Articolo 167Perché è possibile creare una sanità europea

Il pendolo della cura, da sempre sul lato degli Stati, con questa pandemia ha battuto qualche tocco anche dal lato dell’Unione. Una piccola faglia che ci fa capire il bisogno di un coordinamento comune per tutelare la salute degli abitanti del continente

Afp

Il tema della mobilità ha sempre incuriosito molto gli studi sociologici che hanno dato un volto al significato, e al significante, dello spostamento umano verso mete diverse da quelle di origine; oggetto di molteplici dibattiti sui recenti flussi migratori, di fascinazione per i viaggi degli avventurieri, di speranza per i giovani che partono per studio – o per lavoro – con costruttivi progetti da realizzare. Il Vecchio Continente, con la sua storia, le sue vicende e i 70 anni di sviluppo istituzionale e quotidiano dell’Unione Europea, racconta molto sia di questo significato che del suo significante.

Lo spazio europeo (come il mondo) ha invece, da sempre, naturale e minore entusiasmo per le mobilità di batteri e virus con cui la storia dell’uomo si è sempre trovata a combattere con impattanti e devastanti risultati. Qualche mese fa, per i tipi di Einaudi è uscito il libro di Kyle Harper “Il destino di Roma – Clima, epidemie e la fine di un impero” in cui si narra che a sconfiggere l’Impero Romano non siano state (solo) delle erronee strategie politiche, quanto un cambiamento climatico iniziato intorno al 200 a.C. e che provocò successive e devastanti carestie alimentari.

Dice Harper: «Il destino di Roma fu portato a compimento da imperatori e barbari, senatori e generali, soldati e schiavi, ma venne parimenti deciso da batteri e virus, eruzioni vulcaniche e cicli solari. Solo negli ultimi anni siamo venuti in possesso degli strumenti scientifici che consentono almeno di intravedere, spesso fugacemente, il grande dramma del cambiamento ambientale di cui i romani furono attori inconsapevoli». La successiva ‘peste’ Antonina del 165-180 a.C. fece contare ben 7 milioni di decessi
[Cfr. Corbellini, 2019; Harper K. 2019].

Come spesso accade, abbiamo imparato poco dal passato, o abbiamo delegato troppo al coté tecnologico, illudendoci che tali eventi non potessero ripetersi nella società digitale o quanto meno che fossero più facilmente governabili. Nel passato le difficoltà che si affrontavano erano, come intuibile, molteplici non potendo avere a disposizione le più recenti conoscenze scientifiche per dominare le pandemie, coadiuvate dai claim #restiamoacasa.

L’attuale condizione del megatrend provocato dal virus “Sars-Cov2” ha invece fortemente modificato, su scala internazionale – o sta tentando di farlo – la possibilità degli spostamenti delle popolazioni mondiali. Il tema della mobilità, è venuto a contatto forse con il primo evento globale della storia dell’umanità di tipo sanitario che, per dirla con Mauss (1925) ha generato un “fatto sociale totale”, provocando i ben noti cambiamenti alla vita quotidiana di tutti noi.

Troviamo da un lato, il pendolo del tempo che scandisce il nostro rimanere immobili in uno spazio circoscritto; dall’altro quello che annulla i cronotopi e consente di sentirci ovunque e ‘vicini’ tramite i device mobili. Al grido di paura per il Covid19, anche i non addetti ai lavori si sono confrontati, sulle diverse modalità di ‘consumare la salute’, evidenziando le ‘distanze’, stavolta utili al confronto, presenti nello scenario europeo e nelle politiche di salute. La rivoluzione s’è fatta! La società non è più liquida (Bauman, 1999) ma granitica, inerme.

È mutato l’assetto della vita quotidiana, la routine è stata alienata dai nostri giorni, le certezze sono state dilaniate per il rischio di contaminazione, il ben-essere, di aristotelica memoria, è stato obnubilato dal silenzio dei nostri contesti.

La condizione sociale e la condizione sanitaria sono, per questi motivi, quelle balzate agli occhi di tutti in queste settimane. Se la prima ha impattato subito su nostri comportamenti e decisioni, la seconda ha già messo in evidenza aspetti che, al di là dell’emergenza, meritano una riflessione. La vicenda pandemica ha, tra le altre cose, generato diverse questioni relative alla condizione generale, alla crisi economica, alle reazioni di contesto, alla percezione sul prossimo futuro.

