Vogliono la favolaUno spettro si aggira per il mondo: i populisti credono davvero alle loro fregnacce

Fino a ieri avevamo giudicato i leader populisti come cinici manipolatori, capaci di diffondere, a freddo e con piena consapevolezza, qualsiasi assurdità. Ma la candeggina di Trump, la fantafinanza di Salvini e i deliri geopolitici di Dibba nascondono un’amara verità

KENA BETANCUR / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

Pensate per un attimo, seriamente, al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che parla di iniettare disinfettante per sconfiggere il coronavirus, rilanciando una delle prime fake news circolate sul Covid anche in Italia, ed è poi costretto a una maldestra marcia indietro; o al leader del primo partito italiano, Matteo Salvini, che immagina iniezioni di liquidità a base di italobond e fesserie alter-finanziarie assortite, continuando a evocare l’uscita dall’euro, proprio quando avrebbe tutto l’interesse a mostrarsi serio e responsabile; o ai mille esempi consimili che si potrebbero trarre dagli ultimi interventi di Alessandro Di Battista a proposito di Mes, Unione europea e politica internazionale. 

Fino a oggi chi come me guardava criticamente ai movimenti populisti che hanno preso il sopravvento in questi anni tendeva, chissà se più per incoercibile ottimismo o per un ultimo disperato riflesso razionalista, a descriverne i leader come cinici e spietati manipolatori, capaci di diffondere e rilanciare, a freddo e con piena consapevolezza, qualsiasi pericolosa, grottesca, paranoica deformazione della realtà, al solo scopo di ottenere il potere. 

Ma gli esempi appena citati insinuano ora un sospetto ben più inquietante: che ci credano. Che siano essi stessi le prime vittime di quella marea di deliranti teorie del complotto, paranoiche assurdità e arzigogolatissime fregnacce di cui ribollono i loro siti, i loro giornali e le loro campagne elettorali. 

Sarebbe una differenza molto significativa, che meriterebbe di essere attentamente analizzata in tutte le sue implicazioni, molto più di tante altre di cui pure si è discusso fino allo sfinimento, a proposito di fake news, post-verità e morte del dibattito pubblico. La differenza fondamentale, per farla breve, è che Alcide De Gasperi nel ’48 non pensava davvero che i comunisti mangiassero i bambini, e nemmeno il più acerrimo dei suoi nemici lo ha mai ipotizzato; ma chi oggi potrebbe dire lo stesso di Luigi Di Maio, quando in un video del luglio scorso definiva il Pd il partito che in Emilia Romagna «toglieva alle famiglie i bambini con l’elettroshock per venderseli»? Chi potrebbe giurare che Matteo Salvini non consideri davvero una grande strategia uscire quatti quatti dalla moneta unica lasciando dietro di sé una lunga scia di minibot con l’effigie di Claudio Borghi?

Se così stanno le cose, però, è evidente che molte delle attuali strategie di contenimento – per non dire di circonvenzione, almeno nelle aspirazioni dei loro artefici – adottate per arginare i partiti populisti, come minimo, andrebbero prudentemente riconsiderate. 

Perché scendere a patti, o raggirare, o persino minacciare un individuo senza scrupoli, capace di ripetere qualsiasi assurdità pur di raggiungere i suoi scopi, può essere relativamente semplice; ma avere a che fare con qualcuno che a tali assurdità è capace di credere sul serio, e dunque è costantemente esposto all’imprevedibile andare e venire di una simile marea, beh, questo è tutto un altro paio di maniche.

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