Virus e misfattiL’insostenibile inadeguatezza di Conte e la disperata attesa per i due vaccini

Viviamo nell’incertezza scientifica sulla malattia, ma come tutti i paesi guidati dai populisti anche nell’assenza di un serio programma per convivere con l’infezione e ripartire

Alberto PIZZOLI / AFP

Superati i ventimila morti italiani di Covid-19, ma ci dicono di guardare soprattutto il calo delle terapie intensive. Bene. Altri promettono tempi più stretti per arrivare al vaccino. Benissimo. Di una prospettiva di fine quarantena in sicurezza però ancora non si parla. Ogni giorno, da oltre un mese, dipendiamo dai numeri diffusi un po’ a caso come il virus e ci tiriamo su con l’ultima panacea farmacologica proveniente dalla Corea o da Napoli o direttamente da YouTube, prima che venga inesorabilmente sostituita dalla successiva.

Capita anche di leggere articoli di professori di prestigio, come quello pubblicato lunedì dal New York Times, che gettano nello sconforto per quanto virologi, infettivologi ed epidemiologi non sappiano ancora niente di questo virus di tipo corona, figuriamoci noi, né sulla recidività né sull’immunità dei malati una volta guariti e nemmeno se sarà davvero possibile arrivare a un vaccino. Il virus è troppo giovane, le esperienze Sars e Mers troppo limitate per fare giurisprudenza medicale e il risultato è che non sappiamo niente di niente. Anzi non è da escludere la possibilità, scrive sul Times il professor Marc Lipsitch, di un famigerato immune enhancement, ovvero che l’immunità di gregge o di vaccino possa addirittura peggiorare l’infezione invece che prevenirla o indebolirla. Con molti auguri di Pasquetta.

Che cos’altro? Emmanuel Macron, ingrigitosi durante la pandemia, improvvisamente ieri ha dimostrato che cosa voglia dire essere un leader, proprio mentre il nostro Palazzo Chigi ha scelto di riaccendere una polemica pusillanime sulle modalità della conferenza stampa di venerdì, cioè di tre giorni prima, una vera priorità per il paese che quasi quasi meriterebbe la nomina di una nuova task force.

Tutto il mondo è paese, si dice. E, in effetti, il Washington Post ha titolato con grande enfasi che Donald Trump non fa altro che nominare task force e zar anti coronavirus, ma non ha un piano che sia uno per aiutare l’America a ripartire, anzi sta pensando di licenziare, per adesso solo via Twitter, il chiarissimo dottor Fauci, il suo Locatelli o Brusaferro, perché lo sventurato si è limitato a non contestare un’inchiesta del New York Times che inchioda il presidente alla responsabilità di aver ignorato gli avvertimenti puntuali della sua stessa Amministrazione.

Come abbiamo scritto qui senza i mezzi investigativi del New York Times, ma semplicemente ascoltando il presidente, Trump prima ha pensato a come evitare che il virus potesse smontare il suo unico argomento di rielezione, cioè l’andamento positivo dell’economia, e soltanto dopo alla salute degli americani. Anche la smania di riaprire è dettata dallo stesso sentimento.

Al contrario di Trump, l’amico Giuseppi è stato preso alla sprovvista ma allo stesso modo non ha ancora un piano per far ripartire il paese, si nasconde dietro i comitati tecnico-scientifici e si preoccupa molto della sua immagine ben pettinata, come da polemica di ieri sulla conferenza stampa di venerdì. Insomma, siamo nei guai.

La task force di Vittorio Colao, il quarto comitato straordinario anti virus nominato dal governo, non ha nessun potere di azione e, nonostante il prestigio e le capacità del manager bresciano, purtroppo non può essere un sostituto dell’inadeguatezza del presidente del Consiglio.

Non abbiamo ancora un piano nazionale per i tamponi. Non abbiamo un’applicazione di tracciamento dei positivi via smartphone (suggerimento: sciogliete il comitato di 75 esperti e scaricate l’app di Apple e Google). Non abbiamo idea di quando si potranno fare i test seriologici. Non abbiamo un protocollo settore industriale per settore industriale per la ripresa in piena sicurezza delle attività produttive. Non abbiamo una geolocalizzazione dell’epidemia in modo da consentire l’apertura e la chiusura di zone del paese in modo diverso e non burocratico, ma a seconda del reale pericolo. Non abbiamo ancora provveduto a rendere operativa la rete di aiuti alle imprese, agli individui e alle famiglie.

L’unica cosa che abbiamo, invece, è un populismo di governo che per paura del populismo di opposizione perde tempo a polemizzare con Enrico Mentana su una conferenza stampa di tre giorni e di quasi duemila morti prima e mette in pericolo l’Italia minacciando di far saltare il gigantesco pacchetto di aiuti che le istituzioni europee, l’area euro e gli Stati nazionali hanno messo a disposizione per salvare il paese e tutto il continente. Serviranno due vaccini, non uno soltanto.