Tra queste, ci sta quella su impatto e funzionalità dei diversi sistemi sanitari nazionali e sulla (necessaria) dimensione europea della cura della salute. L’idea che l’emergenza non sia solo – o non solamente – di tipo sanitario, ma anche organizzativo e “di reazione” è abbastanza consolidata e veritiera. É stato quindi inevitabile per tutti fare qualche confronto con Paesi come la Germania, la Francia o la Spagna, per poter analizzare qual è il diverso impatto del Covid19 sulle popolazioni di questi Stati.

Le comparazioni hanno fatto emergere un confronto tra le varie realtà sociali e sanitarie (con letture diverse venute fuori in base alle lenti che ciascuno ha scelto di indossare) ma ha fatto anche emergere una “visione” europea (tutti colpiti, tutti in emergenza, tutti a chiedere/attendere che l’Unione Europea facesse qualcosa), su cui riflettere e da cui far generare nuove azioni di salute pubblica continentali da attuare nel brevissimo e nel lungo periodo.

Guardando il tema da Bruxelles, il “principio di salute pubblica” sia stato introdotto ancora da tempo relativamente recente nella legislazione comunitaria (Trattato di Maastricht nel 1992, e poi rafforzato con quello di Amsterdam del 1997) e sino alla pandemica che il 2020 ha conosciuto e che viviamo in modo diretto e drammatico in tutti i territori e le comunità, questo ha avuto poca attenzione e poco sviluppo.

Sinora non c’era mai stata una emergenza sanitaria di questa portata e diffusione, non senza esagerare si potrebbe dire “totale” rispetto all’impatto su tutti gli Stati e su tutte le classi sociali (colpiti sia leader, ministri e facoltosi imprenditori, sia cittadini meno abbietti delle periferie delle città).

Per la grandissima parte delle comunità nazionali è (ed era) scontato che siano le dimensioni statali a curare i loro cittadini, ma per una parte sempre crescente di persone è oggi sempre più forte la consapevolezza e la necessità anche del ruolo europeo nella salute degli abitanti del continente.

Limitandoci a un’analisi solo sui dati dei decessi/guariti/contagiati, probabilmente arriveremo ad elementi distorti, miopi, falsati cioè dalla diversa modalità di raccolta degli stessi nei diversi Paesi, quindi non comparabili. Diversa è anche la valutazione che si può dare dell’analisi sui sistemi sanitari che rispondono a logiche differenti dal punto di vista organizzativo/gestionale e talvolta a tradizioni distanti.

Quello che però qui preme sottolineare è come oggi il “principio di salute pubblica” abbia (purtroppo, considerando il quotidiano che affrontiamo) trovato una applicazione pratica in due direzioni.  Verso il basso, toccando più comunità e, verso l’alto, dando dimensione continentale all’emergenza da affrontare in solidarietà.

È infatti grazie alla direttiva 2011/24/UE (concernente l’applicazione dei diritti dei pazienti relativi all’assistenza sanitaria transfrontaliera) che è stato possibile che molti cittadini lombardi fossero accolti e curati in Germania e che la stessa cosa avvenisse per francesi, austriaci ed altri (si stima almeno 250 malati coinvolti).

Il pendolo della cura della salute, da sempre sul lato degli Stati, ha battuto qualche tocco anche dal lato dell’Unione. Non è solo un fatto burocratico/normativo/tecnico ma anche una spinta di solidarietà e conoscenza che ha coinvolto persone, famiglie di ammalati, strutture sanitarie; nella praticità ed esercizio di un principio, si è realizzato anche il confronto umano, tra medici e operatori sanitari, tra comunità e professionalità diverse.

Una piccola faglia ma che ha dato sostanza a una enunciazione valoriale ancora poco conosciuta e “usata”. Emerge la consapevolezza che i problemi legati alla cooperazione transnazionale di tipo sanitario possano essere affrontati con il riferimento a principi della nostra Unione Europea.

Vi è quindi adesso la necessità di rafforzare una prospettiva che congiunga i sistemi di cura, tenendo conto delle diversità non dipendenti da ‘variabili intervenienti’, improvvise e dirompenti, ma orientate a costruire società solidali, con proiezione su sviluppo e sostenibilità avendo cura della salute dei cittadini, all’interno di un contesto cosmopolita, che non veda un ampliarsi della forbice delle disuguaglianze regionali.

