Quesiti linguisticiDa dove viene la parola «sfiga»? Risponde la Crusca

La formazione del termine potrebbe avere in origine una visione maschilista. Più controversa, invece, è l’etimologia di “fico/figo”

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Tratto dall’Accademia della Crusca

Un lettore pone un quesito mettendo insieme alcune parole apparentemente tutte connesse: “Mi chiedo perché la parola fico/figo indicante normalmente il frutto dell’albero omonimo (e le grazie femminili se il sostantivo è al femminile […]) abbia assunto la connotazione gergal-giovanile di ‘bello, ganzo, sorprendente’. Come ci si è arrivati? E come si è arrivati ad usare la medesima parola per descrivere un/a bello/a ragazzo/a? E per quanto riguarda la parola sfiga invece?”. Su quest’ultimo termine chiedono spiegazioni anche una lettrice e un altro lettore che ipotizzano una possibile correlazione con il termine gergale fica e/o figa.

Risposta
Va premesso che nella lingua, e in particolare nell’etimologia, le cose a volte sono come appaiono, a volte no. Del primo tipo è il caso del nome dell’isola dell’Asinara, che deriva effettivamente dagli asinelli (bianchi) selvatici che la popolano, e non dal latino sinus ‘sinuosità’ nonostante le forme Sinnara e sim. delle carte rinascimentali, ricondotte a un *sinuaria, che costituiscono nobilitazione latineggiante secondaria rispetto all’Asenara della Carta Pisana del 1275 (cfr. Carla Marcato, Asinara, in Giuliano Gasca Queirazza, Carla Marcato, Giovan Battista Pellegrini e Giulia Petracco Sicardi, Dizionario di toponomastica. Storia e significato dei nomi geografici italiani, Torino, UTET, 1990, pp. 43-44). Se qui le cose stanno in effetti così come a tutta prima sembrano, d’altro canto l’Aspromonte, data l’originaria grecofonia dell’area in cui sorge, prenderà il nome più probabilmente dal biancore delle rocce (neogreco áspros ‘bianco’) che non dall’asperità del rilievo (lat. asper) con cui invece s’interpreta il nome nella percezione del parlante italiano medio (per le due ipotesi v. Giovan Battista Pellegrini, Toponomastica italiana, Milano, Hoepli, 2008, p. 238). Similmente, benché la parola sfigato ‘sfortunato, poveraccio, persona insignificante’ esprima un concetto in certa misura agli antipodi di un (tipo) fico/figo, e nonostante i più fra i parlanti e i lessicografi li considerino connessi etimologicamente, i due aggettivi in realtà non condividono la stessa base e non hanno la medesima origine.

Palmare è quella di sfigato, aggettivo di forma participiale che, esattamente come il sinonimo sfortunato derivato da fortuna, è formato parasinteticamente (ossia, con l’applicazione simultanea di un prefisso e un suffisso: qui s- e -ato) dal sost. figa, variante settentrionale di fica ‘pudendum muliebre’. Dall’aggettivo sarà stato tratto a sua volta il sostantivo sfiga ‘sfortuna’ (come l’aggettivo, in circolazione dagli anni Settanta), dato che meno plausibile sarebbe una formazione di quest’ultimo direttamente dall’altro sostantivo (per la derivazione di sfiga da sfigato si pronuncia il Vocabolario Treccani 2008, mentre per una derivazione in senso inverso optano il GRADIT e lo Zingarelli 2017; infine, il GDLI deriva, ancor meno plausibilmente, sia sfiga sia sfigato direttamente da figa).

Il procedimento di formazione presuppone ovviamente una visione maschilista per cui l’aver accesso al denotato è condizione fortunata, col che si risponde affermativamente al quesito posto dalla lettrice e dal secondo lettore. La risposta è però affermativa solo quanto all’origine prima, dato che, divenendo di larga circolazione, le parole sfiga e sfigato hanno perso di pregnanza scadendo al rango di semplici sinonimi più coloriti di sfortuna e sfortunato: se il GDLI le diceva ancora “del linguaggio volg[are]”, gli altri vocabolari sopra citati le qualificano come del linguaggio giovanile (VocabolarioTreccani), fam(iliare) (GRADIT), colloq(uiale)/pop(opolare) (Zingarelli 2017) registrando lo stingimento dell’originaria coloritura volgare. Le questioni che si pongono per l’origine e il significato di sfiga e sfigato sono dunque solo di dettaglio, come nel caso dell’Asinara.

Ben più controversa è invece la relazione con esse, e dunque l’origine, di (che) fico/figo!, di cui non è pacifico in realtà neppure il significato primario (e originario). Anche questa voce circola in italiano, originariamente nel linguaggio giovanile, sin dagli anni Settanta del Novecento: GRADIT dà come data di prima attestazione il 1972, giustamente, sulla scorta di Cortelazzo e Cardinale (1989, p.103), mentre nei supplementi retrodata al 1959, erroneamente, come vedremo più in là. I dizionari la spiegano concordemente nel modo qui esemplificato con la voce dello Zingarelli 2019:

fico (3) o (sett.) figo (2) [prob. da fica ☼ 1959] agg. e s. m. (pl. m. -chi; superl. fichissimo) ● spec. nel gergo giovanile, che (o chi) incontra pienamente il gusto del momento, perché piacevole fisicamente, attraente, alla moda || fichetto, dim..

