Oltre i tabùEcco come rimettere a posto la Sanità con i 37 miliardi del Mes che i populisti non vogliono usare

Ospedali da costruire, altri da modernizzare, apparecchiature mediche da sostituire e un incremento del personale: il fondo europeo è vitale per il sistema sanitario italiano

ospedale coronavirus
Paolo MIRANDA / AFP

«Il Mes non è più il fondo salva stati del passato, bensì un fondo salva salute il cui utilizzo prevede come unico vincolo il fatto che le sue risorse siano usate per contrastare il virus. Non vi sono condizionalità aggiuntive». Così il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, ha spiegato il Meccanismo europeo di stabilità.

Secondo l’accordo raggiunto dai ministri delle finanze Ue nell’Eurogruppo, ogni Paese membro dell’Unione potrà accedere a un prestito pari al 2 per cento del Pil. Facendo i conti, l’Italia avrebbe a disposizione 37 miliardi di euro da investire in ospedali, sanità pubblica, attrezzature, ricerca, futura acquisizione e distribuzione del vaccino.

«Grazie al lavoro di Roberto Gualtieri e di Paolo Gentiloni i 37 miliardi disponibili per l’Italia domani mattina sono senza condizionalità, se avessi la possibilità di prendere 37 miliardi di euro per darli agli italiani li prenderei» ha affermato Matteo Renzi, ospite di Quarta Repubblica. Lo stesso messaggio è stato ripetuto dai fondatori di Forza Italia, Silvio Berlusconi e Antonio Tajani e dal senatore del Partito democratico Andrea Marcucci.

Ma con quale criterio dovrebbero essere utilizzata questa somma? E sopratutto, quali sarebbero le priorità per il sistema sanitario italiano? «Prima di tutto si potrebbero finanziare nuove borse di specializzazione per medici laureati, assumerne nuovi infermieri e dottori, aumentare il salario di tutti i professionisti sanitari, allineandoli ai livelli europei. Non solo, in tutte le regioni italiane si potrebbero erogare in modo uniforme i livelli essenziali di assistenza (Lea). Ma soprattutto si potrebbe finalmente digitalizzare ad alto livello il Sistema sanitario nazionale», spiega a Linkiesta Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, un think tank che si occupa di ricerca in ambito sanitario.

Secondo i dati della Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema sanitario e quelli della Protezione civile, In pratica 6 ospedali su 10 hanno più di 70 anni di vita: 75 strutture risalgono all’era napoleonica, il 15 per cento è stato costruito prima degli anni Venti, il 35 per cento prima che finisse il secondo conflitto mondiale. La Protezione civile, inoltre, sottolinea che la manutenzione è carente nel 60 per cento dei centri ospedalieri, che rischiano di crollare in caso di terremoto.

Per questo motivo la prima necessità è creare strutture con degenza breve e brevissima, sostituire circa cento ospedali, ristrutturarne 250, e costruire una cinquantina di Day clinic, edifici per attività diagnostica e terapeutica che può essere portata a termine in giornata.

«I 100 ospedali nuovi, i 250 da ristrutturare e le 50 Day clinic costeranno circa 18-20 miliardi – dipende dal numero e dal tipo di posti letto presenti – comprese le tecnologie da rinnovare (circa 100 milioni per ospedale nuovo, 25 per gli aggiornamenti e 20 per le Day clinic) e dovrebbero garantire una migliore e più adeguata risposta alle diverse esigenze sanitarie che si presenteranno» argomenta Giuseppe Imbalzano, ex direttore sanitario a capo di Asl lombarde per 17 anni.

Un’indagine condotta da Assobiomedica, l’associazione delle imprese che producono apparecchiature elettromedicali, rivela che quasi il 40 per cento delle Tac ha più di dieci anni, quando non dovrebbero superare i sette anni di vita. Stesso discorso vale per i mammografi. Dovrebbero essere sostituiti ogni sei anni e invece il 66 per cento ne ha più di dieci . A questo bisogna aggiungere tutti i tipi di tecnologia, come il termometro infrarossi e la strumentazione molto costosa per la terapia intensiva – per cui un posto letto “vale” circa 80 mila euro tra ventilatore (30 mila), letto (15), monitor (16) e pensile con attrezzature (20) -, che stanno e potranno fare la differenza in momenti di emergenza.

Le attività sanitarie dovranno inoltre essere integrate con la gestione dei servizi territoriali e la integrazione dei sistemi informatici e di telemedicina, a fronte anche di eventuali crisi future che impediranno il contatto fisico. «L’impegno, per una rete completa e di elevato livello, nella gestione integrata tra territorio, domicilio e ospedale, sarà sicuramente importante e intorno a un valore tra i 3 e i 4 miliardi di euro» dice Imbalzano.

L’organico, per un sistema che garantisca continuità ai servizi e copertura dei servizi territoriali, necessita però di circa 5 mila medici e dirigenti biologi, farmacisti, psicologi (il costo di un dirigente è di circa 80 mila euro l’anno senza contare i contributi) e di circa 15 mila unità di personale infermieristico (circa 35 mila euro/anno a professionista, sempre esclusi i contributi). Il costo globale di questa integrazione di organico è di circa 5 miliardi di euro per 5 anni di riferimento, il tempo minimo per lo sviluppo di un piano strategico.

Altro settore che va coperto è quello della formazione. «Dopo il 2009 il taglio del personale è stato di 46 mila unità, per un risparmio economico di circa 2 miliardi e mezzo ogni anno. Per questo necessitano investimenti ad hoc per incrementare i posti nelle scuole di specializzazione» spiega Carlo Palermo, segretario nazionale Anaao Assomed, il sindacato medico italiano.

Secondo le proiezioni dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni italiane, per di più, dei 56 mila medici che il Servizio Sanitario Nazionale (Ssn) perderà nei prossimi 15 anni saranno sostituiti solo il 75 per cento, cioè 42 mila. «Orientativamente gli specializzandi hanno un costo di circa 100 mila euro per 4 anni di corso. Una volta in ospedale possono arrivare a “costare” per l’azienda altri 100 mila euro annui, compresi gli oneri previdenziali riflessi, che moltiplicati al fabbisogno attuale di 10 mila medici fa almeno 1 miliardo di euro» continua Palermo.

A questa spesa (circa 30 miliardi di euro) bisogna aggiungere un intervento per la ricerca di base e per la ricerca nei diversi settori medici, sempre per 5 anni. L’Italia destina alla ricerca solo l’1,35 per cento del Pil contro una media europea del 2,7 per cento. «Un investimento simile, che può determinare assunzione di personale e nuove tecnologie per i laboratori, ha un valore di 3-4 miliardi, sempre in piena integrazione con le attività sanitarie e le risposte ai bisogni dei cittadini» conclude Imbalzano.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta