OfflineLa scuola chiusa accelera le diseguaglianze sociali

La quarantena ci ha fatto capire che ogni situazione è diversa: chi ha in casa sei computer e chi nessuno; chi ha la linea veloce e chi no; chi ha dimestichezza con il digitale e chi no. Il distanziamento sta penalizzando in maniera clamorosa le famiglie più disagiate

Tenere le scuole chiuse è la cosa giusta? Non che non sia prudente, non che non ci siano ragioni; non che non ci siano dubbi, ma è davvero la cosa giusta?

È una domanda che mi sono posto durante questi lunghi giorni in cui si discute su cosa aprire e come. L’asserzione assoluta che tutte le scuole, di ogni ordine e grado, debbano rimanere chiuse, senza eccezione di età, di territorio e di modalità organizzative è difficile da accettare. Per tutte le attività, ma proprio tutte, sembra esserci un calendario, perché si discute del quando e con quali regole aprire, ma non del se aprire o meno. Sulla scuola niente. Sembra incredibile, e allora ho voluto capire di più. 

Vediamo cosa fanno gli altri. La situazione è molto variegata, ma nessun paese ha già deciso di chiudere l’anno scolastico: in Svezia le scuole non sono mai state chiuse; in Danimarca sono state riaperte il 15 aprile con modalità organizzative molto stringenti, ma sono aperte; in Norvegia, con le stesse modalità, sono state riaperte il 20 aprile; in Germania il 27 aprile riaprono le scuole di alcune regioni e le ultime classi delle superiori per gli esami di maturità, il resto delle scuole riaprirà il 4 maggio; in Francia, Svizzera e Olanda riaprono l’11 maggio; nella Repubblica Ceca il 25 maggio; in Austria le scuole sono aperte, ma non ci sono lezioni, sono aperte perché se i genitori devono lavorare possono portarci i bambini. 

Si capisce che c’è una grande tensione dovunque a riaprire prima che si può (in condizioni di ragionevole sicurezza, perché la sicurezza matematica nell’esperienza umana non esiste) e che c’è una grande reattività su cosa e come cambiare pur di fare le lezioni.

La nostra risposta sembra solo l’insegnamento a distanza. Qui nascono una serie di questioni non banali: la prima è che per i bambini più piccoli l’insegnamento a distanza (cioè stare davanti a uno schermo) non è proprio agevole. Ma non lo è neppure per i più grandi: chi può stare tre/quattro/cinque ore di continuo davanti a uno schermo? Quali sono i protocolli da seguire? il video deve essere sempre acceso, cioè l’insegnante deve poter vedere lo studente, e se non accade? È assurdo emulare l’insegnamento frontale a distanza, cioè fare a distanza semplicemente le cose che si facevano prima. Qualcuno ha misurato il grado di apprendimento a distanza?

Ovviamente tutto è scattato all’improvviso, e alcuni presidi sono degli eroi, perché hanno organizzato in pochi giorni qualcosa che era lontano da ogni pensiero. Ottima risposta immediata a un’emergenza, ma dire che l’insegnamento a distanza sostituisca le lezioni è un azzardo non dimostrato. 

La scuola non è un trasferimento di nozioni, perché, se così fosse, on line ci sono centinaia di corsi su tutto e si potrebbe fare a meno della scuola, ma è formazione umana, che passa attraverso i mille fili che legano l’insegnante agli studenti; gli studenti tra di loro e gli studenti con le loro famiglie o la società esterna, per quelli più grandi. È un’esperienza di vita, anzi è vita.

In alcune scuole paritarie di Firenze stanno sperimentando con successo la trasformazione dell’insegnamento on line: lezioni brevi, seguite da attività da fare da soli, in un tempo dato, e immediato riscontro con la classe riunita on line. Qualche volta intervento dei genitori per creare il senso di comunità. I compiti per i bambini sono attività pratiche, per non lasciarli in ogni caso troppo davanti al computer. Attività anche nel pomeriggio, in maniera da dilatare l’impegno sullo schermo. Telefonata al mattino quando qualcuno non è in linea, per assicurarsi che tutto vada bene. 

Stanno ripensando la didattica, o meglio l’esperienza dell’apprendimento, in qualcosa di molto diverso da com’era nelle lezioni frontali. Questo ci induce a pensare che se vogliamo ampliare, sostituire momentaneamente, la didattica fisica con quella virtuale, certo non si possono mantenere le regole precedenti. La distanza, lo schermo, che talvolta è molto piccolo, sono un altro mondo, con alcuni vantaggi e con altri svantaggi, ma è un altro mondo, non la replica del primo.

Qual è punto fondamentale in tutti i casi? Il punto è domandarsi cosa succede per i bambini più piccoli quando la chiusura della scuola non prende qualche settimana, ma addirittura sei/sette mesi, come nel caso riaprissero a settembre. 

