Moisés NaímDopo il virus, arriverà una pandemia globale contro il potere

Il giornalista venezuelano considerato tra i 100 pensatori più influenti al mondo spiega gli effetti del Coronavirus sulla politica internazionale. «Alla gente non importerà molto cosa è successo o da dove viene il contagio: darà la colpa a chi non ha fatto le cose come avrebbero dovuto essere fatte»

Neilson Barnard/Getty Images for The New York Times/AFP

Direttore della rivista Foreign Policy dal 1996 al 2010, dopo essere stato ministro in Venezuela e in seguito regista e presentatore di un programma tv che si chiama  Efecto Naím visto in tutta l’America Latina, Premio Ortega y Gasset, considerato tra i 100 pensatori più influenti al mondo, Moisés Naím è un personaggio a cavallo tra mondo anglofono e mondo ispanofono, ma come radici familiari è un ebreo libico italianizzato, e parla un eccellente italiano. Nel 2013 un suo best-seller era stato intitolato alla “Fine del potere”. “Dai consigli di amministrazione ai campi di battaglia, dalle chiese agli stati, perché il potere non è più quello di un tempo”, spiegava il sottotitolo. La sua tesi era che la crescente complessità del mondo rende sempre più difficile alla politica decidere. Ma proprio da questa frustrazione nasceva il populismo di nuovi leader che promettevano invece alla gente di tornare a fare.

In che modo la crisi epocale del Coronavirus può influire su questa situazione?
Il populismo in realtà non è una vera e propria ideologia. Può essere sia di destra che di sinistra, sia xenofobo che globalizzante. Può avere molti volti. In America Latina, ad esempio, in Messico abbiamo il populismo di sinistra di Andrés Manuel López Obrador: socialista e ammiratore della Cuba di Fidel Castro. Ma in Brasile c’è quello di destra di Jair Bolsonaro. Tutti e due sono populisti ma in due poli ideologici opposti.

Uniti però dal comune tentativo di minimizzare l’impatto del coronavirus. Entrambi hanno fatto bagni di folla, hanno cercato di evitare il lockdown, e se Bolsonaro ha cercato di far dichiara la preghiera in chiesa come «attività essenziale» López Obrador ha detto che per salvarsi dal contagio erano utili i santini della Vergine di Guadalupe e del Sacro Cuore di Gesù.
In realtà il pericolo più grande non è il populismo ma la continuità del potere. Ci sono tre “p” che decidono la politica ai nostri tempi. La prima p è appunto il populismo, che promette al popolo qualsiasi cosa. Anche se già si sa che non si potrà mantenere, che sarà molto oneroso o che avrà conseguenze negative: ma comunque il populismo promette. La seconda è è quella della polarizzazione, che peraltro esiste da sempre. L’umanità da sempre conosce divisioni di classe, di idee, religiose, etniche, politiche. Quel che è nuovo è la terza p: la post-verità. Grazie alle nuove tecnologie esistenti e alle nuove maniere di intervenire nella discussione pubblica che queste nuove tecnologie consentono, questa polarizzazione è oggi più acuta e più intensa che mai.
Con la post-verità non si sa più in cosa crede e in cosa non credere, esperti e scienziati vengono contestati e disprezzati, e trionfano i ciarlatani. I ciarlatani sono sempre motivo di grande meraviglia, per il modo in cui parlano di cose che non capiscono e sono così in grado di promettere qualunque cosa. Ma secondo me dovrebbe suscitare ancora più meraviglia chi li segue. Molto più strano e interessante di Trump, è chi segue Trump. Malgrado le bugie che continua a dire, malgrado la sua maniera di operare, malgrado la sua storia personale, Trump continua ad avere una vasta base di gente che lo segue e a cui non sembra importare niente di quel che dice o di quel che fa. Lui una volta ha detto che se fosse sceso nella Quinta Strada di New York a sparare a qualcuno nessuno gli avrebbe fatto niente. Era una spacconata, ma ho il dubbio che se lo facesse potrebbe rivelarsi vero. Le tre p sono al servizio di una c: la continuità del potere

