Si gioca, finalmentePerché non tutte le squadre sono entusiaste che la Serie A riparta

L’Assemblea di Lega ha dato l’ufficialità: Juventus-Milan apre le danze, poi Napoli-Inter, mercoledì 17 la finale a Roma. Il campionato riprende il 20 giugno con i quattro recuperi della 25esima giornata, e poi al via un calendario molto serrato con partite ogni tre giorni. Ma c’è chi avrebbe preferito di no

Alberto PIZZOLI / AFP

La semifinale di Coppa Italia di sabato 13 giugno tra Juventus e Milan segnerà il ritorno in campo del calcio italiano. Il giorno dopo giocheranno Napoli e Inter per la seconda semifinale (si parte dall’1-0 dei partenopei a San Siro). E mercoledì 17 c’è già in ballo il primo trofeo, con la finale a Roma.

Il weekend successivo toccherà al campionato. La Serie A riparte sabato 20 e domenica 21 con i recuperi della 25esima giornata: Atalanta-Sassuolo, Verona-Cagliari, Inter-Sampdoria e Torino-Parma.

L’Assemblea di Lega ha stabilito il calendario per la ripresa delle competizioni, votando per la linea voluta da Figc e Serie A, nonostante l’opposizione di alcuni presidenti come Urbano Cairo (Torino), di Massimo Cellino (Brescia) e soprattutto di Beppe Marotta (Inter) che volevano lo stop definitivo fino alla prossima stagione.

Per Urbano Cairo parla la classifica: il suo Torino è 15esimo, appena due punti sopra la zona retrocessione, complice una striscia negativa di sei sconfitte consecutive ancora aperta. Con una squadra in piena lotta salvezza e l’imprevedibilità di un campionato come questo, il presidente della club granata ha avuto buon gioco a spingere fin dall’inizio per rimandare tutto al prossimo campionato.

L’Inter, dal canto suo, era scivolata a meno nove dalla Juventus capolista – seppur con una partita in meno – poco prima della pausa. Marotta negli ultimi giorni si è detto contrario alla ripresa: i nerazzurri avranno un calendario pieno di impegni – tra Coppa Italia, campionato e la giornata da recuperare – e il rischio di veder sfumare gli ultimi obiettivi stagionali diventa sempre più concreto.

L’ex Dg della Juventus è arrivato alla Pinetina per far compiere un salto di qualità all’Inter, soprattutto in termini di risultati: ha speso 178 milioni di euro, ha ingaggiato Antonio Conte, l’allenatore più pagato della Serie A, e sembrava in grado di competere con i bianconeri.

Al momento, invece, ha condotto un campionato simile a quello 2018/2019, quando con la gestione di Piero Ausilio e Luciano Spalletti l’Inter è arrivata terza.

È ancora da stabilire invece il piano b in caso di crescita dei contagi: nel caso, via ai playoff, per scudetto e piazzamenti nelle coppe europee, e playout per la retrocessione. La decisione è stata rinviata al Consiglio di Lega che si riunirà il prossimo 8 giugno. Un’eventualità che non piace moltissimo ai vertici del calcio italiano, ma potrebbe accontentare alcune squadre: Spal e Brescia potrebbero raggiungere una salvezza altrimenti improbabile vista la situazione di classifica che le vede distanti rispettivamente 7 e 9 punti dalla permanenza nella massima serie.

Intanto i club che riprenderanno per primi sembrano storcere il naso di fronte all’organizzazione delle gare. Oltre l’Inter, anche per Napoli, Juventus e Milan la soluzione accordata non è il massimo: sono costrette a ripartire con un calendario ingolfato fin dall’inizio, con il rischio di veder moltiplicare infortuni e problemi fisici per giocatori che sono fermi da oltre due mesi.

Preoccupazioni legittime se parametrate su quel che sta accadendo in Germania, dove il campionato è iniziato da tre giornate. I primi 270 minuti di Bundesliga hanno portato un aumento degli infortuni del 266 per cento. Al termine dell’ultima giornata, giocata in infrasettimanale, tra nuovi acciaccati e lungodegenti si contano 65 giocatori ai box, una media superiore ai tre per squadra.

