ContropotereI primi passi di Bonomi in Confindustria e al Sole 24 Ore sono da rottamatore, ma con juicio

L’ex presidente di Assolombarda ha fatto capire fin da subito che durante il suo mandato a guida degli industriali non farà sconti alla politica, e anzi giocherà d’attacco. Ma deve riformare una struttura ormai poco influente e superare lo scetticismo sul suo passato da piccolo imprenditore

L’ascesa di Carlo Bonomi alla guida della confederazione italiana degli industriali assomiglia a quella di un predestinato. Partendo da una piccola azienda con più di 100 dipendenti, è arrivato prima ai vertici di Assolombarda e poi a guidare Confindustria. Che la sorte gli fosse favorevole si era capito fin da quando Sergio Mattarella decise di partecipare all’assemblea di Assolombarda nell’ottobre scorso alla Scala, accettando l’invito in un momento in cui quella di Bonomi era ancora l’unica candidatura forte in campo.

Per Bonomi quel discorso fu una vera e propria presentazione al paese. Ma ora, dopo la conquista dei 123 voti nel consiglio generale dell’associazione, la buona sorte e la capacità di tessere rapporti dentro Confindustria non basteranno per poter incidere davvero sul governo del paese.

E in effetti in Confindustria sta già cambiando tutto, ancor prima di cominciare. Il presidente designato Carlo Bonomi non ha atteso l’assemblea del 20 maggio che lo eleggerà per cominciare a lavorare, e ha subito portato a viale dell’Astronomia lo stile che caratterizzava la piccola ma combattiva Assolombarda, in prima linea nelle critiche ai governi Conte, I e II.

All’ultima assemblea di Assolombarda alla Scala, Bonomi aveva invitato la politica – in sala sedeva anche Giuseppe Conte – a più creatività, chiedendo di “stupire” gli industriali, per una volta. Ma come potrà cambiare Confindustria un piccolo imprenditore del settore biomedicale che ha iniziato la carriera come manager, ma che ha raccolto tra gli sponsor il gotha dell’imprenditoria settentrionale, come Gianfelice Rocca, Emma Marcegaglia e Marco Tronchetti Provera? 

I suoi critici d’altronde gli rinfacciano proprio questo: la rischiosa dipendenza nei confronti dei grandi nomi, che forse per via della crisi dei corpi intermedi non amano più buttarsi nella mischia in prima persona. Chi conosce il presidente designato lo definisce un uomo riservato ma capacissimo di tessere rapporti, che ne hanno fatto la fortuna interna a Confindustria. 

Molte voci dalla base degli imprenditori – anche tra chi lo ha sostenuto – invocavano un nuovo presidente sì del nord, ma che avesse alle spalle un’esperienza imprenditoriale imponente e radicata. Soprattutto dopo la stagione di Vincenzo Boccia, in cui la gestione da parte di un medio imprenditore – Arti Grafiche Boccia conta circa 160 dipendenti e da alcuni anni naviga in acque incerte – aveva già mostrato i suoi limiti. In molti speravano in un esponente delle “multinazionali tascabili”, le medie imprese che fanno gran parte dell’export italiano, e invece è arrivato un rappresentante delle pmi – più p che m – che ha il coraggio di dire ciò che pensa, ma di cui ancora non è stata messa alla prova una visione industriale a lungo termine.

Intanto, nella relazione con il potere Bonomi ha già messo fine all’epoca della tattica politica e degli endorsement a questo o quel partito di maggioranza. Il ricordo di Vincenzo Boccia che nell’autunno 2018 disse di credere fortemente nella Lega è ancora fresco. È iniziata invece l’era dell’“equidistanza”, così la definiscono nel suo inner circle. Una gestione pragmatica, come è anche, sembra, la persona. 

Il 28 aprile dall’account di Bonomi è partita un’email con le prime proposte concrete della nuova Confindustria, destinatario Palazzo Chigi. La notizia è stata fatta trapelare per dimostrare la volontà di collaborare con l’esecutivo, da cui però le risposte arriverebbero a fatica.