Ma la pandemia non sta cambiano questi dati? Da una parte, la paura del contagio sta portando alla rivalutazione degli esperti. Dall’altra, il fatto stesso di costringere la gente a casa a livello planetario è una misura di autoritarismo inaudita nella Storia.
È ancora troppo presto per avere un pronostico definitivo: le cose stanno ancora succedendo. È probabile che tutti i governi al potere, se si vota liberamente, la pagheranno per essere stati al potere, qualunque sia il loro colore politico. Alla gente non importerà molto cosa è successo o da dove viene il contagio: darà la colpa a chi stava al governo e non ha fatto le cose come avrebbero dovuto essere fatte. Vero pure che gli esperti stanno recuperando prestigio. Però vediamo che alcuni governi autoritari stanno approfittando della pandemia per chiedere e avere più potere. Lo abbiamo visto con Orbán in Ungheria che ha chiesto di limitare le libertà civili. Lo abbiamo visto con Nicolás Maduro in Venezuela, che ne sta a sua volta approfittando per comprimere ulteriormente la libertà di espressione e mandare in galera altri oppositori.

E sembra esservi anche un’insana fascinazione per il modello autoritario cinese, elogiato per ”l’efficienza” mostrata nel combattere una pandemia che pure aveva contribuito a scatenare, col nascondere dati e fatti. Ma qua c’è una evoluzione continua. All’inizio si è parlato di una “Chernobyl cinese”. Poi si è detto che il regime di Pechino potrebbe appunto approfittare del fatto che esce dall’emergenza prima, per guadagnare influenza. Lei ha però osservato che nel medio e lungo periodo Xi Jinping potrebbe a sua volta risentire del contraccolpo.
Il problema del parlare di politica cinese è che è una politica invisibile a chi non ci sta dentro. Nondimeno la politica in Cina esiste. Xi Jinping ha fatto un enorme repulisti di gente accusata di corruzione, chiaramente orientato a far fuori i suoi rivali politici. Sappiamo che in Cina si stanno verificando eventi di natura politica profonda e di lotta per il potere. Non ne sappiamo i dettagli, non conosciamo esattamente i protagonisti, non sappiamo quali siano i metodi, ma certamente bisogna supporre che certe cose stiano succedendo e che anche in Cina ci sia in questo momento una pentola politica in ebollizione.

Anche in un quadro democratico, lo Stato dovrà uscire comunque rafforzato da questa crisi, in tutto il mondo. Sono gli stessi privati che gli chiedono di intervenire. 
Non c’è dubbio. Lo Stato esce più forte e più grande da questa crisi.

Un ritorno al New Deal di Roosevelt? O altre cose?
Non lo sappiamo ancora. Dipende molto da quanto tutto ciò durerà. Un conto è se una cura o una terapia per il coronavirus sarà scoperta nei prossimi sei mesi; un altro se passano due anni senza che le crisi medica e economica passino.

Trump comunque, secondo lei, anche con la risposta erratica che ha dato a questa crisi rappresenta un declino degli Stati Uniti.
Trump ha deliberatamente ceduto spazi di influenza geopolitica, che ovviamente sono stati subito occupati dalla Cina, dalla Russia e da altri. Trump ha pure deciso di far uscire gli Stati Uniti da tutti gli accordi internazionali più rilevanti per concentrarsi sull’interno. Dopo questa crisi ci sarà bisogno di coordinamento internazionale e di alleati che Trump ha sistematicamente offeso, disprezzato e insultato. Adesso dovrà cercarli di nuovo.

E c’è pure Boris Johnson che ha ottenuto la Brexit proclamando di avere una strategia per trasformare il Reno Unito in una Singapore oltre la Manica, e poi ha detto che aveva una strategia per combattere il Coronavirus con l’immunità di gregge. È finito in rianimazione. Non è che anche la Brexit sarà gestita allo stesso modo?
Sospetto che per Boris Johnson l’unica cosa importante fosse il potere. Non gli importava di nessuna ideologia, gli importava solo di arrivare dove è arrivato. Sostanzialmente, un opportunista. Adesso la grande ironia è che non ha mai avuto tanto potere come adesso che il suo fisico è così debole.

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