Ci si può domandare se per un bambino di sei anni o di otto anni, e ancor di più per i bambini più piccoli, sia sano interrompere la loro crescita cognitiva per quasi un intero anno scolastico? La crescita cognitiva, come quella fisica, ha dei passaggi obbligati in tempi obbligati. Una cosa che si deve apprendere a quattro anni non la si può apprendere a sei; o meglio lo si può fare, ma quel bambino accumulerà un ritardo che si porterà per sempre.

Nel 1989 l’organizzazione delle Nazioni Unite ha proclamato la Convenzione dei Diritti dell’Infanzia, che naturalmente è stata adottata dal nostro paese già da quel tempo. Quella convenzione afferma che gli Stati devono (anzi, “si accertano”) che ci sia, in tutte l’attività di governo, “l’interesse superiore del fanciullo” e, naturalmente, nell’interesse superiore del fanciullo c’è il diritto all’istruzione. 

L’istruzione non è bene come gli altri la cui disponibilità dipenda dalle circostanze e dalle opportunità, ma è un interesse fondamentale e prioritario dell’infanzia. Siamo certi che lo stiamo trattando in questo modo, cioè come un bene assoluto alla pari della sanità?

E siamo alla questione sanitaria. Tutti i dati ci dicono che i bambini sono immuni dal coronavirus. Nel maggiore focolaio veneto (Vo’ Euganeo) hanno fatto i tamponi al 71,5% della popolazione e nessun bambino sotto i 10 anni è risultato infetto, neppure avendo i genitori infetti in casa. Perciò sembrano la parte della popolazione che può muoversi per prima, non per ultima. Si dice che possano però contagiare gli adulti, o che la loro presenza implichi che i genitori si spostino. 

Siamo sicuri che organizzare l’ingresso dei bambini (scaglionato; senza che i genitori entrino fisicamente nell’istituto) sia più complicato dell’ingresso in un supermercato? Se dal 4 maggio sarà consentito uscire di casa e tutti, bambini e adolescenti, toccheranno tutte le superfici possibili, perché quella scolastica sarebbe la più pericolosa? 

Dobbiamo dubitare – con ragione – di eventi di massa incontrollabili e incontrollati, ma non dove i flussi sono controllabili e controllati. Perché, ad esempio, non far frequentare solo le classi della maturità? In una scuola vuota è possibile e facile. Perché a una generazione si deve cancellare “la notte prima degli esami”?

Questa esperienza emergenziale scolastica ha avuto il vantaggio di aver lasciato autonomia ai presidi per organizzare le lezioni a distanza, i contenuti e le modalità operative. Qui si è visto che dare autonomia fa la differenza. Alcuni presidi e insegnanti stanno facendo cose eclatanti e bellissime, nell’ambito in cui possono intervenire: hanno reinventato l’insegnamento – per quel che hanno potuto – andando al di là degli stringenti programmi scolastici; hanno mobilitato le famiglie; hanno messo in piedi tutta una strutturazione digitale, anche minima, che è servita moltissimo. Altri non lo hanno fatto, ma nella scuola, come dovunque, non siamo tutti uguali.

L’insegnamento a distanza, paradossalmente, ha permesso una maggiore personalizzazione dell’insegnamento, perché bisogna assicurarsi di come uno studente effettivamente segua le lezioni e di come reagisce. 

Inoltre, ci ha fatto capire che ogni situazione territoriale e sociale è diversa dall’altra: chi ha in casa sei computer e chi nessuno; chi ha la linea veloce e chi no; chi ha dimestichezza (i genitori, perché i ragazzi ce l’hanno tutti) con il digitale e chi no. Il distanziamento sta penalizzando in maniera clamorosa le famiglie più disagiate.

La scuola statale che vuole tutti uguali, programmi uguali per tutti in questa occasione vede quello che prima non si era costretti a vedere, che insegnare è un mestiere difficilissimo ed esaltante e che diventa formidabile quando il vestito dell’insegnamento è cucito addosso a ogni persona per come questa persona è, nella situazione concreta in cui si trova.

Il post-virus dovrà seguire questa strada di maggiore autonomia scolastica, di maggiore personalizzazione dell’insegnamento (la scuola non sia semplicemente un metodo di segnalazione di come i ragazzi possano adattarsi al mondo del lavoro, ma sia crescita della loro personalità e della loro unicità in quanto persone); di maggiore investimento nella capacità dei presidi di gestire gli istituti; nella più grande libertà di insegnamento, perché insegnare significa, nel migliore dei casi, farsi superare da chi apprende, altrimenti il sapere resta fermo e questa è l’unica cosa che non ha alcun senso.

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