Dai campi tedeschi arriva anche un’altra curiosità statistica di queste prime tre giornate dopo la sosta. Il fattore campo sembra essere scomparso: in 27 partite ci sono state soltanto 5 vittorie casalinghe, appena il 18,5 per cento del totale, a fronte di 10 pareggi (37,1 per cento) e ben 12 vittorie esterne (44,4 per cento, mentre nella prima parte del campionato le vittorie in trasferta erano solo il 23,7 per cento).

Ma le partite più importanti per il calcio in questo momento sono quelle extra campo. Come la questione dei contratti dei calciatori. Il 30 giugno, in teoria ne scadono 133 tra scadenze effettive e prestiti: impossibile immaginare che alcune squadre possano perdere i loro giocatori dieci giorni dopo la ripresa del campionato.

L’idea della Federazione è di prolungare gli accordi fino al termine della stagione, ad agosto, ma l’Assocalciatori (Aic) ha spiegato che ci sono altri ostacoli: «Ci sono diverse criticità, i giocatori in scadenza sanno che potranno giocare solo nella squadra attuale, ma magari avevano firmato con una squadra per il 1 luglio. Cosa succede? Il prolungamento dei contratti fino al 31 agosto non potrà mai essere automatico, al massimo verrà lasciato a un gentlemen agreement tra club e giocatore», ha spiegato a Sky il presidente dell’Aic Damiano Tommasi.

Dal punto di vista sanitario il campionato riprende seguendo il protocollo approvato dal Comitato tecnico scientifico, scritto sulla falsariga di quello previsto per gli allenamenti di gruppo. Ma la Lega Serie A spinge per ottenere maggiore flessibilità sulla quarantena. Il Cts per ora ha scartato l’ipotesi di un isolamento light: chi contrae il virus deve rispettare un periodo di quarantena di 2 settimane, così come il resto della squadra.

In caso di positività a un test, di un calciatore o un membro dello staff, dopo l’inizio del campionato si creerebbe un nuovo ostacolo verso la conclusione della stagione. Un ostacolo probabilmente insuperabile dal momento che di spazi per eventuali recuperi, in calendario, non ce ne sono: dal 20 giugno al 2 agosto sono in programma 124 partite.

Per questo motivo è ancora aperto un tavolo di trattative con il Cts per chiedere un allentamento delle restrizioni in caso di positività (ad esempio quarantena obbligatoria solo per i contagiati).

Infine andrebbe sciolto il nodo dei diritti tv. I club devono ancora incassare la sesta rata: sono 230 milioni di euro in totale, di cui 130 solo da Sky. È una cifra indispensabile per le società in una fase di crisi economica. Ma l’emittente ha chiesto almeno uno sconto, ricordando che le 124 partite ancora da trasmettere si disputeranno con date e orari diversi da quelli previsti inizialmente, e avranno un appeal minore.

La Lega però non sembra intenzionata a fare un passo indietro e ha presentato un decreto ingiuntivo al Tribunale di Milano. Come riportato dal Fatto Quotidiano mercoledì scorso, anche su questo la Serie A si era presentata piuttosto divisa: alcuni club storicamente “amici” di Sky erano più disponibili al confronto, così come i vertici di Lega. Ma di fronte alla prospettiva di una voragine nei bilanci societari alla fine ha prevalso la linea dura dei club che non hanno altre opzioni.

L’unico confronto possibile con un altro caso europeo, anche qui, è la Bundesliga. In Germania le emittenti hanno dovuto cedere e pagato la quota mancante, ma sono riuscite a strappare uno sconto del 15 per cento sulla prossima stagione. Insomma, hanno cercato e trovato un modo per non creare un buco nei bilanci attuali, e allo stesso tempo assecondare almeno in parte le esigenze delle tv.

Intanto rimane via l’ipotesi presentata dal ministro Spadafora di trasmettere alcune partite in chiaro, con i vertici del calcio italiano che hanno lasciato mano libera al governo. In ogni caso, qualora l’esecutivo dovesse promulgare un decreto per aggirare la legge Melandri che regola il mercato, resterebbe da stabilire quali partite e su quali reti si potranno trasmettere. Nelle prossime settimane sicuramente si muoverà qualcosa.

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