani, di virologi e di epidemiologi, di ciarlatani con e senza mascherina e di talk show popolari, di mestatori e di infingardi, di shortisti e di cialtroni, di irresponsabili e di fomentatori d’odio.

Siate cortesi, risparmiateci i bollettini del dolore e le dirette Instagram, le immagini iconiche, i concerti al balcone e tutta la retorica sulla bugia che ne usciremo migliori. Abbiamo bisogno di un progetto, di un obiettivo, di una speranza. Ci serve qualcuno serio e credibile, empatico e pragmatico, una via di mezzo tra Andrew Cuomo e Jacinda Ardern, qualcuno capace di progettare, organizzare e spiegare il piano per la ripartenza al paese.

Qualcuno che dica la verità, anche quella dura da digerire ovvero che sarà ancora lunga, che bisognerà scordarsi non solo la pasquetta e non solo il ponte del 25 aprile e quel del primo maggio, come se in tutto questo avessimo bisogno ancora di vacanze, ma anche il ferragosto, avendone già fatti una trentina di ferragosto nell’ultimo mese, e altri ne faremo. E a dirla tutta probabilmente salteremo anche il Natale e poi anche l’estate successiva, intesa come quella del 2021. Lo dice senza mezzi termini uno che ci aveva avvertito per tempo come Bill Gates, ma che avevamo ignorato allora e che continuiamo a non ascoltare adesso: la vita normale riprenderà solo quando ci sarà il vaccino, tra un anno e mezzo, non prima.

Prima di quella data possiamo solo adattarci alla nuova normalità, con le dannate mascherine e la distanza asociale, con i maledetti webinar e con il lavoro possibilmente remoto, accettare questa tragedia e ripartire con la cautela necessaria per poter vivere in sicurezza a modalità limitata. Chi sta al governo ha il dovere di progettare come riavviare le attività, più che perdersi in dichiarazioni contraddittorie su quando riaprire, e poi farcelo sapere indicando la strada ai cittadini, agli imprenditori, ai sindacati, ai commercianti, ai distributori, ai fornitori di servizi, ai professionisti, alle partite Iva, ai dipendenti pubblici.

Da qualche giorno su Linkiesta cerchiamo di immaginare non tanto quando ne usciremo, ma come riprenderemo una parvenza di vita post quarantena. Ci stiamo chiedendo che cosa servirà per ricominciare a uscire e a lavorare in sicurezza. La risposta è sconsolante: non lo sappiamo. Non ce lo dice nessuno, né il presidente del Consiglio né il primo partito di maggioranza impegnato in una pusillanime faida per la gestione della distribuzione del denaro come se fosse Natale anticipato né il surreale comitato tecnico-scientifico di cui non si sa nulla ma che fa da scudo alle decisioni del governo in totale assenza di trasparenza.

Allora abbiamo chiesto agli imprenditori, ai sindacati, ai professionisti e agli studiosi di raccontarci come si stanno arrangiando per la ripartenza: come secondo loro cambierà il trasporto, la grande distribuzione, la catena di montaggio, la filiera produttiva, il lavoro in ufficio. Qualcuno si sta portando avanti, approntando soluzioni individuali, ma nessuno ha ricevuto indicazioni precise dai responsabili dell’ordine pubblico e della salute pubblica.

Finita l’urgenza sanitaria, arriverà quella economica su cui perlomeno una risposta anche europea è stata immaginata, vedremo quanto efficace. Ma senza un’idea su come uscire dalla quarantena, su come consentire agli italiani di riprendere a vivere e a lavorare, saremo comunque costretti a restare in reclusione o a rischiare di riattivare la curva dei contagi.
Basta quaquaraquà al governo, adesso entrino gli adulti.

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