La leva (non la sola) su cui costruire tutto ciò, nell’interesse generale, dovrà essere quella di promuovere, e difendere con forza, i principi del Titolo XIV art.167, comma 1, dell’Unione Europea che recita: «diretta al miglioramento della salute pubblica, alla prevenzione di malattie e malattie fisiche e mentali e all’eliminazione delle fonti di pericolo per la salute fisica e mentale. Tale azione coprirà la lotta contro i principali flagelli della salute, promuovendo la ricerca sulle loro cause, la loro trasmissione e la loro prevenzione, nonché l’informazione e l’educazione alla salute, nonché il monitoraggio, l’allerta precoce e la lotta contro gravi minacce transfrontaliere alla salute» (Conferenza di Lisbona, 2016).

Si tratta di un testo che assegna al tempo stesso una base ed un orizzonte giuridico a decisioni, prospettiva e programmi comunitari che oggi appaiono a tutti più necessari che mai. Per fortuna.

Guardando in questa dimensione di futuro, emerge un quadro altamente complesso, non privo di riflessioni che, così come successe con la caduta dell’Impero Romano, non deve farci perdere di vista le azioni che potremmo attivare per contrastare il prossimo rischio pandemico (non esaurito con l’emergenza da coronavirus).

Oltre a cure e vaccini sempre più “europee” (bene lo stanziamento economico con queste finalità istituito in queste settimane di emergenza), avremo bisogno di unità e di progetti che sapranno rinforzare la dimensione comunitaria dell’assistenza, facendo oscillare sempre più il pendolo verso automatismo e certezza di intervento e verso la fiducia di mezzi, strumenti e capacità di risposta nella sanità “europea”.

Sarà necessario tutto ciò organizzando per tempo quanto riguarda l’imparare a “prenderci cura” su una scala larga, oggi più necessaria che mai se alzando lo sguardo consideriamo anche lo sviluppo delle crisi climatiche, accelerate dalla spinta della pressione umana sull’ambiente (l’antropocene), ed a porre giusta valutazione sulla possibilità ormai non più derogabile di dare attenzione al modello economico di sviluppo da perseguire considerando le correlazioni con crisi sanitarie ed effetti generati.

Da questa breve disamina si possono quindi individuare alcune proposte per la vision futura della società europea, qui di seguito appena accennate per titoli:

  • a) la necessità di investire nella ricerca sempre più integrata – tra le nazioni vi è una forte cooperazione già da oltre un trentennio ma forse è il caso di passare dalla fase della cooperazione tra centri diversi a quella della regia strutturata
    unica europea – così da poter affrontare in modo unitario e immediato eventuali (scongiurate) difficoltà sanitarie
  • b) immaginare di poter implementare il machine learning e i saperi transdisciplinari a favore della riduzione delle disuguaglianze tra i cittadini europei, in una società maggiormente coesa e istruita è infatti più facile aiutare le fasce deboli più facilmente aggredibili
  • c) il valore della cooperazione nello spazio europeo è fondamentale ed anzi è necessario aumentare il coordinamento e responsabilità politica in materia sanitaria da parte della Commissione europea.

Virus, emergenze e paure, superano le barriere e farsi trovare spezzettati in confini amministrativi ci (ha indebolito e) indebolisce ancora di più mentre invece necessitano condizioni veloci e comuni rispetto a decisioni ed azioni.

Far battere il pendolo della salute sul lato europeo è anche fatto di eventi minori e quotidiani alla portata di tutti ma non meno importanti di politiche e norme. Si tratta invece di maturare questa consapevolezza nel campo dei comportamenti diffusi. É di questi giorni la notizia, tra diversi casi nel Vecchio Continente, di Laura, studentessa al V anno di Medicina presso l’Alma Mater di Bologna, in mobilità per studio in Belgio, che scoppiata l’emergenza ha deciso di rimanere lì come volontaria in un ospedale pubblico per aiutare a superare il “virale” vento contrario alla salute che coinvolge tutti.

Laura, oltre che fare la sua parte sotto il profilo sociale e sanitario, è tra quanti – talvolta inconsapevolmente – hanno contribuito a spostare concretamente il pendolo della salute nella direzione giusta.

Paper a cura di “Erasmo – Fondazione di Partecipazione”, documento coordinato dalla prof.ssa Alessandra Sannella (Università di Cassino)

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