Si intende offrire collaborazione, senza però abbandonare lo spirito di rivendicazione su cui Bonomi pare aver puntato tutto in queste prime settimane, mettendo da parte la cautela di Vincenzo Boccia. La differenza tra i due uomini è anche caratteriale, racconta a Linkiesta Renato Cifarelli, produttore di macchine agricole e voce de “Le Belve” su Radio Capital: «Conosco entrambi da alcuni anni e Boccia è una persona molto portata all’accordo, è accomodante anche per il fatto che è sempre cresciuto dentro al sistema confindustriale; Bonomi invece è più in grado di fare la voce grossa quando serve, e ha un piglio decisionale che a Boccia mancava. Lo si vede anche dalla prosa che utilizzano in pubblico: uno ha uno stile simile ai politici della prima Repubblica, l’altro molto più diretto».

Secondo alcuni, la cautela di Boccia non è solo un elemento caratteriale, ma ha avuto effetti diretti sulla condizione di Confindustria. È di questo avviso un conoscitore dell’associazione degli industriali come lo storico Giuseppe Berta: «Vincenzo Boccia è stato un tipico professionista del mondo della rappresentanza, e si è comportato di conseguenza. Ha sempre cercato un rapporto di integrazione con il potere, a partire dall’incauta battaglia condotta a fianco di Matteo Renzi a favore del referendum costituzionale del 2016, fino all’inseguimento e l’endorsement a Matteo Salvini. Ma a Milano hanno capito che così si rischia l’irrilevanza e hanno puntato a prendere il timone per cambiare la rotta drasticamente». 

Secondo Berta, già membro del comitato scientifico di Confindustria e professore associato alla Bocconi, «Bonomi ha capito che bisogna togliere peso alle strutture burocratiche di Viale dell’Astronomia, che fanno del rapporto con le burocrazie ministeriali il fattore qualificante, e dare più voce ai territori e alle federazioni di categoria, soprattutto del Nord. Ha le possibilità per farcela, vedremo dal discorso del 20 maggio se soddisferà le aspettative». D’altronde è proprio questo che gli ha chiesto la maggioranza schiacciante che lo ha votato: guidare una Confindustria meno romano-centrica e più attenta alla vocazione manifatturiera.

Il programma di 50 pagine presentato durante la campagna elettorale interna ovviamente ormai è stato superato dalla pandemia che ha colpito l’Italia. E anche se il metodo rimane lo stesso, i contenuti sono stati aggiornati perché a condizioni estreme servono risposte eccezionali. 

Per questo Bonomi ha messo sul piatto alcune proposte, l’ultima l’abolizione dell’Irap da attuare in modo urgente, a costo di rinunciare ai trasferimenti a fondo perduto alle imprese promessi dal governo. Secondo i calcoli di Emanuele Orsini, neo nominato vicepresidente con delega al credito e al fisco, il taglio completo dell’Irap costerebbe circa 9 miliardi di euro, più o meno lo stesso importo su cui il governo sta ragionando per gli aiuti alle imprese. Una mossa forse arrivata però in ritardo rispetto all’evoluzione del decreto di maggio, di cui si discute dall’inizio del mese scorso.

Negli ultimi giorni il presidente designato ha aperto anche un altro fronte, dopo quello con il governo: i contratti. Le proposte di Bonomi di derogare i contratti nazionali hanno fatto infuriare i sindacati. Ma «non hanno ancora capito che con il coronavirus le aziende hanno problemi diversi sul territorio, i contratti vanno rivisti tutti: gli orari, le regole, non è pensabile che ci sia un contratto unico», dice a Linkiesta una fonte vicina al neo-presidente, «anche all’interno della stessa azienda devono valere regole diverse».

E non è solo la recessione a impensierire le imprese: stiamo assistendo a un vigoroso ritorno dello Stato nell’economia italiana. Tanto che già si propongono, anche da esponenti del governo, ingressi nei cda delle aziende, «le striscianti nazionalizzazioni» di cui parla Luigi Abete. È una partita che potrebbe costare moltissimo agli industriali nei prossimi anni ma che Bonomi sembra voler giocare in attacco.

