A tentoniEcco come la generazione C si prepara ad affrontare il futuro (con piani di breve periodo)

Il coronavirus è un’esperienza esistenziale che può cambiare la visione del mondo di chi è nato dopo l’11 settembre e si affaccia al mondo del lavoro. Anche se le difficoltà economiche sono evidenti, c’è fiducia nel futuro

Tiziana FABI / AFP
Tiziana FABI / AFP

Un’esperienza esistenziale. Unica nel suo genere: in grado di rovesciare idee e valori. Sarà questo, per i giovani, il coronavirus? La cosiddetta generazione C, (come la chiamano sull’Atlantic), comprende chi, nato in un mondo senza più Torri Gemelle, si affaccia ora, o lo farà tra poco, al mondo del lavoro. Con ogni probabilità, per loro sarà un salto nel buio.

Non è un’esagerazione. Le certezze, al momento, sono poche: non solo l’obbligo di mascherine, o lo scanner per la febbre (ci si abituerà, ne sono convinti tutti), ma anche il disastro economico. La società di consulenza McKinsey, in uno studio, prevede che, tra Europa, Stati Uniti e Africa, sarà colpito un terzo della forza lavoro, cosa che si traduce in salari più bassi, posti che chiudono, aumento della disoccupazione. Come è logico, rallenteranno i consumi con effetti a catena tra le economie.

Ecco: la generazione C vivrà una singolare combinazione di politiche post-belliche senza però aver vissuto la guerra. Per quelli italiani, nello specifico, si sommeranno anche le politiche anti-giovani che proseguono da 30 anni a questa parte (come dimostrano del resto le indicazioni del Cura Italia) con precarizzazione e tagli di stipendio.

«Il mercato del lavoro è da anni molto più duro», commenta Alberto Martinelli, professore emerito di Scienza Politica e di Sociologia dell’Università degli Studi di Milano, «lo è soprattutto per chi ha poche qualifiche. Ma questo problema si estenderà anche per chi avrà compiuto studi più qualificanti». La recessione economica, conclude, è inevitabile.

Ma loro lo sanno. Come spiega questo studio (condotto, per essere precisi, su una fascia più ampia che arriva fino agli under-30), la maggior parte dei giovanissimi «è preoccupata», ma ha un atteggiamento «analitico rispetto al futuro». Sanno, o immaginano di sapere dove andare: per quasi tutti (l’86%) si dovrà puntare sulle conoscenze scientifiche, che guadagneranno una nuova centralità, e sono addirittura fiduciosi (anche qui, sembra in modo quasi inconsapevole) della loro natura di digital born.

«È la loro risorsa principale», continua Martinelli. «In un mondo in cui la pandemia ha accelerato il cammino verso la digitalizzazione della nostra vita – e speriamo che sveltisca anche alcuni uffici amministrativi – loro sono più avvantaggiati di altri, soprattutto della generazione di mezzo che ancora ha difficoltà ad adattarsi all’utilizzo di questi strumenti». È il megatrend del futuro: nuove tecnologie, nuove connessioni, nuovi strumenti. Se le previsioni che venivano proposte prima del cigno nero della pandemia erano esatte, ci si sta avvicinando.

Loro lo stanno sperimentando proprio adesso, in casa: è toccato loro di aggiornare i parenti e i genitori sulle nuove tecnologie, acquisendo così un nuovo ruolo nella famiglia (con tutte le conseguenze del caso), in più, costretti a seguire le lezioni online (capita al 94% del campione) hanno dimostrato di sapersi adattare senza troppi problemi. Non tutti le apprezzano (il 65%) in verità, e chi invece lavora già si lamenta delle scarse dotazioni.

A livello scolastico, questo è stato un anno unico (lo è davvero). I giovani sono stati i primi a toccare con mano pregi e limiti dell’e-learning – e i limiti si fanno sentire tantissimo, soprattuto quelli imposti al contatto umano. Nelle classi, sostengono, si impara di più. L’uomo è un animale sociale, del resto.

«Questa per loro è un’esperienza esistenziale», continua Martinelli. «Che può avere conseguenze che vanno anche oltre la sfera del lavoro o dell’istruzione». Del resto, in queste settimane «hanno assistito a fenomeni di abnegazione e solidarietà unici». Per cui «potrebbero cambiare le scale dei valori e forse perdono peso gli sportivi ai loro occhi, e ne guadagnano i medici e gli infermieri», anche perché «loro stessi sono stati chiamati alla responsabilità, a sentirsi parte di una comunità». Vedere persone che si sacrificano, che continuano a lavorare per senso del dovere, che rifiutano la qualifica di eroi potrebbe avere effetti? Chi può dirlo. Di sicuro – e lo conferma anche lo studio effettuato – «aumenta il peso dato alle amicizie, agli affetti e alla famiglia».

Resta da capire se tutto ciò avrà effetto anche sulla politica. Negli Stati Uniti, come spiega l’Atlantic, gli esperti sono concordi: la crisi farà crescere il populismo (rimane da capire se sarà quello di sinistra, alla Bernie Sanders, o se prevarrà quello destrorso nazionalista, cioè Trump).

In Italia il quadro è un poco diverso. I partiti sono quasi ignorati. Come spiega Martinelli, «la linea di divisione, ormai da tempo a questa parte è tra europeisti e neo-nazionalisti. Quale direzione sceglieranno i giovani? Dipende molto da come andrà», in questi giorni, il dialogo con le istituzioni europee. Sono momenti importanti, questi, «perché ci sono elementi che potrebbero spingere verso il neo-nazionalismo, e altri elementi che potrebbero, al contrario, favorire un sentimento di solidarietà e comunità europea».

L’Europa oggi «si gioca non solo sulle misure economiche da applicare, ma anche sull’atteggiamento che utilizzerà: sarà di apertura o di chiusura? Il messaggio che passerà , soprattutto per i giovani, sarà decisivo».

Per tutto il resto, con i margini di incertezza ancora alti (si uscirà di casa? Si dovrà rifare la quarantena? Arriverà il vaccino?) la strategia migliore sarà quella di muoversi come questo studio della società di consulenza Bain consiglia alle aziende: previsioni limitate con piani di breve periodo e decisioni affidate più al “giudizio umano” che agli algoritmi delle macchine. Sono tempi in cui si deve camminare a tentoni, ma chi lo fa deve essere incisivo: anche i giovani lo sanno, che sempre nel sondaggio li premiano con un forte apprezzamento.

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