Uomo senza nomeI 90 anni di Clint Eastwood, l’antieroe che se ne frega di tutto, tranne che della libertà

Una carriera costruita sull’inespressività, le emozioni contenute e i gesti ridotti all’osso. Da regista, ha proposto storie ruvide e senza retorica (nemmeno quella dei vinti) senza mai cedere al conformismo

Un cinema di eroi stanchi. A volte inconsapevoli, a volte controvoglia. Di poche parole, gesti ridotti all’osso e sguardi fissi. Sì, è il famoso “cappello/non cappello” di Sergio Leone.

Per il regista italiano non voleva essere un complimento: un attore inespressivo non ha molta strada davanti. A meno che non sia Clint Eastwood.

Arrivato a 90 anni, celebrato ormai da tutti (ed è spesso una condanna), è diventato nel corso degli anni un regista acclamato per i suoi film ruvidi, dove le storie quotidiane vengono trasformate in parabole universali.

Ma in cui avviene anche il contrario: le mitologie (americane) vengono raccontate, come il caso di Iwo Jima, attraverso gli occhi privi di retorica della gente comune. In mezzo, eroi anti-eroi: dai sentimenti veri ma trattenuti, dalla carica morale superiore ma inconsapevole, anticonformisti per natura, per scelta o per caso.

È il modello Eastwood. Si è imposto negli anni ’60, quando il western comincia il suo declino e Sergio Leone smitizza il paesaggio selvaggio, non più fonte di rigenerazione morale. Ci sono più sparatorie, più massacri e più violenze. Scelte di stile, dovute forse anche a una scarsa dimestichezza con i codici del genere (ad esempio: prima di allora non si poteva mostrare nello stesso fotogramma la pistola che spara e l’uomo che cade ucciso, troppo duro. Leone lo fa).

Il risultato è una sorta di neorealismo esplosivo che – complice l’influsso giapponese, e le dispute giudiziarie lo dimostrano bene – segna la transizione dalle praterie inaridite alle città dei polizieschi.

Non è un caso: nella sua nuova vita Eastwood diventa l’ispettore Callaghan, cambia arma ma continua a sparare – mentre il mitico poncho, come ha rivelato più volte, non lo ha mai né lavato né buttato. È ancora a casa sua, piegato e riposto chissà dove.

Quelli sono gli anni delle contestazioni. Volano le accuse – è fascistoide, ritorsivo, securitario – lui se ne infischia e procede, anzi: si cimenta con la regia, seguendo le dritte di Don Siegel. In breve elabora uno stile suo, che mantiene le forme e i modi della sua recitazione: pochi gesti e sottrazione.

Dopo dieci anni arrivano i veri successi (“Bronco Billy” e, soprattutto, “Honkytonk Man”), con tanto di riconoscimento da parte di Ronald Reagan, l’ex collega in quel momento presidente degli Stati Uniti.

Riesce anche a sconfinare nel jazz, con “Bird”, su Charlie Parker e si avvia a superare gli anni ’90, preparando il terreno ai capolavori del nuovo millennio.

Non ne sbaglia (quasi) nessuno: i migliori sono “Mystic River”, “Million Dollar Baby”, l’accoppiata “Flags of Our Fathers” e “Lettere da Iwo Jima”, ma anche “Changeling”, “Gran Torino”, “American Sniper”, “Sully”, “Il corriere – The Mule”, “Richard Jewell”.

Tra affresco storico e sociologia, la poetica è ormai definita: non c’è l’eroe che spara e salva migliaia di persone, nessuna traccia del politicamente corretto (questo lo porterà su posizioni infelici nei confronti di Donald Trump, ma anche a critiche per il linguaggio di “The Mule”), poca retorica, nemmeno quella dei vinti. «A me piacciono le storie», disse una volta al critico Cristopher Frayling.

Ma mentiva: perché la forza dei suoi film sono i personaggi, che più o meno si somigliano. Sono personalità dure, dai tratti individualisti ma immerse nella realtà, a volte difendendo i deboli e votandosi al sacrificio.

Sceso da cavallo e sputato il sigaro, Clint Eastwood ha rimodellato il senso dell’eroismo, elaborando figure dai tratti addirittura esistenzialisti, che affrontano i contrasti senza risolverli. È anche questa, con tutte le contraddizioni che questo comporta, una ricerca della libertà.

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