Per riuscire a incidere, la voce grossa però non basterà. La squadra è stata ufficializzata a fine aprile e, rispetto a quella di Boccia, è passata da 3 membri provenienti da Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, cioè dalle regioni dei grandi elettori del nuovo presidente, a 7 membri. Un riequilibrio nordico sull’asse Treviso-Milano-Bologna, che non è solo territoriale ma antropologico. Nell’animo di Bonomi la rivoluzione geografica è il grimaldello per cambiare Confindustria dall’interno, senza gli strali tipici delle rottamazioni politiche ma con decisione. Per abbandonare il tatticismo e il lobbysmo esasperato e far tornare la confederazione degli industriali il “quinto potere dello stato”, come la si chiamava nella prima Repubblica.

I membri della nuova squadra si sono riuniti per la prima volta la settimana scorsa, in un «ottimo clima» assicura chi ha partecipato. Le caselle che andranno osservate con particolare attenzione nelle prossime settimane sono tre, a detta di chi ha già occupato quelle scrivanie in passato: la direzione del centro studi, il capo delle relazioni sindacali e ovviamente la direzione generale. 

Sulla carica attualmente occupata da Marcella Panucci, dirigente generale prima con Squinzi e poi con Boccia, girano già molte voci: sebbene dai pochi che lavorano con Bonomi trapeli che ancora nulla è stato deciso, è chiaro che una candidatura di discontinuità come la sua non potrà che incidere su alcuni ruoli chiave. È quello che si aspettano in tanti, anche per via dell’esperienza in Assolombarda che da presidente ha ringiovanito e reso più efficiente. 

Non ci sarebbe quindi nulla di scandaloso, dice un imprenditore che lo conosce da alcuni anni, se scegliesse un direttore generale di sua fiducia e portasse avanti una riorganizzazione. Ma è possibile che ci voglia del tempo, e «se le cose funzioneranno anche con questo assetto si andrà avanti così» fa sapere una fonte dello staff del presidente designato.

Anche se la situazione economica del paese richiede di fare in fretta. È di questo avviso Ernesto Auci, un profondo conoscitore di Confindustria: «Bonomi può dare un forte segno di riscossa dell’imprenditoria manifatturiera, che è stata molto trascurata dalla politica ma anche dalla società italiana nel suo complesso. Confindustria in passato non ha saputo difenderla, hanno rincorso piccoli interessi, con tanta tattica ma poca strategia». 

E il Sole 24 Ore? Ancora non se ne conosce il destino, ed è possibile che per ora la casa editrice non sia in cima alle priorità di Bonomi. I conti del giornale sono stati in parte riordinati negli ultimi anni, grazie a dolorose cessioni: il 2019 si è chiuso con un risultato netto negativo di -1,2 milioni di euro, rispetto ai più di 90 milioni di rosso del 2016, ma le vendite continuano a calare.

Per la direzione Fabio Tamburini si è detto «molto tranquillo» a chi lo ha sentito negli ultimi giorni nonostante il suo mandato abbia coinciso con la decisione dell’ex presidente Boccia di avvicinarsi al mondo sovranista e le posizioni di
alcuni suoi editorialisti non siano certo affini a quelle di Carlo Bonomi come Paolo Becchi e Giovanni Zibordi, il cui editoriale grida ancora vendetta oltre che essere stato smentito dai fatti, o Marcello Minenna. Per non parlare delle scivolate pro Cina e anti Germania.

Anche l’entourage di Bonomi conferma che i nomi circolati finora non sono ancora stati presi in considerazione, ma appare improbabile che la nuova presidenza possa avere lo stesso volto editoriale e manageriale degli anni di Boccia. Chi ha buona memoria ricorderà che spesso in passato si è atteso più o meno un anno per cambiare la direzione del Sole dopo l’elezione di un nuovo presidente. Prima ci sono anche da risolvere le questioni dell’amministratore delegato e del presidente.

Perché, come sostiene chi conosce dall’interno Viale dell’Astronomia, in Confindustria vigono ancora le buone maniere. Chissà se anche i lombardi rispetteranno le tradizioni.

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