La voce è di irradiazione romana e almeno in origine, non è primariamente riferita alla sfera estetica, come invece dicono molti dizionari (v. anche il Devoto-Oli 2014: “Alla moda, che riscuote o sollecita approvazione, compiacimento, complimenti”): un tipo fico è invece in primo luogo un ‘tipo in gamba, che sa il fatto suo’; in questa direzione vanno le definizioni di altri dizionari, mettendo in secondo piano l’aspetto estetico: così il GRADIT: “che, chi piace per la sua bravura, la simpatia, la bellezza, l’eleganza e sim.”). Questo significato primario, fra altri argomenti, e stato fatto valere da chi scrive per proporre una revisione dell’etimologia tradizionale che si legge nei dizionari italiani, etimologia che – come si vede nella voce Zingarelli ora riportata – presenta fico/figo come un derivato del medesimo sostantivo femminile di cui sopra (Loporcaro 1995; 1998; 2005).

Gli argomenti contro questa spiegazione vulgata sono da un lato di natura strutturale, dall’altro storici. Il più forte tra i primi fa perno sul fatto che fico – pur passibile certo anche di uso sostantivato (è un fico) – è però un aggettivo, come correttamente indica il Vocabolario Treccani, mentre altri dizionari, come ora esemplificato con la voce Zingarelli (così anche Devoto-Oli 2014, GRADIT, ecc.) indicano “agg. e s. m.” così confondendo un po’ le acque, e in modo non coerente dato che ovviamente non fanno lo stesso per aggettivi come bello, forte e sim. A ciò si aggiunge la coesistenza, a Roma, del sinonimo ficaccio, anch’esso aggettivo. Anche quest’ultimo conosce l’uso sostantivato (è un ficaccio), com’è normale per gli aggettivi. L’uno e l’altro formano però comparativo e superlativo, come aggettivi, appunto, e diversamente dai nomi: nel romanesco cui sono stato esposto negli anni Settanta si diceva una moto fichissima o, indifferentemente, ficaccissima. Apparentemente, la relazione tra fico e ficaccio è la stessa che si ha ad es. tra fusto e fustaccio: ma qui, come per l’Aspromonte, l’apparenza inganna. Infatti, il suffisso -accio forma esclusivamente nomi a partire da altri nomi, mai aggettivi a partire da altri aggettivi, e ciò nonostante molte grammatiche indichino dei “derivati di base aggettivale” come avaraccio, bravaccio, caldaccio, maschiaccio ecc. Questi ultimi, infatti, sono formati apponendo il suffisso -accio non direttamente all’aggettivo bensì al suo omofono convertito in sostantivo: da (un gran) caldo si forma (un gran) caldaccio, mentre un giorno molto caldo non può diventare *un giorno molto caldaccio. Se dunque -accio forma esclusivamente sostantivi da sostantivi, e se ficaccio è invece, come fico, un aggettivo, ne discende necessariamente che il primo non può derivare dal secondo.

Quest’indicazione, evinta dal rapporto strutturale tra le due forme, è confermata dalla cronologia delle attestazioni, dato che ficaccio è attestato un secolo e mezzo prima di fico nel senso prima indicato, in un sonetto belliano del 31 agosto 1835: “Sapete? er fijjo de Monzú Bbojetto / Ha scuperto che un po’ de corallina / È la vera e fficaccia mediscina / Pe gguarí sto fraggello bbenedetto” scrive infatti Giuseppe Gioachino Belli in uno dei sonetti della corona Er còllera mòribbus dedicati ai rimedi popolarmente ritenuti efficaci per un’epidemia di colera (cito dall’ed. a cura di Giorgio Vigolo, Milano, Mondadori, 1952, n. 3016). Questo ficaccio è dunque una storpiatura popolare – certo non invenzione di Belli, che si fa anzi un punto d’onore di utilizzare solo parole e costrutti effettivamente ascoltati dalla viva voce della plebe romana – dell’aggettivo italiano efficace, storpiatura come se ne trovano ab antiquo anche in altri dialetti italiani (in Loporcaro 2005, p. 348 se ne addita un esempio napoletano quattrocentesco). Da ficaccio, nel linguaggio giovanile della Roma degli anni Settanta, è stato poi formato l’aggettivo fico allo stesso modo in cui si sono formate varie altre parole, per sottrazione di suffisso: fascio, spago, spino per (e da) rispettivamente fascista (come in fascio, ’ndo te pijo te lascio, che si scandiva in rima baciata nei cortei), spaghetto (come in fàmose du’ spaghi), spinello ecc.

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